Filip Babicz e la traversata delle Grandes Jorasses: “Solo una ricognizione. Il vero obiettivo è la velocità”
Una traversata no-stop dalla chiesa di Chamonix a quella di Courmayeur affrontando lo Sperone Walker. Il battesimo di Filip Babicz sulle Grandes Jorasses è una meticolosa ricognizione by fair means che prelude a una nuova sfida contro il cronometro.
Da Chamonix a Courmayeur, unendo due culle dell’alpinismo attraverso una via classica e leggendaria su una delle pareti nord più severe delle Alpi: la via Cassin allo Sperone Walker sulle Grandes Jorasses (Monte Bianco). È la “Nonstop Traverse” firmata da Filip Babicz, alpinista italo-polacco classe 1982 e atleta del Centro Sportivo Esercito, compiuta tra il 4 e il 5 luglio 2026. Cresciuto a Zakopane con una solida base agonistica, dal 2015 Babicz ha ridefinito i limiti dell’alpinismo fast & light, collezionando record impressionanti come l’Integralissima di Peuterey in 17 ore, il Grand Capucin in 49 minuti e il concatenamento delle quattro creste del Cervino in meno di 8 ore.
Scattata a mezzanotte di sabato dalla chiesa di Chamonix, l’avventura ha visto Babicz e il compagno di cordata Olivier Gajewski attaccare la parete alle 7:30. I due hanno affrontato la variante originale della via, passando dal mitico Diedro Cassin, in pessime condizioni, bagnato e anche ghiacciato, per oltrepassare la cornice strapiombante della cresta sommitale in 12h30′ dalla crepaccia terminale. Dopo una complessa discesa fino al Rifugio Boccalatte, Babicz ha completato gli ultimi chilometri in solitaria nella notte, chiudendo i 33 km totali a Courmayeur alle 3:30 di domenica mattina. Ma per chi come Filip è abituato a cercare la perfezione della linea e della velocità, quest’avventura può rappresentare un traguardo? Come ci ha confessato in questa intervista, la risposta è chiaramente no: la traversata è stata una ricognizione. Il vero obiettivo è tornare sullo Sperone Walker per spingere il cronometro al limite.
Filip, questa avventura ha rappresentato per te una prima volta assoluta sulle Grandes Jorasses. Come è nata l’idea di cimentarti in una traversata così complessa come ‘battesimo’ su questa vetta?
Come testimonia la mia carriera alpinistica, ho una grande passione per le vie classiche, che sono vie leggendarie, mitiche. Pertanto, mi è venuto naturale puntare allo Sperone Walker per il mio primo approccio a Les Grandes Jorasses. Quando mi trovo ad affrontare per la prima volta vie classiche cerco sempre, per quanto possibile, di ripeterle nella loro versione originale, come ad esempio mi è capitato lo scorso anno sulla Comici della Cima Grande di Lavaredo, che ho affrontato integralmente, fino in cima e non senza difficoltà: gli ultimi tiri si svolgono nei camini bagnati un po’ friabili, che non sale più nessuno, dove mi sono tagliato anche una corda con un sasso. È stato un mio modo personale di omaggiare la storica salita di Comici. Ho voluto seguire lo stesso approccio sulle Grandes Jorasses: scegliere uno stile puro per omaggiare una via iconica, e la traversata by fair means – di villaggio in villaggio, senza prendere il trenino a cremagliera, ma basandosi solo sui propri mezzi – mi è sembrata una buona opzione. Una scelta su cui ha giocato un ruolo chiave la figura di Kilian Jornet, la cui traversata del massiccio, condotta in direzione opposta lungo la cresta dell’Innominata, è stata per me fonte di ispirazione.
È un errore di interpretazione o tra le righe si intuisce che avessi immaginato di realizzare questa traversata in solitaria?
Poteva essere una solitaria, è vero. Ero già pronto a partire da solo ma nel frattempo ho cercato dei compagni interessati. Stiamo però parlando di un’ascensione impegnativa e in questi casi capita spesso che il sogno di realizzarla ci sia, ma quando arriva l’occasione di andare, ecco che arriva la rinuncia. Olivier ha deciso all’ultimo minuto di unirsi ed è stata una fortuna, perché per lui non è stata una prima volta, aveva già affrontato lo sperone qualche anno fa, e questa esperienza è stata di grande supporto. Magari nel salire da solo avrei potuto finire per dovermi ritirare perché è comunque una via lunga, infinita, e in solitaria, se si usa la corda, la progressione diventa molto lenta.
Nel post hai raccontato dell’arrivo al rifugio come di un momento in cui una voce nel profondo ti ha spinto a non fermarti. Avevi messo in conto l’evenienza di abbandonare l’idea della traversata, accontentandoti di aver affrontato lo Sperone?
Assolutamente no, nella mia mente non esisteva proprio l’opzione B. Avevo in mente il mio progetto che partiva dalla chiesa di Chamonix e arrivava alla Chiesa di Courmayeur, all’interno del quale il rifugio Boccalatte si inseriva come una tappa. Un po’ come se, nel corso di una maratona si pensasse di fermarsi all’ultimo chilometro. Mi rendo conto che sia una visione particolare, diversa ad esempio da quella di Olivier, che ha scelto di fermarsi a dormire al rifugio. Eravamo entrambi stanchi e sono certo che, se avesse proseguito con me, stanchezza a parte avrebbe completato anche lui la traversata, ma non era per lui fondamentale.
È un bell’esempio di condivisione nel rispetto della libertà del singolo in quota.
Ovviamente va da sé che non l’avrei mai abbandonato in mezzo alla montagna! È una scelta che abbiamo potuto fare perché eravamo arrivati al rifugio.
Andiamo alla domanda cruciale: cosa ci riserva il futuro? Pare chiaro dalla conclusione del tuo messaggio condiviso sui social che la traversata sia stata un inizio.
La traversata ha rappresentato quella che definirei una ricognizione. Anche in questo caso, dobbiamo riconoscere che nel mondo della montagna c’è una variabilità di visioni: c’è chi preferisce ripetere una via una sola volta, collezionare vette, io invece ho un approccio un po’ atipico. Lo Sperone Walker rientra in quelle vie su cui si torna di rado una seconda o terza volta, ma la mia visione è diversa: sulle vie mi piace cercare la perfezione. La traversata ha rappresentato un bel modo per fare il primo giro ma il vero obiettivo è un altro. Chi mi conosce sa che amo lo stile fast and light, pertanto voglio tornare sulla via e vedere cosa sono in grado di fare.














