AlpinismoGente di montagna

René Desmaison

“E’ così difficile accettare il nulla… vorresti sapere come stanno le cose in realtà, essere sicuro che tutto non sia un enorme scherzo; ma, per quanto enorme sia, uno scherzo come fa a sopravvivere per millenni? Guarda come sono belle le stelle nel cielo nero, quelle piccole gemme che scintillano, quei piccoli mondi fantastici. Hai il creato qui davanti ai tuoi occhi, intorno a te, su questa stessa montagna che sta prendendoti la vita e che tu non puoi, neppure in questo momento, detestare. E se la verità fosse proprio qui, fra queste piramidi di granito?”

(René Desmaison – Dal libro “342 ore sulle Grandes Jorasses”)

Quando si pensa a lui, si pensa alle grandes courses invernali: dall’Ovest dei Drus alla Nord delle Jorasses (qualche giorno dopo la prima di Bonatti e Zappelli). Dalla Nord dell’Olan al Pilone Centrale di Freney. Dalla via del Linceul alla Direttissima alla Walker, dove passò 14 gelide notti assistendo il suo compagno che moriva per sfinimento. Quelle “342 ore sulle Grandes Jorasses” avrebbero fatto il giro del mondo, ma sono davvero tante le pagine di storia dell’alpinismo cui è legato il nome di René Desmaison.

L’alpinismo di una volta, dove non si rincorrevano i record di velocità e in parete si poteva stare settimane intere, avanzando pochi metri per volta tra il freddo e la fatica. Quando ancora doveva avvenire la rivoluzione dei materiali e il ghiaccio veniva vinto scalinando appigli e appoggi. Ricorrendo a chiodi, staffe e tanta tenacia… La figura di Desmaison è tratteggiata bene, con poche pennellate, da Alessandro Gogna: “Alla fine degli anni Cinquanta e per il decennio successivo fu uno dei maggiori esponenti dell’alpinismo mondiale, per alcuni osservatori inferiore solamente a Walter Bonatti. Il suo alpinismo era quello del secondo dopoguerra, quando si ebbe la prepotente affermazione dei chiodi, anche a espansione, delle giacche in piumino e delle corde in nylon. La strategia diventava così l’assedio di tipo himalayano”.

La vita e l’alpinismo

René Desmaison nasce il 14 aprile 1930 a Bourdeilles (Dordogne, Aquitania). A 13 anni si trasferisce vicino a Parigi, in seguito alla morte della madre. Qui incontra l’alpinista Pierre Kohlmann, che lo fa appassionare all’arrampicata nella foresta di Fontainebleau. Dopo il servizio militare come sergente a Briançon torna a Parigi per fare vari lavoretti, sempre cercando il modo di riuscire ad aver tempo per scalare e andare in montagna. Nel 1954 tra i massi di Fontainebleau conosce il grande Jean Couzy, all’epoca giovane ingegnere aeronautico.

Per inaugurare quella che da subito sarà una cordata forte e affiatata, nel luglio del 1955 scelgono nientemeno che la parete Ovest dei Drus (per la quarta ripetizione della via di Magnone e compagni): la trovano impegnativa e sporca di ghiaccio, arrivando ad esclamare che «se fossimo d’inverno, sarebbe lo stesso». A questa seguiranno tante altre realizzazioni: nell’estate del 1956 risolvono con novanta chiodi il problema della cresta nord dell’Aiguille Noire de Peutérey, e una manciata di giorni dopo, nel Delfinato, aprono in 26 ore la direttissima sulla parete nord-ovest del Pic Olan. Quindi tracciano una via diretta alla Punta Bich sulla parete Ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey (estate 1957) e compiono la prima invernale della parete Ovest dei Drus (inverno 1957). L’anno successivo si recano in Dolomiti, con l’intenzione di affrontare gli strapiombi “stomachevoli” del settore sinistro della parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo: alla fine porteranno a casa “soltanto” la terza ripetizione della via diretta di Hasse e compagni. Sempre nel 1958 si confrontano con l’ultimo problema insoluto sulla grande muraglia della Nord delle Grandes Jorasses, lo spigolo Nord della Punta Margherita: lo risolvono in due giorni, sfruttando una nervatura vinta con 35 chiodi. E chissà quali altri successi avrebbero ottenuto se Couzy non avesse perso prematuramente la vita per una scarica di sassi sulla parete sud-ovest della Créte des Bergers, nel Dévoluy.

