BikeOutdoor

Soul Silk, un lungo viaggio a pedali dall’Italia alla Cina. Sesta puntata: dal Little Chimgan al Pik Lenin

Prosegue l’avventura di Yanez Borella, maestro di snowboard e ultrarunner, e Giacomo Meneghello, fotografo di montagna, impegnati nel progetto “Soul Silk”: ripercorrere in e-bike la Via della Seta, dall’Italia alla Cina, salendo una cima per ognuno degli Stati attraversati. Un viaggio di circa 100 giorni, oltre 10.000 km di strada e un numero incalcolabile di metri di dislivello. Il tutto trainando due carretti muniti di pannelli fotovoltaici, per ricaricare le batterie delle bici, e contenenti tutto ciò che può servire per affrontare in autosufficienza la lunga e impegnativa impresa.

La spedizione “Soul Silk”, di cui Montagna.TV è media partner, è nata dalla voglia di dimostrare che inseguire i propri sogni è possibile, basta avere il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort e mettersi in gioco. Dimostrando che è ancora possibile vivere viaggi e avventure vere, non solo “surrogati” preparati per noi.

La partenza dall’Italia è avvenuta il 19 aprile. I due viaggiatori hanno ora percorso il tratto dalla vetta del Little Chimgan, in Uzbekistan, al campo base del Pik Lenin, nella regione del Pamir al confine tra Tagikistan e Kirghizistan. Ecco il loro racconto:

La mappa di “Soul Silk”, un lungo viaggio a pedali dall’Italia alla Cina

Lasciate alle nostre spalle le montagne dell’Uzbekistan, facciamo ritorno nella calda pianura, puntando in direzione del confine kirghizo. Un percorso insidioso che, dopo aver affrontato un passo di oltre 2mila metri, ci conduce in una zona militarizzata lungo la via che rappresenta il principale collegamento con l’area nord-orientale dell’Uzbekistan. Affiancati da camion e vetture di ogni sorta, decidiamo di fare una deviazione verso Margilan, città uzbeka che la leggenda vuole sia stata fondata da Alessandro Magno, sede della Yodgorlik Silk Factory, una storica fabbrica di seta aperta al pubblico. Un luogo in cui si respira da vicino la storia della produzione del prezioso tessuto, che qui avviene ancora secondo metodi artigianali. Conclusa la breve sosta culturale, ci dirigiamo verso la cittadina kirghiza di Osh. Malvolentieri abbandoniamo qui i nostri carretti, croce e delizia di questo viaggio, in quanto con un simile ingombro non riusciremmo ad affrontare la Pamir Highway e raggiungere il campo base del Pik Lenin. Decisamente alleggeriti, percorriamo 185 km affrontando tre passi, di cui due in alta quota: il Taldyk Pass (3.615 m) e il 40 Let Kyrgyzstan Pass (3.550 m). Raggiungiamo così Sary Tash, un piccolo villaggio circondato dalle montagne del Pamir, reso caratteristico dalle colorate yurte e dai tanti cavalli al pascolo. La gente del posto è eccezionale, caratterizzata da una genuinità che in Occidente stiamo perdendo.

Da Sary Tash ci dirigiamo a Sary Mogul (2.900 m circa), località in corrispondenza della quale termina la strada asfaltata. Percorrendo 20 km su sterrato raggiungiamo il lago di Tulpar. Anche la strada sterrata termina e si trasforma in sentiero. Quella che percorsa a piedi risulterebbe un’agevole passeggiata di alcuni chilometri, diventa un faticoso ostacolo in sella alle nostre bici da strada che pesano 40 kg. Naturalmente ad accompagnarci c’è anche una bella pioggia, pronta a trasformare il terreno in fango scivoloso.

Arriviamo finalmente al campo base del Pik Lenin, che con i suoi 7.134 m rappresenta la seconda vetta più alta del Kirghizistan dopo il Pik Pobeda e la seconda nella regione del Pamir dopo il Pik Ismail Samani (ex Picco del Comunismo). Una montagna mappata in tempi relativamente recenti, nel 1871 dall’esploratore russo Aleksej Fedčenko, e inizialmente chiamata Monte Kaufmann in onore dell’allora governatore del Turkestan, Konstantin Petrovič von Kaufmann. Solo nel 1928, anno della prima spedizione russo-tedesca che ne raggiunse la vetta (messa poi in dubbio), venne ribattezzato Pik Lenin in onore del rivoluzionario e politico russo. In realtà la prima salita dimostrabile risale al 1934, ad opera di tre alpinisti sovietici.

Nel corso del Novecento è stato teatro di due tragedie maggiori. La prima nel 1974, quando una cordata di otto donne perì a causa di una tempesta a pochi passi dalla cima. La seconda nel 1990, quando un terremoto causò una valanga che uccise 43 dei 45 alpinisti al campo base.

Si tratta di un settemila senza particolari difficoltà tecniche, il cui versante nord è di fatto un enorme pendio di neve e ghiaccio, ma lungo il quale bisogna muoversi con cautela sia per i forti venti in quota sia per il semplice fatto che qui gli elicotteri non volano neanche a campo base.

Prima di iniziare a salire ai campi alti ci tocca attendere per un giorno intero i due colleghi italiani che si uniranno a noi in questa spedizione, il cui volo è stato annullato. Trascorriamo insieme la notte del 1° luglio al campo base e il giorno successivo ci dirigiamo verso il campo avanzato (C1), affrontando una salita di 14 km e 1.000 metri circa di dislivello lungo un pendio ancora parzialmente innevato. Lungo il percorso incontriamo molti alpinisti, alcuni escursionisti e diversi portatori con cavalli al seguito. Dal campo 1 (4.400 m) il giorno seguente raggiungiamo lo Yuhina peak (5.100 m), una bella cima panoramica utile per l’acclimatamento. All’indomani, sia per non forzare troppo con la quota e preso atto del maltempo in arrivo, facciamo ritorno al campo base. Il meteo avverso ci fa restare fermi per 3 giorni, poi finalmente si riparte per il C1. Stavolta proseguiamo fino a C2, portando con gran fatica in quota tende, fornelli e tutto il materiale necessario per l’ascesa. Ancora una volta il meteo ci costringe a modificare i piani ma, dopo pochi giorni di pazienza, sfruttando una finestra di bel tempo si parte per un primo tentativo di vetta. Il programma prevede di pernottare a C3 (6.100 m) e poi salire fino ai 7.134 m del Pik Lenin. Purtroppo lungo la cresta ovest ci coglie un vento fortissimo. La montagna ci sta dicendo di non proseguire. Arrivati a 6.800 m decidiamo cautamente di assecondarla. Dopo una notte trascorsa nuovamente al campo 2, le previsioni preannunciano giorni instabili e vento forte in quota. Cosa fare? Il tempo scorre e la nostra meta è ancora lontana. Decidiamo di tornare al C1 e poi al campo base, con un po’ di rammarico. È ora di chiudere in un cassetto questa sconfitta e tornare a guardare verso est. Dove ci attende il lungo deserto cinese.

Leggi le precedenti puntate:

  1. Dalla Marmolada alla Croazia
  2. Dalla Croazia a Istanbul
  3. Da Istanbul alla vetta dell’Erciyes
  4. Da Kayseri a Tbilisi
  5. Da Tbilisi alla vetta del Little Chimgan
Tags

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to top button
Close