Scienza e tecnologia

Il mistero dei "ghiacciai onda"

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MILANO — Lui è uno dei più noti glaciologi del nostro paese. Per elencare il suo curriculum non basterebbe un articolo intero. Diremo solo che il suo ultimo progetto multidisciplinare è stato premiato dalla Provincia di Milano per l’Expo dei Territori 2015. Stiamo parlando di Claudio Smiraglia, ex presidente del Comitato Glaciologico italiano e attualmente rappresentante del nostro paese presso l’International Glaciological Society. In questa intervista esclusiva, il membro del consiglio scientifico del Comitato Evk2cnr, spiega l’eccezionalità dell’area oggetto delle ricerche: il Karakorum. 

Professore, il vostro progetto ha ricevuto un premio della Provincia di Milano per l’Expo 2015. Di cosa si tratta? 
Il progetto si chiama "Effetti del cambiamento climatico sulla risorsa idrica derivante dalla fusione nivo-glaciale e impatti sulle attività agricole in aree del Karakorum". Analizzeremo un’estesa area campione, quella della valle del Bagrot, nel Parco nazionale del Karakorum centrale. L’obiettivo è capire come muta il clima, come mutano la neve e il ghiaccio e quali impatti queste variazioni potrebbero avere sulla produzione agricola locale, indispensabile per il sostentamento della popolazione.
 
Come agirete?
Da una parte vorremmo capire cosa sta succedendo nella qualità di quest’acqua, dall’altra proporremo strategie di adattamento e produzione agricola. La cosa positiva è che abbiamo messe insieme diverse competenze. Il gruppo di ricerca è composto dal Dipartimento di scienze della Terra dell’Università di Milano, dagli esperti del COmitato Evk2cnr di Bergamo, dal Dipartimento di biotecnologie dell’Università di Milano Bicocca, e del gruppo di idrologia del Politecnico. Si tratta di un pool di persone che ha già grande esperienza in Karakorum.
 
Avete il sentore che in quelle zone qualcosa di significativo sia già cambiato?
Sì, lo abbiamo rilevato già lo scorso anno, grazie alla cooperazione con Evk2cnr. Stanno cambiando sensibilmente le quantità d’acqua racchiuse nei ghiacciai. E’ un fenomeno che sta avvenendo a livello globale. Ora, però, si tratta di capire se ci sono dei mutamenti nella qualità dell’acqua e quali effetti possano avere a livello pratico, sulla sopravvivenza della popolazione e sulle colture agricole. La questione non è tanto la fusione dei ghiacciai, che in fondo ci fornirebbe acqua in abbondanza. Il problema, invece, è l’esaurimento di questa riserva idrica. Perchè se nevica meno e le temperature s’alzano sempre più, fra qualche decennio quest’acqua sarà indisponibile.
 
Con quali conseguenze?
In certi paesi, anche in aree abbastanza secche, l’agricoltura si è adeguata. Se anche in Karakorum verrà fuori che la disponibilità idrica è in diminuzione, occorrerrà programmare delle tecniche di adattamento e una pianificazione migliore.
 
Il mutamento climatico pare assodato. A questo punto non ci sono sono più dubbi che stia cambiando qualcosa anche in quelle zone…
Il dubbio c’è sempre (ride, nrdr) perchè la scienza non ha mai certezze assolute. Anche da quelle parti neve e ghiaccio si stanno riducendo in dimensioni. Però la cosa interessante, che vorremmo approfondire anche nelle aree vicine, è che in Karakorum abbiamo segnalazioni di ghiacciai che invece di arretrare stanno avanzando, specialmente nella zona intorno al Baltoro. Non si tratta a dire il vero di un’inversione di tendenza generalizzata, ma di un fenomeno davvero particolare.
 
