Storia dell'alpinismo

Nanga Parbat 1970-2020. Reinhold Messner racconta l’avventura e la tragedia di mezzo secolo fa

Il più noto alpinista himalayano di tutti i tempi nasce alla fine di giugno del 1970 sul Nanga Parbat, in tre giornate di vittoria e di morte. Reinhold Messner, che non ha ancora compiuto 26 anni, è un asso dell’arrampicata dolomitica, ma è alla sua prima esperienza su un “ottomila”. Suo fratello Günther, suo compagno di cordata sul Sass dla Crusc’, sulla Nord del Pelmo e su tante altre pareti, ne ha compiuti da poco 24. 

Tra gli alpinisti ero già noto, per il resto ero ancora un ragazzo” racconta oggi Reinhold Messner, che ha appena finito di montare un film dedicato al Nanga Parbat. “Nell’autunno del 1969, quando Karl Maria Herrligkoffler mi ha invitato a tentare con la sua spedizione la parete Rupal del Nanga, una gigantesca muraglia mai salita, sono rimasto incredulo, poi ho accettato con gioia. La mia felicità è cresciuta quando l’invito è stato esteso a Günther”. 

Nella storia dell’alpinismo himalayano, le settimane tra la primavera e l’estate del 1970 segnano un grande balzo in avanti. Prima, per decenni, le spedizioni più forti hanno tentato e salito le vie normali degli “ottomila”. L’ultimo, lo Shishapangma, è stato vinto solo nel 1964 da un team cinese. Ora, come tra l’Otto e il Novecento sulle Alpi, l’attenzione dei migliori alpinisti si sposta sulle grandi pareti. Il 27 maggio Dougal Haston e Don Whillans, cordata di punta del team britannico diretto da Chris Bonington, arrivano sugli 8091 metri dell’Annapurna salendo per la prima volta la gigantesca parete Sud. La muraglia che il Nanga Parbat rivolge verso la valle di Rupal e i suoi pascoli è ancora più alta (oltre 4000 metri dalla base), e altrettanto ripida e selvaggia. 

La spedizione del 1970 ha completamente cambiato la mia vita. Ero poco più di un ragazzo, e ho scoperto il dolore e la morte. Ero un arrampicatore molto bravo, ma i congelamenti e le successive amputazioni delle dita dei piedi hanno bloccato la mia carriera sulla roccia” prosegue Messner, che dopo essere stato il re degli “ottomila” è diventato un imprenditore culturale e un regista famoso. La scomparsa di Günther sulla parete Diamir, quando avevo iniziato a credere che saremmo riusciti a salvarci, è stata un colpo tremendo. Più tardi, le bugie di Herrligkoffer e degli altri membri del team sono state altrettanto dolorose” continua Reinhold Messner.  Nei giorni successivi alla vittoria sulla parete Rupal e alla morte di mio fratello ho scoperto anche il cinismo dei media. Ancora nel 2003, quando ero un personaggio famoso e un parlamentare europeo, il settimanale tedesco Der Spiegel ha pubblicato la versione degli altri, calunniandomi, senza chiedere la mia versione. A chiudere la discussione sono state una causa in tribunale, che ho vinto, e il ritrovamento dei resti di Günther ai piedi della parete di Diamir”. 

La storia della spedizione del 1970 al Nanga Parbat è famosa, ma merita di essere raccontata ancora una volta.Era la fine di giugno, il tempo stava peggiorando, ho proposto a Herrligkoffer di preparare sia un tentativo di tre alpinisti sia un mio tentativo solitario, che sarebbe stato più veloce. L’accordo era di decidere la sera del 26 giugno, all’ultimo campo sulla parete Rupal” prosegue Messner. Le radio pesavano cinque chili, in alto non le avevamo. Se le previsioni meteo da Lahore fossero state buone, dal campo-base dovevano sparare un razzo blu, con il meteo cattivo il razzo sarebbe stato rosso. Invece il bollettino della sera era buono, ma Herrligkoffer ha sparato lo stesso quello rosso. Poi ha detto di essersi sbagliato”. 

