“È Tiziano Cantalamessa!”: come un rullino perso tra le rocce ha unito generazioni attraverso i social
Sepolto per quarant'anni tra le rocce della Torre di Jesi, un vecchio rullino fotografico torna alla luce e diventa protagonista di un'indagine collettiva, in cui i social si trasformano in una macchina del tempo per restituire un'identità ai protagonisti di una storia d'altri tempi. E non è un film.
Un arrampicatore è impegnato in un’uscita sulla Torre di Jesi, nelle Gole di Frasassi (Marche), quando nota, sepolto sotto alcune rocce in un anfratto, un vecchio rullino fotografico. È finito, malandato, consumato dal tempo, chissà da quanti anni rimasto lì, custode silenzioso in balia delle stagioni, del sole torrido dell’estate e del gelo pungente dell’inverno. Ci sarà modo di recuperare le memorie in esso conservate e risalire ai protagonisti di una vecchia storia?
Quella che potrebbe sembrare a una rapida lettura la trama di un film è in realtà una vicenda realmente accaduta, nei giorni scorsi, in grado di ricordarci quanto la montagna rappresenti la scenografia perfetta di racconti senza tempo. Un mondo fatto di roccia e di legami profondi, capaci di superare persino l’effimero della vita umana.
Il ritrovamento e la sfida del filmmaker Paolo Bacchi
Il nome dello scopritore del rullino è Lorenzo Rossetti, geologo e arrampicatore, che decide di fotografare il cimelio e inviare lo scatto su WhatsApp all’amico Paolo Bacchi, filmmaker marchigiano. A Paolo il luogo del ritrovamento non è nuovo: dodici anni prima vi aveva girato un documentario sulla disciplina dell’highline. Inizialmente, accarezza l’idea che quel rullino potesse appartenere proprio alla sua vecchia troupe. Una rapida verifica con gli amici smentisce l’ipotesi: la pellicola rimasta tra gli anfratti è un vecchio Kodachrome o Ektachrome a diapositive.
Ma una storia del genere non si può semplicemente lasciar andare. Paolo decide di prendere in custodia il rullino e lo porta in uno dei pochi laboratori specializzati in stampe rimasti in Italia. Dopo due settimane di attesa, arriva il verdetto dello sviluppo: le prime immagini appaiono nere, divorate dal tempo, ma poi qualcosa controluce emerge. Compaiono scatti virati al verdognolo, macchiati, bruciati dal sole, che ritraggono un gruppo di alpinisti esperti, immagini di quella che sembrerebbe essere un’esercitazione con elicottero e momenti conviviali al ristorante.
Paolo decide di sfruttare la tecnologia del presente, utilizzando l’intelligenza artificiale per ripulire gli scatti e tentare di restituire un’identità a quei volti sbiaditi. Lancia quindi un appello social tramite un video reel: “Aiutateci a riportare a casa questi ricordi”.
La Community si mobilita: i volti ritrovati
Quello che appariva come un caso affascinante ma complesso, sepolto tra le vette dell’Appennino da oltre 30 anni, si trasforma in un incredibile gioco di squadra. La rete, spesso criticata per le sue derive negative, si riscopre un mezzo potente, potentemente positivo, in grado di accorciare le distanze spazio-temporali.
Gli indizi iniziano a emergere rapidamente, incrociando memorie e ricordi di chi quelle pareti le frequentava negli anni Ottanta e di chi in quei volti sbiaditi riesce a riconoscere amici e parenti. Cominciano a saltare fuori i primi nomi dei protagonisti immortalati su quella pellicola: Tiziano Cantalamessa, Franco Farina, Annarita Tomboletti, Franchino Franceschi. Una preziosa testimonianza, fornita da Quinto Balducci (all’epoca responsabile della stazione del Soccorso Alpino di Fabriano), aiuta anche a circoscrivere la tempistica e il contesto degli scatti, riconducendoli a un’esercitazione del Soccorso Alpino svoltasi proprio tra le rocce di Frasassi.