Come si spiega?
Ci sono delle ipotesi che riguardano una variazione del percorso del monsone o della sua entità. Il monsone arriva già abbastanza smorzato in Karakorum, però in certe zone riesce ancora a portare umidità e quindi crea situazioni più favorevoli al mantenimento o addirittura all’avanzata dei fronti glaciali. Si tratta di un fenomeno che era già stato segnalato dal professor Desio. In Karakorum, soprattutto, ci sono alcuni ghiacciai che all’improvviso si gonfiano e scendono rapidamente verso valle, cambiando marcia, cambiando ritmo.
 
Come avviene?
Abbiamo in verità due fenomeni distinti. Da una parte un certo numero di ghiacciai che incrementano la loro superficie, probabilmente in relazione ai cambiamenti dell’attività del monsone. Dall’altra altri ghiacciai che si gonfiano rapidamente e altrettanto rapidamente scendono verso valle. Si tratta dei cosiddetti "ghiacchiai onda". Non si conoscono esattamente le cause di questo comportamento, ma in Karakorum ce ne sono parecchi.
 
E’ un fenomeno locale o diffuso anche in altre parti del pianeta?
E’ stato rilevato anche in altre zone: per esempio in  Alaska e in alcune aree delle Svalbaard. E’ legato a situazioni locali di cambiamento della struttura idrica interna al ghiacciaio. Desio ne aveva studiato uno negli anni Cinquanta, sempre in Karakorum, prima della spedizione al K2. Il ghiacciaio era avanzato di colpo, di qualche chilometro in poche settimane. Con il pericolo di laghi e così via…
Quindi la situazione in Karakorum è piuttosto variegata…
Abbiamo qualche decina di ghiacciai che hanno un comportamento diverso rispetto a quello dei ghiacciai del resto del mondo, che sono in regressione. E poi abbiamo un altro gruppo di ghiacchiai, gli "onda", che invece a un certo punto crescono e si scaricano brutalmente verso valle. Il Karakorum è di estremo interesse da questo punto di vista. Qualche collega straniero ne parla come di una zona "anomala" per la dinamica glaciale. Il nostro progetto cercherà di dare un contributo anche a questo tipo di interrogativi. Anche se resterà più finalizzato alle attività di conoscenza da applicare per le popolazioni locali.
 
Sempre a proposito di cambiamento globale: nei giorni scorsi, Carlo d’Inghilterra in visita a Roma ha parlato della necessità di un "rinascimento" ambientale. Cosa ne pensa?
Certamente il concetto in sé è straordinario. Ma sono sempre un po’ titibante di fronte alle applicazioni pratiche dei grandi concetti. Dobbiamo renderci conto che le forze che mettiamo in campo in queste ricerche non sono fini a se stesse. Non si esauriscono nel dire "che bello proteggiamo l’ambiente". Noi stessi siamo ambiente, ne facciamo parte. Capire meglio come funziona il sistema globale dell’ambiente terreste e, soprattutto, tentare di ridurre l’impatto della nostra specie, che chiamiamo forse a torto "homo sapiens sapiens", è sicuramente una cosa meritoria. Capire e roteggere meglio l’ambiente, però, può servire a risolvere i grandi problemi pratici, di sopravvivenza delle persone: non dimentichiamoci che tre quarti dell’umanità soffre anocra la fame.
 
Si parla molto Global Change, ma con versioni contrastanti. Dove sta la verità?
Nessuno studioso onesto può avanzare certezze. Però possiamo fare delle osservazioni. La quasi totalità degli esperti è d’accordo sul fatto che nell’ultimo secolo e mezzo ci sia stato un cambiamento climatico sensibile. Dal 1850 in avanti i dati dicono che la temperatura media del pianeta è cresciuta. Meno certezze abbiamo invece su quel che sta succedendo dal punto di vista delle precipitazioni, perchè sono più difficilemte misurabili e hanno un comportamento più irregolare delle temperature. In più va detto che le variazioni – sia delle temperature, sia delle precipitazioni – non sono uniformi su tutta la Terra. Ci sono zone in cui le temperature sono salite di più, e altre in cui sono salite meno o pochissimo. Lo stesso per
le precipitazioni. Per esempio, nelle zone di montagna e nelle zone polari la temperatura è salita di più che nelle zone equatoriali.
 
