Alpinismo

Walter e Simon: non serve dire altro

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BERGAMO — Voglio raccontarvi una storia, oggi. Una storia che è stata su tutte le pagine dei giornali e delle televisioni. Ma che non ho ancora sentito raccontare come l’ho vista io. E l’ho vista da vicino. Finora non c’è stato tempo, modo, opportunità, ma ci tengo a farlo. E’ iniziata con un sogno, spezzata da una tragedia, conclusa in un lieto fine. La storia di tre alpinisti, tre amici, su una montagna che non perdona. Una storia di corse da un capo all’altro del mondo. Di notti in bianco, passate fra sogni e paure. Una storia d’amicizia. Vera. Da raccontare senza ricami e interpretazioni.

E’ la storia di Walter e Simon. Che sul Nanga Parbat sono riusciti, con le loro forze, ad uscire da quel muro di ghiaccio e roccia che per loro rappresentava insieme una trappola e l’unica via di salvezza. Dove hanno dovuto e saputo realizzare il progetto che erano andati a compiere laggiù con Karl. Purtroppo, hanno dovuto finirlo senza di lui e con la morte nel cuore.
 
Dopo il respiro di sollievo di ieri, è doveroso l’inchino di fronte al coraggio dei due alpinisti italiani che, dopo la scomparsa dell’amico e capospedizione, hanno proseguito lungo l’inviolata parete Rakhiot, tra seracchi pensili e complessi tratti di roccia. Una salita stupefacente. Intrapresa perché il dietrofront non era possibile, troppo pericoloso, e realizzata con infinita forza di volontà.
 
Walter e Simon hanno passato 11 giorni in parete, 9 dei quali da soli, fra il tormento per la perdita dell’amico e la consapevolezza di non poter tornare indietro lungo quella maledetta seraccata dove è scomparso. L’unica strada era andare avanti. Senza guardarsi indietro. Per tornare a casa, e per Karl.
 
Hanno superato quella parete fino ad oggi completamente inviolata se non sul suo bordo occidentale, dove era passato Herman Buhl nel lontano 1953. Una parete che solo a guardarla fa aggrovigliare lo stomaco. “Fa paura” è stato il commento di Gnaro Mondinelli dopo il primo sorvolo in elicottero.
 
Qui, Walter e Simon, hanno vissuto una delle peggiori tragedie che possano capitare: la perdita di un amico. E sempre qui hanno aperto la via nuova sognata per settimane insieme a lui. Scrivo d’alpinismo ogni giorno. E li conosco bene. Ma non posso nemmeno immaginare cosa dev’essere stato per loro il viaggio lassù. Rimango di stucco di fronte a chi si permette di spargere giudizi, pareri e presunte verità su questa vicenda senza conoscerla. Magari senza nemmeno aver mai vissuto, nemmeno in qualità di osservatore, nulla del genere. Come se fosse un’avventura ordinaria.
 
Qui di ordinario non c’è proprio niente. Ci sono uomini che hanno compiuto qualcosa di straordinario. Nel nome dell’amicizia. Senza gesta eroiche. Con forza, umiltà e correttezza. E con l’unica preoccupazione che tutto, per quanto possibile, finisse bene. Parlo di Walter e Simon, innanzitutto. Ma anche di chi si è voluto mettere in gioco per potergli dare una mano, senza nemmeno sapere se si poteva fare qualcosa.
 
Ci sono stati giorni di paura, quando dopo l’incidente di Karl ha regnato il silenzio, perché Walter e Simon non potevano comunicare. Giorni di speranza, dopo che Mondinelli è riuscito a lanciare loro il satellitare e dei viveri dall’elicottero. “Quando Gnaro mi ha fatto avere il telefono – ha detto Nones – è stato come avere uno spiraglio di luce nel buio”.
 
