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La moda del cashmere minaccia il leopardo delle nevi

Leopardo delle nevi
Leopardo delle nevi

NEW YORK, Stati Uniti — Il crescente mercato del cashmere nell’Asia centrale, nei territori di Cina, Tibet, India e Mongolia, costituisce una seria minaccia per il leopardo delle nevi e altre specie a rischio, come cammelli battriani e antilopi tibetane. Lo dice uno studio pubblicato il 18 luglio scorso sulla rivista Conservation Biology, secondo cui l’aumento delle greggi di capre altera gli habitat e gli equilibri in cui vivono gli animali.

La ricerca, promossa dalla Wildlife Conservation Society (WCS) con sede a New York e dallo Snow Leopard di Seattle, si intitola “Globalization of the Cashmere Market and the Decline of Large Mammals in Central Asia”. Alla base della questione, secondo lo studio, ci sarebbe la crescente richiesta di cashmere a livello globale, e il conseguente aumento delle greggi nei territori dell’Asia centrale: tale incremento del numero dei capi di bestiame starebbe provocando uno squilibrio nell’habitat e nella catena alimentare per altri animali, tra cui appunto leopardi delle nevi, cammelli battriani e antilopi tibetane, vale a dire specie già a rischio.

Un numero più alto di capre mangia più vegetazione, togliendola ad altri animali erbivori, quali per esempio gli ungulati. Gli ungulati sono a loro volta preda dei leopardi delle nevi: “Il numero di leopardi delle nevi che un’area è in grado di sostenere è direttamente proporzionale al numero di ungulati presenti – spiega Charudutt Mishra dello Snow Leopard Trust secondo quanto riferito dal National Geographic -; perciò, se mancano gli erbivori, i leopardi finiscono per aggredire il bestiame, e gli allevatori al loro volta li uccidono per vendetta”.

I leopardi delle nevi poi, non sarebbero le uniche vittime delle esigenze dell’industria della moda. Tra gli altri animali che subiscono le conseguenze dell’alterazione degli equilibri, ci sarebbero infatti anche saighe, gazzelle e yak selvatici.

Stando alla ricerca, il 90 per cento del cashmere mondiale sarebbe ad oggi prodotto dalle mandrie di capre che pascolano nelle praterie di Cina e Mongolia. Secondo i dati riportati dalla BBC negli ultimi 20 anni il numero di capi nell’Asia centrale sarebbe praticamente triplicato: nella sola Mongolia i 5 milioni di capre del 1990 sarebbero cresciuti a 14 milioni nel 2010.

Lo sviluppo di questa pastorizia starebbe portando grossi benefici alle economie locali, ma al contempo anche conseguenze non immediatamente evidenti sull’equilibrio naturale. Gli scienziati, vorrebbero quindi cercare una soluzione che concili i due aspetti della questione, soluzione che potrebbe trovarsi nella promozione della diversificazione dell’economia.

“Gli allevatori vogliono un buon tenore di vita, cercano di fare soldi, né più né meno come tutti noi – ha spiegato infatti al National Geographic uno dei ricercatori, Joel Berger della WCS e della University of Montana -. Dobbiamo cercare di trovare una soluzione in accordo con loro e con l’industria della moda”.

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