Gente di montagna

Elizabeth Hawley

“Se avevo bisogno di informazioni per una scalata su vette di 8000 metri è a lei che mi rivolgevo”

Reinhold Messner

Pur nella varietà delle sue discipline e delle sue trasformazioni nel tempo, l’andare in montagna sembra avere questa regola costante e invariabile: l’alpinismo è uno sport senza arbitri. Se nel calcio “rigore è quando l’arbitro fischia”, nel mondo della scalata non ci sono elementi terzi cui si attribuisca l’autorità di decidere chi vince e chi perde o come sono andate le cose nel confronto fra l’alpinista e la vetta. La parola degli scalatori è “sacra”, si suole dire, e questo non significa certo che gli alpinisti non mentano, quanto piuttosto che alle loro stesse parole, e non ad altro, è affidata la responsabilità morale di testimoniare il vero. Questa è la regola. Ma si sa, ogni regola ha la sua eccezione. In alpinismo l’eccezione ha un nome e un cognome e sono quelli di Elizabeth Hawley, la donna che non ha mai messo piede su una vetta, ma che, grazie alla sagacia delle sue indagini e all’immenso lavoro di documentazione e ricerca concretizzato nell’Himalayan Database, ha assunto agli occhi della comunità internazionale dei climber il ruolo indiscusso di arbitro delle partite che si disputano sulle cime più alte del Pianeta.

La vita

Elizabeth Hawley nasce a Chicago, nello stato americano dell’Illinois, nel 1923. Studia all’Università del Michigan, dove si laurea in letteratura inglese nel 1946. Negli anni giovanili la montagna non compare minimamente fra i suoi interessi, anzi, è un’amante del mare e dei climi temperati, così differenti da quello della città dove è nata.

Dopo la laurea si dedica alla carriera di ricercatrice e giornalista, lavorando per la rivista newyorkese “Fortune”, che si occupa di studi in campo economico. La svolta improvvisa e avventurosa nella sua vita arriva nel 1957. Annoiata del suo lavoro “da scrivania” decide di licenziarsi e spendere tutti i suoi risparmi in un viaggio di due anni intorno al mondo, che la porta dall’Europa al Medio Oriente, fino all’Asia meridionale. Qui visita l’India e poi il Nepal, paese dal quale rimane profondamente impressionata, tanto che, nel 1959, decide di trasferirsi lì in pianta stabile, nell’appartamento di Dilli Bazar che diverrà la sua casa per tutti gli anni a venire.

Quello è un momento storico per il paese himalayano, rimasto sostanzialmente isolato dal mondo per oltre un secolo e che si sta finalmente affacciando al XX secolo, con le prime elezioni democratiche concesse dalla dinastia regnante. Elizabeth diviene un’osservatrice privilegiata e attenta di questi cambiamenti e la sua collaborazione presto si rivela preziosa per le redazioni dei media occidentali. Diviene infatti corrispondente locale del TIME, per passare poi all’agenzia di stampa Reuters, nel 1962.

Il suo incontro con il mondo dell’alpinismo avviene nel 1963, quando una spedizione americana realizza la prima traversata dell’Everest salendo l’inviolata cresta ovest, per poi scendere dalla cresta sud-est e il Colle Sud. La Hawley segue l’evento in esclusiva e, come lei stessa confermerà in seguito, capisce subito che l’alpinismo sarà una parte molto importante del suo lavoro.

È l’intuizione di una personalità decisamente intraprendente e coraggiosa, se si pensa al fatto che, a quei tempi, l’alpinismo – tanto quello praticato, quanto quello raccontato – era una realtà quasi esclusivamente maschile.

Da buona giornalista Elizabeth sa stabilire contatti e relazioni di fiducia con referenti e “informatori” autorevoli, personalità del calibro di Jimmy Roberts, colonnello dell’esercito inglese, nonché alpinista, che nel 1964 fonda la prima agenzia di trekking del mondo, e Sir Edmund Hillary, con il quale collabora sin dagli Anni 60 alla gestione dell’Himalayan Trust, l’organizzazione umanitaria dedicata alla raccolta di fondi per costruire ospedali, scuole, ponti, asili e borse di studio per la popolazione della regione dell’Everest.