Reinhold, come da accordi in caso di maltempo, parte da solo dall’ultimo campo, sale per ore, poi viene raggiunto dal fratello che è partito senza il permesso del capo. I due non hanno né piumini, né una tenda, né una corda. Arrivano sugli 8125 metri della cima nel pomeriggio del 27 giugno, scendono per un tratto, bivaccano in una forcella sulla cresta sommitale del Nanga. Günther è esausto, sta male. L’indomani, quando Reinhold vede che la seconda cordata, formata da Felix Kuen e Peter Scholz, sale verso la cima senza cercarli, decide che l’unica possibilità di salvezza è scendere per il versante Diamir, meno ripido ma battuto da colossali valanghe. I due fratelli di Funes percorrono slegati la parete in direzione del difficile Sperone Mummery, bivaccano. 

Il 29 giugno, quando credono di avercela fatta, Günther resta indietro e scompare. Reinhold lo cerca per un giorno e una notte, alla fine rinuncia, esce dal ghiacciaio, si accascia, viene soccorso da un gruppo di montanari. Qualche giorno dopo, sulla strada per Gilgit, ritrova Herrligkoffer e gli altri, che hanno dato i fratelli Messner per morti e sono partiti per tornare in Germania.  

Dopo quell’esperienza, come ho detto e scritto molte volte, la mia vita è cambiata. Ho superato il dolore, mi sono dedicato all’alpinismo himalayano e poi a spedizioni in altre zone. Nella mia vita, però, il Nanga Parbat è rimasto importante” racconta Reinhold. Nel 1978, otto anni dopo la tragedia, torna sugli 8125 metri della cima, aprendo in solitaria una nuova via sulla parete Diamir. 

Il mio rapporto con il Nanga non è fatto solo di alpinismo continua il signore degli “ottomila”. “Ho pagato per anni i montanari di Diamir perché cercassero i resti di mio fratello. Ci sono riusciti nel 2005, trentacinque anni dopo la tragedia, e l’analisi del DNA ha dimostrato che si trattava di Günther”. La ricerca dei resti del fratello, però, è solo una parte del rapporto di Reinhold con il Nanga. “Nelle valli intorno alla montagna, con la Messner Foundation, ho costruito e aiuto a funzionare quattro scuole, e una è riservata alle ragazze. Sono un montanaro anch’io, so che molti di quei giovani dovranno spostarsi in città, se lo faranno senza saper leggere e scrivere diventeranno degli schiavi. Per le giovani donne questo è ancora più vero”.

Poi, però, il Messner montanaro lascia di nuovo il posto al Messner alpinista, e che racconta l’alpinismo. “Le norme contro il COVID-19 mi impediscono di tenere una commemorazione ufficiale. Tra gennaio e febbraio, prima del lockdown, in quattro serate in Germania ho parlato soprattutto del Nanga Parbat e di Günther” racconta. Poi c’è il cinema, che è diventato la nuova passione e il nuovo lavoro di Messner. Nel 2010 il regista bavarese Joseph Vilsmaier, scomparso da pochi mesi, ha dedicato il suo Nanga Parbat alla conquista della parete Rupal e alla scomparsa di Günther Messner. Poi Reinhold ha dedicato pellicole all’Ama Dablam, al Monte Kenya, alla Cima Grande di Lavaredo. 

Il mio ultimo film è dedicato al Nanga Parbat. S’intitola ‘Diamir, Reinhold Messner racconta la tragedia’, ho appena finito di montare la versione tedesca, più tardi arriverà anche in Italia. Abbiamo girato in Pakistan nel 2019, sono riuscito ad avere e a utilizzare i filmati originali della spedizione del 1970. Come gli altri miei lavori, è in parte un documentario e in parte un film”. Il filo che lega Reinhold Messner al Nanga Parbat è impossibile da spezzare.   

Articoli correlati

Un commento

  1. Reinhold Messmer ist ein sehr guter hervorragender bis heute gewesen!
    Was Herrlingkofer und seine Kameraden über Reinhold gesagt, geschrieben haben ist erstunken und erlogen basta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to top button
Close