Nel 1959, René Desmaison apre con Pierre Mazeaud la Direttissima della Cima Ovest di Lavaredo (via dei Francesi), dedicandola all’amico Jean Couzy. Per l’epoca è un exploit davvero notevole, una sorta di sorpasso da destra di Svizzeri e Scoiattoli di Cortina, che in quel periodo si contendono gli strapiombi della Cima Ovest. La più lunga via in artificiale delle Dolomiti, aperta con cinque bivacchi in parete (su staffe, non proprio il massimo del comfort), che con 320 chiodi più una trentina ad espansione supera direttamente gli enormi tetti della Nord. Giusto per rendere l’idea, viene descritta così dalla nota guida del Berti: «Le difficoltà in artificiale sono grandissime e quasi continue fino all’ultimo tetto; dopo la quarta lunghezza di corda, l’enorme strapiombo impedisce un ritorno a corda doppia; così pure eventuali azioni di salvataggio dall’alto sono possibili soltanto sopra il grande tetto». Insomma, una scalata dove si può contare solo sulle proprie forze.

E poi ci sono le numerosissime prime invernali. Dopo la Ovest dei Drus, infatti, Desmaison percorre con Jean Puiseux, Georges Payot e Fernand Audibert la via Gervasutti sulla parete Nord del Pic d’Olan (inverno del 1961). I quattro alpinisti trovano la parete in pessime condizioni e sono costretti a trascorrervi quattro giorni con altrettanti bivacchi. L’anno seguente partecipa alla spedizione francese in Himalaya al complesso Monte Jannu (7710 m), che tre anni prima aveva respinto gli alpinisti all’altezza del Campo 6. Guidata da Lionel Terray, vi partecipano nomi del calibro di Robert Paragot, Paul Keller, Jean Ravier. E, questa volta, viene conquistata la vetta.

In questo periodo si separa dalla prima moglie e sposa l’attrice Simone Damiani, che lo introduce nel mondo dello spettacolo: inizia qui quella che Alessandro Gogna, nel suo documentatissimo volume “Insieme in vetta”, definisce “mediatizzazione personalistica” di Desmaison: “diventa guida alpina, professore all’École Nationale de Ski et d’Alpinisme, consulente tecnico di materiale da montagna: una star del teatro alpinistico”.

Nel 1963 scala in invernale lo Sperone Walker alle Grandes Jorasses, insieme a Jaques Batkin, ma per pochi giorni non si aggiudica la prima, realizzata da Walter Bonatti con Cosimo Zappelli. Anche in questa salita, però, l’avventura non manca: Desmaison e Batkin vengono sorpresi dalla tempesta a metà via, decidono comunque di continuare e raggiungono la cima lottando con tutte le loro forze. A questa impresa segue una solitaria davvero notevole, sempre sulla Ovest dei Drus.

Un luogo cui Desmaison è legato ormai a doppio filo, dato che vi torna nell’agosto del 1966 per un’operazione funambolica di cui avrebbe parlato il mondo intero: con Mick Burke, Gary Hemming e altri trae in salvo due tedeschi bloccati sulla Ovest del Petit Dru, nel cuore del Monte Bianco, combattendo con imprevisti e maltempo. Questa impresa di fatto sottolinea il fallimento dei soccorritori ufficiali e la Compagnia delle Guide di Chamonix accusa Desmaison di aver escogitato una trovata pubblicitaria, espellendolo. Ne seguirà una serie di polemiche e accuse… Come osserva Enrico Camanni nel suo “Alpi ribelli”, questo episodio rappresenta uno spartiacque: “È una sorprendente allegoria della rivoluzione culturale del Sessantotto. La precede di un paio d’anni e ne anticipa la sceneggiatura. Ci sono già tutti gli ingredienti: autorità, senso del dovere e dell’ubbidienza da un lato; anarchia, creatività e disubbidienza dall’altro. Il mondo diviso in due: chi è troppo vecchio per capire i giovani, chi è troppo giovane per sopportare i vecchi. Il potere ne esce con le ossa rotte; i disubbidienti hanno già il mondo nelle mani”.

