AlpinismoAlta quota

Prima Kangchenjunga e poi Nanga Parbat, intervista a Marco Confortola

I bagagli sono pronti a partire, Marco anche. Destinazione: prima il Nepal, dopo il Pakistan. Inizia una nuova stagione himalayana per Marco Confortola, il cacciatore di Ottomila alla ricerca del suo sogno: salire tutte e 14 le montagne più alte della Terra. Dopo il successo sul Gasherbrum II, nell’estate 2019, gliene mancano solo più tre. Gasherbrum I, Kangchenjunga e Nanga Parbat. Proprio questi ultimi due saranno i suoi obiettivi per la stagione che sta per prendere l’avvio.

Marco, prima il Kangchenjunga e dopo il Nanga Parbat giusto?

“Esatto, prima il Kangchenjunga. Una montagna che conosco bene, dove ho dovuto rinunciare per ben due volte a causa di problemi con il freddo ai piedi. Devo stare molto attento alle sensazioni, perché un altro congelamento non me lo posso permettere. Per me significherebbe smettere di vivere.”

In che senso?

“Visti i trascorsi ho paura del freddo che potrei patire ai piedi. Dopo le amputazioni che ho subito sento freddo anche sulle montagne di casa, devo prestare molta attenzione a questo fattore. Non posso permettermi un’altra amputazione, se dovesse succedere significherebbe non solo non camminare più, ma anche dover fare tante rinunce, cambiare drasticamente vita.”

Non temi le difficoltà tecniche?

“No, conosco le montagne e so concepire il rischio. Quando manca la sicurezza mi giro indietro e torno a casa.”

Per proteggerti dal freddo adotti qualche misura di sicurezza?

“Lo sponsor di scarpe che mi supporta ha il calco dei miei piedi e su questi costruiscono modelli studiati appositamente per me. Fanno un lavoro eccezionale, in continua evoluzione.”

Dopo il Kangchenjunga la tua spedizione continuerà sul Nanga Parbat, in Pakistan. È la prima volta sulla nona montagna della Terra…

“Si, la prima volta. Fino a oggi l’ho solo vista dall’aereo volando verso Skardu da Islamabad. Ho intenzione di seguire la via Kinshofer, via di cui ho letto molto e su cui mi sono documentato.”

Quello del Nanga Parbat di solito è un nome che incute timore, che effetto ha su di te?

“Ogni montagna va rispettata e avvicinata con umiltà. A volte, quando vengono meno le condizioni di sicurezza, bisogna essere lucidi e rinunciare. Altre volte si ringrazia la montagna per averti permesso di passare.

Del Kangchenjunga si parla sempre poco, ma sui suoi fianchi hanno perso la vita alpinisti preparati e forti come Benoît Chamoux e Wanda Rutkiewicz. È una montagna molto tecnica, da vivere dopo un’attenta preparazione e con molto allenamento. Poi, come cambia il Gran Zebrù, cambiano anche le montagne del mondo. L’innalzamento della temperatura media terrestre sta trasformando le cime di casa come quelle himalayane. Bisogna adattarsi alla situazione e trovare la via giusta, quella più sicura.”

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