Storia dell'alpinismo

Bonatti e Oggioni sul Pilastro Rosso di Brouillard

Non avrei mai intrapreso la scalata del Pilastro Rosso sapendo che mi avrebbe riservato un accoglienza quasi tragica; però neppure l’avrei fatta se lo stesso Pilastro non fosse esistito così com’è: bello, romantico e misterioso nel suo fascino”. È “La Grande Bellezza” interpretata con mezzo secolo di anticipo da Walter Bonatti sulle sue montagne, nell’intercalare dei “movimenti” dello spartito della natura.

Il Pilastro Rosso di Brouillard è una altissima colonna di granito rosso che sorregge la calotta glaciale del Monte Bianco. Per raggiungerlo è necessario risalire per 7 ore l’inferno di ghiaccio del Brouillard, dove “tante sono le difficoltà e i pericoli”, che con il sorgere del sole al quale è esposto “diventa una spaventosa trappola pronta a scattare”.

Primo tentativo

Sono gli ultimi giorni di giugno e Bonatti è con Andrea Oggioni, il coetaneo alpinisticamente più intimo e fidato. La natura li avvolge e li include nella sua totale bellezza mentre salgono alla capanna Gamba, sotto l’Aiguille Noire. Dedica due intere pagine ne “Le mie montagne” alla descrizione di questo “movimento” di estasi, pace, del grande respiro della natura e dell’uomo e lo fa col piglio convincente che gli è proprio nella descrizione tecnica di una via.

Dopo poche ore di riposo, alla ripartenza, l’ambiente cambia, è il “movimento” dell’orrido sublime, difficile e pericoloso del ghiacciaio del Brouillard che subito gli scarica addosso le rovine di un enorme seracco. Si è passati dalla contemplazione all’adrenalina. “Quando ritorna la calma, parecchi secondi dopo, le gambe non ci reggono per lo spavento”.

Schiarisce e il sole non tarda a colpire la massa informe di blocchi gelati tenuti insieme dal freddo. La via è sbarrata da profonde fenditure e bisogna rischiare: un ponte di neve fragile li sorregge e li porta alla base del canalone che origina in alto al colle Emile Rey. Il calore dei raggi inizia a fare il proprio lavoro e i sassi sibilano attorno ai due giovani alpinisti, alle 8.00, in pieno sole, raggiungono la base del Pilastro.

La realtà, come spesso accade sulle grandi montagne, supera le previsioni e la parete, ora che ci hanno messo sopra le mani, diventa grande, s’allunga e s’allarga e il diedro d’attacco, prognosticato di 8 metri, diventa tre volte tanto. Ci vogliono due ore per superarlo, ma oltre si entra nel terzo “movimento” quello del mondo incantato della “Grande Bellezza” delle montagne, quello verticale della roccia, dell’intima relazione che l’uomo istaura con il granito su cui sale, danza, si divincola, fa l’amore.

Erano su “una magnifica parete di magnifico protogino le cui fenditure offrono una varietà ed eleganza di passaggi veramente degni delle più classiche scalate su roccia”, scriverà Bonatti. Solo parole indispensabile tra i due compagni di scalata, fino alle 18.00 quando le nebbie li avvolgono mentre approdano a un buon terrazzino a 4100 metri di quota. Sopra di loro ci sono ancora 150 di Pilastro verticale e già assaporano l’intimo piacere della vittoria.

Ma la montagna riserva ai due il suo “quarto movimento”: come in un videogame “game over”, si ricomincia in un altro mondo. Nevica.

Walter, che nonostante il freddo siderale si era assopito, riprende coscienza con la sensazione di essere avvolto nella bambagia, tira fuori la testa dal sacco e scopre d’esser nel frattempo proiettato nel mondo della tempesta. “Il nemico più temuto dell’alta montagna e particolarmente sul Piastro Rosso si è scatenato e il destino ha voluto che l’orribile trappola sia scattata nel punto più critico di tutto la scalata” racconta Bonatti. È mezzanotte e l’orrore si fa strada insieme alla paura. “Credo che solo un condannato a morte potrebbe comprendere la tragedia da me vissuta quella notte… Mi vedevo ora appeso alle corde nel vuoto, su pareti impossibili e sbattuto dalla tormenta, ora travolto dalle valanghe, ora precipitato in un crepaccio”.

Si scende. Quinto “movimento”: la rinuncia e la sconfitta.

Le corde doppie si susseguono sul Pilastro e poi nel canale. Il ghiacciaio, il buio delle nuvole cupe, le slavine non si contano più; tutto diventa atrocemente pericoloso, instabile, pericolosamente profondo, freddo e feroce, la neve un muro dentro il quale scavare trincee. Solo uomini che sanno costruire nel loro cervello una barriera protettiva alla loro determinazione di vivere tornano a casa. Finalmente raggiungono la capanna Gamba, sono le 22 e si infilano sotto le coperte. Non è finita, ma domani saranno a Courmayeur. Sono sfuggiti al sesto e ultimo “movimento”: la morte.