Nell’inverno del 1967, Desmaison realizza uno dei suoi più importanti exploit, con la prima invernale del Pilone Centrale del Freney, in cordata con Robert Flematti. Basta pensare alle alte difficoltà tecniche che questa salita presenta già d’estate, oltre all’impegno fisico del peso degli zaini e del lunghissimo avvicinamento, per cogliere la portata di questa impresa d’inverno, definita da Gogna non a caso “una delle più stupefacenti dimostrazioni d’audacia e di preparazione psicofisica che l’alpinismo ci abbia dato”.

L’anno seguente apre la via del Linceul sulle Grandes Jorasses, compiendo un’impresa grandissima con tecniche e materiali ancora ignari dell’imminente rivoluzione della piolet traction. Per raccontare la scalata, Desmaison firma un contratto con Radio Luxembourg: è la prima diretta radiofonica di una salita in montagna. Un passo mediatico epocale, più di trent’anni prima di internet e dei telefoni satellitari. Come racconterà lui stesso ad “Alp” nel 2006: “C’erano due tecnici al rifugio Leschaux e un ponte radio con La Flegère. Partiamo, facciamo centocinquanta metri di dislivello e si mette a nevicare, un tempo da lupi. Dico ai due che sono al Leschaux che io tornerei giù con loro ad aspettare il bel tempo. Eh no! Troppo comodo! Gli ascoltatori vogliono sentirti tremare dal freddo lassù… Così abbiamo cominciato a stare tre giorni su un gradino scavato nel ghiaccio, con i sacchi da bivacco che si coprivano di neve ad aspettare il bel tempo… E c’era sempre quel maledetto collegamento radio: ogni volta ci voleva un’ora solo per attivarlo, abbiamo passato più tempo a litigare con quella radio che ad arrampicare”.

Nel febbraio del 1971, parte per aprire una nuova via sullo Sperone Walker delle Grandes Jorasses insieme alla giovane guida alpina Serge Gousseault. Ma la cordata incontra vari problemi e deve rallentare la salita. A soli 80 metri dalla cima, con le corde danneggiate per una caduta di sassi, vengono bloccati da una tremenda tempesta. Dopo dodici giorni di battaglia in parete, Gousseault muore per sfinimento. Desmaison non vuole abbandonarlo e, soprattutto, non se la sente di tentare un’uscita disperata da solo («Non ne avevo più voglia, ero sfinito e Serge era morto»). Verrà recuperato dopo altri tre giorni, ormai allo stremo delle forze, con una delicata operazione di salvataggio. È ancora l’ennesima miccia per le polemiche, ma Desmaison non si dà per vinto e spiazza tutti compiendo dopo un anno un’incredibile prima solitaria dell’integrale di Peuterey. Quindi, nel gennaio del 1973, decide di onorare la memoria del compagno, terminando l’impresa sullo Sperone Walker (in compagnia di Michel Claret e Giorgio Bertone). Racconterà tutta la vicenda in un libro che ha segnato un’epoca: “342 ore sulle Grandes Jorasses”.

A partire dal 1973 Desmaison si butta in una nuova avventura in Sud America, dove compie 17 spedizioni (tra cui quella alla complicatissima parete Sud del Huandoy, nella Cordillera Blanca peruviana). Solo nel 2005 ottiene di essere reintegrato nella Compagnia delle Guide di Chamonix. Trascorre l’ultimo periodo della sua vita in una villa nel borgo di Cadenet, immerso nella campagna del Luberon, a una dozzina di chilometri dalla falesia di Buoux. Qualche mese prima di morire (a Marsiglia il 28 settembre 2007), descriveva così le sue attività: “Fino a pochi anni fa ho fatto la guida, con clienti che via via diventavano sempre meno clienti e sempre più amici… Qui vicino c’è la Sainte Victoire, mi piace fare qualche passeggiata e anche qualche arrampicata, sovente da solo, perché i miei amici sono tutti morti o sono vecchi. A Chamonix e sul Bianco non vado più, ci sono andato troppo, ci ho lasciato troppo di me lassù. Ma questa primavera, a giugno, ho in programma la Sud degli Ecrins”.