Ma a sciogliere definitivamente ogni dubbio, mentre il video-appello del regista Paolo Bacchi superava 3 milioni di visualizzazioni in poco più di 24 ore, è stato un messaggio denso di commozione inviato da Renata Nardinocchi, moglie di Tiziano Cantalamessa, un personaggio andato via troppo in fretta ma rimasto impresso nella memoria verticale dell’Appennino.
Renata ha confermato di riconoscere, in quelle diapositive vecchie di oltre trent’anni, non solo il marito ma anche suoi storici compagni di cordata, quali Franchino Franceschi e Franco Farina. “Una carezza sul cuore” è la sensazione provata nel rivedere scene andate perdute, riportate alla luce con un pizzico di fortuna e la grande intuizione di condividere la scoperta fortuita di Lorenzo in un video destinato a volare tra le vette d’Italia.
Tiziano Cantalamessa: il “Bonatti” di Ascoli Piceno
Il nome che riemerge con più forza dall’oscurità di quel rullino è quello di una vera leggenda d’Appennino: Tiziano Cantalamessa. Nato nel 1956 ad Ascoli Piceno, Tiziano non è stato solo un arrampicatore straordinario, ma un uomo capace di scelte di vita radicali e controcorrente.
Aveva iniziato a lavorare come operaio in fabbrica, ma quel posto fisso gli andava stretto. Così aveva deciso di lasciarlo per fare l’allevatore di mucche insieme alla moglie Renata, sulle colline teramane. La sua vita divenne un incastro perfetto e folle tra il lavoro in campagna e il richiamo irresistibile della roccia, con memorabili e fulminee fughe, dai Sibillini alle pareti del Gran Sasso. Cantalamessa ha letteralmente riscritto i canoni dell’alpinismo del Centro-Sud tracciando, spesso insieme a Franchino Franceschi, le prime vie di settimo grado tra le vette dei Sibillini. Ma il suo terreno d’elezione restava il Paretone del Gran Sasso, teatro di imprese invernali ed estive. Successivamente, la passione per la montagna lo spinse a fare un altro passo non facile: lasciare la vita da allevatore per diventare Guida Alpina professionista.
Si spinse anche oltre l’Appennino e oltre l’Italia, tra le grandi vette del mondo, sempre accompagnato da una forza fisica e mentale fuori dal comune. Come ricorda con affetto l’amico Massimo Marcheggiani, autore del libro “Tu non conosci Tiziano”, in Patagonia salirono l’iconico Fitz Roy in appena 26 ore consecutive tra andata e ritorno dal campo base. In Himalaya conquistarono l’inviolato e tecnico Baghirat Karak (6702 m) dopo cinque durissimi bivacchi consecutivi in parete, per poi tentare una nuova linea sulla parete Rupal del Nanga Parbat.
Marcheggiani lo ha definito nel suo scritto “il nostro Walter Bonatti”. Non solo perché era il più forte, ma per la sua genuina ricchezza umana, per le risate fragorose con cui arricchiva le notti in bivacco e per quella straordinaria semplicità. A fermare questo spirito libero fu un tragico incidente, il 12 maggio del 1999, durante un lavoro di disgaggio per la messa in sicurezza di una scarpata nelle Marche.
C’è ancora speranza
In un presente in cui le piattaforme digitali sono spesso associate a risvolti negativi, quali la promozione di modalità di fruizione della montagna non sostenibili, non rispettose dell’etica stessa che caratterizza il mondo dell’alta quota – questa storia daha regalato al mondo della montagna italiana una visione insolita e pulita.
Tra i numerosi messaggi comparsi a commento della condivisione sui social di Paolo Bacchi, spicca un commento che racchiude il senso profondo di questa avventura digitale: “Quando vedo ste cose sui social, penso che c’è ancora speranza”.