Dopo una simile avventura quale ragione potrebbe ancora indurci a ritornare sul Pilastro Rosso?” Si chiede Bonatti.

Secondo tentativo

La sera del 3 luglio, dopo tre giorni di bel tempo, Bonatti e Oggioni sono di nuovo alla capanna Gamba, calda e asciutta. Ma il colore del tramonto non li convince e scendono in paese. Il ben tempo rimane e tornano su, non fa freddo e questo li impensierisce. Sono guardinghi e timorosi come dei gatti che ci han lasciato lo zampino. A mezzanotte ripartono.

Di nuovo il secondo “movimento”, il Brulliard, dove trovano pezzi della loro traccia, tutto procede bene. Ecco il terzo “movimento”: la parete. Un crollo di ghiaccio dall’alto li colpisce. Oggioni è ferito e sanguina, ma tutto finisce lì, si va avanti.

Alle 18,30 del 5 luglio hanno scalato la parete e sono sulla punta del Pilastro, dopo una formidabile, bella ed esaltante arrampicata. Il tempo è splendido, vorrebbero salire al Picco Luigi Amedeo, ma si fermano “per rispetto” al Pilastro appena salito. Fanno alcune foto lungo la cresta rocciosa e scendendo poi in doppia a una selletta, dove attrezzano la piazzola per la notte.

Bonatti è in allerta, quasi un presentimento, e scruta il cielo. Oggioni dorme tranquillo. Le stelle scompaiono dietro un velo di umidità che diventa sempre più consistente come il rammarico di non aver proseguito al Picco Amedeo. Walter sveglia Oggioni, che però si rimette a dormire scatenando la rabbia di Bonatti che lo accusa di essere un incosciente. Finalmente alle 5.10 di mattina son pronti.

Quarto “movimento”: “A levante sulle montagne del Vallese, una ridda di fulmini: si è scatenato l’uragano, che appare nel cielo come un mostruoso polipo che, dopo aver sprizzato il suo nero inchiostro, si agita furiosamente lasciando intravvedere i suoi rossastri tentacoli”.

Alle 8.00 i due sono sul Picco Amedeo, le raffiche gelate li investono e ripartono per la cresta del Bruillard che li porterà in vetta al Monte Bianco da dove potranno “facilmente” scendere su versante francese. Ma la montagna li inchioda lanciandogli addosso fulmini e scariche elettriche. Scappano, buttano le piccozze, tentano di ripararsi. Le nuvole corrono veloci radenti il pendio, la visibilità è scarsa. Un attimo di tregua e riprendono in mano con timore gli attrezzi di ferro e putano di traverso alla cima evitando le cornici, ma dura poco e la grandine e i fulmini tornano a martoriarli. “Siamo semplicemente terrorizzati e quasi con rassegnazione stiamo immobili, accucciati nella neve che ci ricopre… Come ci si sente miseri e fragili in questi momenti, com’è facile morire senza poter neanche poter lottare! Quando la natura si scatena veramente non c’è forza. Né tecnica, né volontà umana che possano competere”. Una gran lezione della quale tener sempre conto.

Puntano alle rocce del Monte Bianco, che intravvedono a tratti: la vetta e la capanna Vallot, poco sotto sul versante francese rappresentano la salvezza, il problema è come orientarsi per arrivarci. A momenti non comprendono la loro direzione, comminano a zig-zag nell’apatia del loro cervello che trascina il corpo dolente nella bufera. La loro determinazione a vivere è però come un nocciolo duro che li protegge.

Bonatti vede una coturnice, che diventa la colomba di Mosè: la insegue. Come è possibile che il pennuto sia sulla vetta al Bianco? E in effetti quello di Bonatti è un abbaglio: sono le orme degli scarponi impresse nella neve dura della cima spazzata dal vento che la tiene pulita dalla neve. Capisce, gioiscono: “Siamo in vetta!” urla Oggioni. Da lì, sul versante nord, la bufera sembra affievolirsi e per lo meno dei fulmini rimane solo il rombo ormai lontano. Vagabondano due ore, scambiano la Vallot per un seracco, poi trovano la porta e sono salvi. Vorrei saper esprimere un inno di gratitudine scriverà Bonatti.

La splendida via aperta in questi giorni da Della Bordella, Cazzanelli e Ratti sul Pilastro Rasso de Brouillard è la dimostrazione che questa parete per la sua struttura e localizzazione è riservata ai fuoriclasse dell’arrampicata, innamorati della montagna. Certo, oggi le previsioni meteo aiutano parecchio, se non altro ad evitare le bufere.

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