E a chi malignava additando le sue collaborazioni con le aziende di materiali come consulente tecnico (Desmaison è stato uno dei primi a firmare contratti di questo tipo), rispondeva: “Non bisogna pensare che lo facessi per il denaro, non è che allora rendesse molto. Ma mi è sempre piaciuto lavorare con le ditte. Nel ‘58, con Pierre Mazeaud, al ritorno dalla direttissima alla Cima Ovest di Lavaredo, dove passammo giorni e giorni appesi ai chiodi, abbiamo messo a punto la prima imbragatura da arrampicata. Allora ci si legava direttamente con la corda: andammo dalla ditta Rivory Joanny che la produsse, i primi modelli erano color cachi perché li adottò l’esercito. I nostri amici ci prendevano in giro: legarsi in quel modo era considerato poco virile. Sempre in quegli anni avevo studiato per le Forges Leborgne la prima piccozza con manico metallico”. Poi, certo, il “brand” Desmaison funzionava, eccome. E, oltre ai materiali, c’erano i film, gli autografi sui libri, le partecipazioni ai programmi televisivi, le conferenze che gli occupavano almeno tre mesi di agenda… “Ma René Desmaison naturalmente non ha rappresentato solo polemiche e spettacolo”, ha ricordato recentemente la guida François Damilano: “È l’autore di oltre mille salite, tra cui 144 prime. Oisans, Dévoluy, Dolomiti, Monte Bianco, Himalaya, Ande: nessuna parete è sfuggita al talento dello scalatore. Ancora oggi, ripetere una via di Desmaison significa riconfermare il suo livello tecnico e la sua ricerca dell’ingaggio. Significa mettersi alla prova sfidando le pareti più strapiombanti. Ancora oggi, leggere René Desmaison è essere ispirati, è sentire la grana della roccia e il gelo che mordono la carne, è lasciare che il proprio spirito si innalzi tra le sferzate del vento delle vette”.

Libri

  • La montagna a mani nude, René Desmaison, Cda & Vivalda, 2000 (prima edizione italiana Dall’Oglio, 1973)
  • 342 ore sulle Grandes Lorasses, René Desmaison, Corbaccio, 2007 (prima edizione italiana Dall’Oglio, 1973)
  • Forze della Montagna, René Desmaison, Corbccio, 2009
  • Professionista del vuoto, René Desmaison, Dall’Oglio, 1980

Film

  • Les étoiles de midi, di Jacques Ertaud e Marcel Ichac (FR 1959)
  • Le Pilier du Frêney, di René Desmaison e René Vernadet (FR 1968)
  • Le drame des Grandes Jorasses, di Jacques Ertaud (FR 1971)
  • La face nord des Grandes Jorasses. Combat pour une hivernale, di René Desmaison (FR 1974)
  • Le Devoluy – Montagne de lumière, di René Desmaison (FR 1978)
  • Les Andes vertigineuses, di René Desmaison (FR 1980)
  • L’arête est du Chopicalqui, di René Desmaison (FR 1983)
  • Chacraraju – Montagne des Andes, di René Desmaison (FR 1984)
  • Portrait de René Desmaison, di Bernard Choquet e Bernard Dumont (FR 1986)
  • Au royaume du Mt Blanc, di René Desmaison (FR 1988)
  • Les conquerants de l’impossible. René Desmaison, di Bernard Dumont (FR 2010)
  • René Desmaison – La passion des Hautes Alpes, di Pascal Desmaison e Gilles Charensol (FR 2013)

Mi sono sentito sempre estremamente fragile davanti agli elementi della montagna: da un lato, uno scheletro con la carne intorno, dall’altro, forze su cui ci si strofina, la roccia, il ghiaccio, le tempeste.

(René Desmaison)

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2 Commenti

  1. Come risultato di consulenza tecnica abbigliamento,ricordo una giacca a vento firmata internamente in etichetta “consigliata da Rene’Desmaison. Tessuto di tela dicotone antistrappo a colori vivaci, con un amico ne trovammo 2 in offerta speciale.Una gialla ed una azzurra .Il difetto era nel cappuccio applicato a bottoni metallici a pressione..spesso su 4 se ne staccavano 3 e si rischiava di perderlo per strada ed allora decidemmo di cucirlo con filo forte di cotone doppia passata a macchina. Ricordo che una volta la neve poco compatta in un canalino ripido mi parti’ sotto i piedi e l’amico che stava accanto saldo su roccette mitrattenne al volo afferrandomi per ..il capuccio gia’ cucito. altrimenti… Da allora le giacche comprate dopo l’estrema usura della prima, iper rattoppata , sempre con capuccio integrale

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