Di quanto?
In un secolo e mezzo la temperatura media del pianeta è salita di circa un grado. Mentre nelle zone di montagna, nelle zone artiche e antartiche, è cresciuta di quasi due gradi. Può sembrare poco, ma è un segnale. E un segnale altrettanto forte di quel che sta avvenendo è quello che studiamo noi: ovvero l’enorme regresso glaciale.
 
Cosa dicono i vostri studi?
Dicono che l’incremento della temperature media di un grado, apparentemente insignificante, ha causato la riduzione delle masse glaciali in tutto il mondo di oltre il 50 per cento. Un dato enorme. Le ricerche che stiamo facendo da decenni, inoltre, mostrano che l’accelerazione che c’è stata in questi ultimi vent’anni è una cosa veramente straordinaria. In tempi così rapidi non si era mai vista prima.
 
Immagino che nei vostri studi la tecnologia conti moltissimo?
Certamente. I dati forniti, per esempio, dalla rete Share sono determinanti, a tutti i livelli. Perchè si tratta di una rete internazionale di monitoraggio che propone dati che riguardano parametri meteorologici, qualità dell’aria, spostamenti delle masse d’aria. E’ un aiuto indispensabile per i nostri studi. Per esempio, negli ultimi anni, in talune zone del Karakorum, le stazioni di rilevamento meteo segnalano che non si è avuto un aumento della temperatura, quanto piuttosto una riduzione di qualche decimo di grado. E anche questa è una cosa abbastanza anomala, che dovremo capire meglio.
 
Lo stato dell’ambiente, dunque, si può capire anche attraverso l’analisi dei ghiacciai…
Vede, la criosfera fino a pochi anni fa era considerata una cosa interessante ma chiusa in se stessa. Oggi invece si sta rivelando uno degli indicatori più importanti a livello ambientale. Sia per quello che ci può dire sulle variazioni climatiche, sia come segnalazione di eventi climatici particolari, sia ancora perchè si tratta di un archivio straordinario di come era il clima del passato. E per capire come sarà il clima del futuro dobbiamo avere dati su quello passato. Le perforazioni che si fanno in Antartide, in Groenlandia e sulle Alpi, in Himalaya e in Karakorum sono fondamentali da questo punto di vista.
 
Negli ultimi anni è cambiato anche l’approccio alle ricerche?
Certamente. La gestione internazionale e pluridisciplinare di queste attività è diventata molto importante. Non c’è più solo il geologo che lavora da solo ma si lavora insieme all’agronomo, al climatologo, all’idrologo e così via. Il nostro progetto rispecchia proprio questa tendenza.
 
E’ la stessa tendenza che applicherete in zone più vicine, come sullo Stelvio?
L’Università di Milano e il Comitato Evkcnr sono impegnate anche nel progetto Share Stelvio. Si tratta di portare in Italia le tecnologie e le concezioni che negli ultimi anni hanno dato una prova così straordinaria in zone lontane come Karakorum e Himalaya. Non che sullo Stelvio o sulle Alpi non si facciano monitoraggi: sulle Alpi vengono fatti ormai da un secolo e mezzo, le scienze della montagna d’altronde sono nate qui. Ma stavolta si tratta di creare un pool di studiosi, effettuare monitoraggi strumentali e applicare le concezioni che le spiegavo all’inizio, come è avvenuto in altre zone del pianeta.
 
Perchè proprio lo Stelvio?
Perchè questo Parco nazionale, che il più grande d’Italia, è una zona di alta montagna ma è anche antropizzata. Quindi abbiamo interessi sia di tipo scientifico stretto, sia di tipo applicativo: ovvero la conservazione dell’ambiente da una parte, e la vità quotidiana delle persone che ci abitano, dall’altra. La serie di monitoriaggi che stiamo organizzando sarà d’aiuto per conoscere meglio il clima e l’ambiente del parco. Dall’altro lato, ci fornirà suggerimenti importanti per una corretta gestione ambientale di queste aree.    
 
 
Wainer Preda 

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