Anche io ho sempre pensato che Walter, quello del “ciao ragazza”, del “com’è”, del “te lo trovo io un fidanzato, ti va bene un carabiniere?”, con l’immensa forza della sua semplicità, avrebbe saputo uscirne, e a testa alta. Ma le fatalità possono accadere. La paura era tanta, dopo la scomparsa di Karl. Se fosse successo qualcosa, loro non avrebbero potuto chiedere aiuto. Grazie all’intervento dall’Italia, sono stati messi in condizione di poterlo fare, se necessario. Per il resto hanno fatto da soli. Ma di amico perso, lassù, ce n’era già uno. E l’unica cosa che contava era esser certi di portare a casa gli altri due.
 
Per giorni si è parlato, su tutti i media, di questo incredibile “soccorso”, che poi soccorso non era, perché nessuno ha prelevato di forza qualcuno che stava male. Ma il bello è che adesso non è nemmeno più un semplice soccorso… è "soccorso" più qualche aggettivo. Voluto. Indesiderato. Necessario. Inutile. Esagerato. Efficace. Costoso…
 
Ecco. Costoso. Ma come si fa a rovinare una storia del genere parlando biecamente di soldi, peraltro senza nemmeno informarsi, e perdipiù insinuando – in modo assurdo e maligno – che peseranno sulle tasche dei contribuenti? Una domanda che mi ha lasciato esterrefatta. Sarà che sono ingenua. Sarà che so che Karl, Walter e Simon, non erano sprovveduti, e avevano pensato a un’assicurazione. Mentre chi non ha la più pallida idea di come funzioni l’alpinismo, ma vuole entrare sul palscoscenico per farsi notare, nemmeno ci pensa. 
 
Poi ci sono Gnaro Mondinelli, Maurizio Gallo e Agostino Da Polenza. Non ci hanno pensato due volte a precipitarsi laggiù, a spese loro, fregandosene di tutto, solo per aiutare un amico. Erano pronti a salire in caso di bisogno, ma hanno saputo aspettare al campo base, per lasciare agli amici la possibilità di compiere il progetto di Karl.
 
E’ stata una settimana di notti in bianco per cercare di rendere tempestivo l’aiuto promesso nel momento in cui si fosse reso necessario. Io c’ero. L’ho visto. E l’ho ammirato. Ero qui quando si è scatenato il delirio dei media, che ci ha travolto e che abbiamo provato a fronteggiare nel miglior modo possibile. Non è stato facile, tra la preoccupazione per Walter e lo stordimento per la scomparsa di Karl della quale nemmeno riuscivo a rendermi bene conto per la frenesia degli avvenimenti. Ma continuava a tornarmi in mente la sua voce, la sua risata.
 
Quante volte ho dovuto scrivere di ragazzi scomparsi in alta quota, perché lassù non è possibile aiutare nessuno. Alpinisti abbandonati o scomparsi perché non avevano una radio o un telefono. Non avevano acqua o cibo. Non si aspettavano di essere sopraffatti dalla stanchezza e dall’ipossia. Qualcuno parla di legge non scritta degli ottomila: troppi pericoli, prima di tutto salvare se stessi.
 
Stavolta, per fortuna, questa legge è stata infranta. Come sono state infrante le frontiere per far arrivare un piccolo ma prezioso sacchetto agli amici in difficoltà. Per abbracciarli al ritorno. Fa male vedere che qualcuno, per distinguersi, non ha rispetto per le vite perse, per le vite in pericolo, per il coraggio di mettersi in gioco per aiutare degli amici. Che non avevano chiesto alcun soccorso, è vero. Ma non significa che fosse giusto abbandonarli al loro destino, alle intemperie, alle difficoltà della montagna, al dolore del rientro senza Karl.
 
“Grazie, se non era per voi eravamo ancora in mezzo alla bufera”. Ha detto Walter al telefono ieri pomeriggio. Solo allora mi sono venute le lacrime agli occhi. Ora lui torna a casa, da Manu e dai suoi bimbi. Come Simon. 
 
A me, non serve sapere altro.
 
 
Sara Sottocornola

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