Subito dopo quella prima esperienza con la spedizione del ’63 la Hawley comincia a dedicarsi in modo sistematico a seguire la cronache delle scalate nell’area dell’Himalaya (sia in Nepal che in Tibet) e del Karakorum. Ha così origine quella straordinaria e sistematica raccolta di informazioni che negli anni diventerà il celebre Himalayan Database, che farà di lei un’autorità indiscussa sia in termini di conoscenza della storia alpinistica delle montagne più alte del mondo, sia come “arbitro” della veridicità delle affermazioni degli stessi scalatori in merito alle vette raggiunte.

Elizabeth Hawley è stata per 20 anni console onorario in Nepal per la Nuova Zelanda, ruolo per il quale, nel 2004, ha ricevuto il prestigioso riconoscimento della Queen’s Service Medal for Public Service. Nel 1998 è stata insignita della medaglia della King Albert I Memorial Foundation per i servizi all’alpinismo ed è stata la prima persona a ricevere il Sagarmatha National Award dal governo nepalese.

La sua lunga vita di costanti ricerche e indagini si è conclusa il 26 gennaio del 2018, all’età di 94 anni, nella casa di Kathmandu dove abitava dal 1960.

Il Database dell’Himalaya

L’Himalayan Database a cui Elizabeth Hawley ha dato vita, sviluppandolo lungo tutto il corso della sua esistenza non è un semplice archivio che annota i risultati delle spedizioni alpinistiche così come gli scalatori le hanno raccontate, ma una sorta di immenso dossier giornalistico.

Lo si potrebbe definire una gigantesca inchiesta, estesa su decine di anni e che, attraverso più di 7000 interviste, raccoglie e analizza informazioni dettagliate su oltre 20000 ascensioni di circa 460 vette nepalesi, comprese quelle che confinano con Cina e India. Sono proprio il piglio giornalistico, l’acutezza delle sue osservazioni e ricerche e il sistematico lavoro di archiviazione e catalogazione ad aver costruito negli anni l’autorevolezza indiscussa della Hawley e della sua opera.

Infatti, pur non avendo alcuna ufficialità istituzionale, l’Himalayan Database è divenuto il “testo sacro” su cui è scritta vera la storia dell’alpinismo fra le grandi montagne dell’Asia. Il giudizio della Hawley è divenuto determinante per orientare l’opinione della comunità internazionale degli alpinisti rispetto alle veridicità delle dichiarazioni in merito alle vette raggiunte.

Dalle sue ricerche e valutazioni sono nate celebri controversie e polemiche, che hanno influenzato la carriera di molti scalatori.

Si pensi ad esempio alla salita del Lhotse compiuta da Sergio Martini e Fausto De Stefani nel 1987 e poi contestata dalla Hawley. Per poter essere inserito di diritto fra i salitori di tutti i 14 Ottomila Martini dovette ripetere l’ascensione nel 2000. Cosa che non fece De Stefani, il cui nome, infatti, non figura fra le liste dei detentori della “Corona degli 8000”.

Altro caso scottante è stato quello della coreana Oh Eun-sun, alla quale l’implacabile Elizabeth contestò le prove fotografiche esibite a dimostrazione della salita del Kangchenjunga, privandola del record di prima donna in cima ai 14 Ottomila. La stessa alpinista in seguito ammise la “truffa”, consegnando definitivamente il primato alla basca Edurne Pasaban.

Il temibile giudizio della Hawley non ha risparmiato neppure un mostro sacro come lo statunitense Ed Viestrus, “costretto” a ripetere la scalata dello Shisha Pangma, di cui aveva in precedenza raggiunto la Cima Middle, di pochi metri più bassa rispetto alla vetta vera e propria.

L’Himalayan Database e l’immensa biblioteca di Elizabeth Hawley sono stati lasciati in eredità all’American Alpine Club, che oggi continua l’opera di verifica e registrazione delle ascensioni.

Curiosità

Nel 2008 l’alpinista François Damilano ha scalato una vetta di 6182 metri ancora inviolata nel gruppo del Dhaulagiri, che ha battezzato in suo onore con il nome di Peak Hawley. Nel 2014 la denominazione è stata ufficialmente riconosciuta anche dal governo nepalese.

Libri

Ti telefono a Kathmandu. La storia di Elizabeth Hawley, Bernadette McDonald, CDA & VIVALDA, 2007

Film

Keeper of the Mountains, Allison Otto, 2013, 25′

 

“Sebbene siano le autorità che dovrebbero farlo, non sono così rigorose o accurate come Miss Hawley. Uno dei suoi più grandi contributi è mantenere onesti gli alpinisti”.

Dawa Steven Sherpa

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