Kongde Ri, nuova via sulla parete nord per Hangweyrer, Ritzl e Muck
Elias Hangweyrer, Jakob Ritzl e Maximilian Muck hanno aperto Edge of Patience (M7+, A2, AI6, R) sulla parete nord del Kongde Ri (6.187 m). Dopo un primo tentativo fallito a soli cento metri dall'uscita, il trio è tornato sulla montagna completando una linea diretta nel cuore della parete.
Ci sono montagne che concedono una seconda possibilità. E ce ne sono altre che sembrano fare di tutto per impedirla. Il Kongde Ri, seimila himalayano di 6187 metri che domina la valle del Khumbu, appartiene probabilmente alla seconda categoria. Eppure Elias Hangweyrer, Jakob Ritzl e Maximilian Muck sono riusciti a trovare un passaggio dove per anni sembrava non essercene uno, aprendo una nuova via sulla grande parete nord della montagna.
La linea, battezzata Edge of Patience, supera la parte centrale della parete con difficoltà fino a M7+, A2, AI6 e un marcato impegno psicologico. Un itinerario che nasce da una domanda tanto semplice quanto ambiziosa: “Perché non esiste una via che attraversi la parte centrale della parete?”.
“Quella domanda ci era rimasta in testa fin dalla prima volta che avevamo osservato la montagna”, raccontano gli alpinisti. “La parete era estremamente ripida, estremamente compatta e sembrava quasi impossibile immaginare che potesse esistere una linea in grado di attraversarla”.
Il primo tentativo
Il primo tentativo sembrava destinato a trasformarsi in una sconfitta. Hangweyrer e Muck, con Ritzl bloccato al campo base da problemi di salute, si sono spinti fino a circa cento metri dall’uscita della parete. Quattro giorni di arrampicata e bivacchi sospesi, prima di dover rinunciare.
“Improvvisamente abbiamo capito la vera dimensione del progetto”, ha scritto Hangweyrer. “Era più grande, più ripido e più serio di quanto avessimo immaginato. Non eravamo nemmeno sicuri di essere pronti per una parete del genere“. Durante la lunga discesa in doppia il dubbio era uno solo: sarebbero mai tornati lassù?
Dopo quel tentativo, il progetto sembrava ormai compromesso. L’aumento delle temperature aveva peggiorato le condizioni del ghiaccio e il gruppo era convinto che la stagione fosse ormai sfumata. Poi, però, il meteo ha cambiato le carte in tavola.
Una perturbazione ha portato il calo termico che gli alpinisti stavano aspettando. Da quel momento è iniziata una lunga attesa al campo base. Giorni e settimane trascorsi osservando le previsioni, valutando obiettivi alternativi e persino l’ipotesi di concludere la spedizione in anticipo. “È stata soprattutto una prova di pazienza”, spiegano. “Continuavamo a chiederci se si sarebbe aperta un’altra finestra di bel tempo. Pensavamo a possibili alternative, ma dentro di noi continuavamo a desiderare quella parete”.
Il secondo tentativo
L’occasione è arrivata appena una settimana prima del volo di rientro. Questa volta la cordata era al completo. Un giorno di avvicinamento, cinque giorni sulla parete e un giorno intero di calate per rientrare alla base.
L’arrampicata si è rivelata estremamente impegnativa. La roccia, molto compatta, offriva poche possibilità di protezione e le condizioni del ghiaccio si sono dimostrate spesso inadeguate per procedere in libera. In diversi tratti gli alpinisti sono stati costretti a ricorrere all’arrampicata artificiale. “Dal punto di vista fisico e mentale è stata una delle esperienze più dure che abbiamo mai vissuto in montagna“, raccontano. “La parete non ci ha regalato assolutamente nulla, dal primo all’ultimo metro”.
Nonostante tutto, il progetto ha funzionato. La cordata è riuscita ad aprire una linea diretta attraverso il grande muro centrale, proprio la sezione che sembrava respingere ogni tentativo. E anche negli ultimi metri la montagna ha continuato a opporre resistenza. “Fino alla fine non sapevamo se la parete ci avrebbe lasciato passare. Negli ultimi trenta metri abbiamo dovuto traversare per trovare una via d’uscita“. Poi, finalmente, il pendio sommitale. “Il sollievo che ho provato quando ho messo piede sul campo di neve della vetta è impossibile da descrivere”, scrive Hangweyrer. “Non sono riuscito a trattenermi e ho iniziato a urlare”.
Un’esplosione di emozione che ha segnato la conclusione di una salita lunga settimane, fatta di rinunce, attese e ritorni. Una nuova via che aggiunge un tassello importante all’alpinismo esplorativo himalayano dimostrando e confermando come esista una dimensione parallela a quella dei grandi Ottomila dove poter mettere alla prova immaginazione, determinazione e pazienza.















