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Alpinismo

Nives Meroi a caccia dell’Everest

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TARVISIO, Udine — I suoi occhi di ghiaccio puntano dritti sulla Nord dell’Everest. Una cima che potrebbe portarla in testa alla gara per un traguardo leggendario, mai raggiunto da nessuna donna: la scalata dei 14 ottomila della Terra. Nives Meroi racconta la sua sfida a Montagna.tv.

Nives, quando partirai per l’Everest?
Il 2 aprile. Mamma mia, manca pochissimo…
 
In quanti sarete?
Io, mio marito Romano Benet e Fabrizio Mannetta, una guida alpina del Monte Rosa. Ha salito il Makalu qualche tempo fa, ed ha una buona esperienza d’alta quota.
 
A che punto siete con i preparativi?
Un disastro! A parte gli scherzi. Si cerca di allenarsi con costanza, e ora sto preparando il materiale per il cargo. Il solito tran tran, come ogni anno. E come ogni anno sto correndo come una matta, perchè ho l’acqua alla gola. Ogni volta mi riprometto di organizzare per tempo e invece è sempre peggio…
 
Da dove salirete?
Dal Colle Nord, versante tibetano.
 
Hai già tentato la salita all’Everest, prima d’ora?
Sì, sempre da Nord, nel tragico 1996. Eravamo arrivati a 8000 metri ma le condizioni erano brutte e così siamo tornati a casa. Fu un’estate un po’ maledetta: sul versante sud ci furono 16 morti, ma anche sulla Nord non mancarono gli incidenti. Morirono credo 5 persone, una bella strage anche lì. Speriamo che stavolta vada meglio!
 
Hai sentito che, sullo stesso versante, ci saranno un olandese che tenterà di salire in pantaloncini e un norvegese senza braccia deciso a superare i suoi limiti?
No, non lo sapevo… Bella questa dei pantaloncini corti! Ma queste persone non sono alpinisti, lo dichiarano loro stessi. Per loro l’Everest diventa uno strumento per arrivare a qualcos’altro. Non è salire una montagna, è solo una proiezione dei loro desideri. L’Everest è la montagna più alta, la più rappresentativa. E’ specchio anche di quella che è la nostra società, con tutti i pro, i contro e le stranezze.
 
Pensi che questo tipo di avventurieri possa costituire un pericolo anche per gli altri, in parete?
Visto il livello di professionalità che offrono le spedizioni commerciali oggi (un cliente è sempre seguito per quanto ne so io, da 2 sherpa e 1 guida occidentale) sono certa che saranno ben assistiti. Poi, è logico che un assembramento concentrato su una via potrebbe creare degli intoppi. Ma l’assalto è sempre più tecnologico, asettico e ben organizzato.
 
L’Everest sarebbe il tuo nono ottomila. Che effetto ti fa l’idea di diventare la prima donna a salire i 14 ottomila?
A me interessa continuare a viaggiare insieme a Romano, e finchè ho la fortuna e la possibilità di poterlo fare sono contenta così. Non mi faccio coinvolgere più di tanto da questa "corsa" o da velleità competitive, anche perchè sono convinta che per vivere bene l’alpinismo bisogna liberarsi da tutti questi schemi mentali. Arrivare lì e dover a tutti i costi mantenere il primato della donna con il maggior numero di ottomila, è sicuramente un atteggiamento negativo. Non ti permette di essere in armonia con quello che fai.
 
Non senti la "concorrenza" con Edurne Pasaban e Gerlinde Kaltenbrunner?
No, secondo me non può essere considerata una gara, perchè per essere tale dovrebbe avere condizioni uguali per tutti i concorrenti, e in Himalaya non è possibile. Riconosco che la cosa, proposta in questa maniera, è più vendibile, ma secondo me è un discorso troppo semplificato.
 
Le conosci? Avete mai parlato di questa vostra "presunta" gara?
Edurne l’ho incrociata solo una volta. Gerlinde l’ho conosciuta all’aeroporto tornando da una spedizione. Ogni tanto ci scriviamo email, ci raccontiamo come va, mi sembra una persona veramente in gamba. Ma non abbiamo mai toccato il problema della sfida che c’è fra di noi, parliamo di altre cose.
 
Nives Meroi è nata a Bergamo che la scorsa estate è stata la prima donna italiana a mettere piede sul culmine di quella piramide perfetta che è il K2. Nel suo palmares himalayano ci sono il Dhaulagiri, (8.167 metri), il Lhotse (8.516 metri), lo Shisha Pangma (cima middle 8.046 metri), il Cho Oyu (8.202 metri), il Nanga Parbat (8.125 metri) e la triade Gasherbrum I (8.035 metri) – Gasherbrum II (8.068 metri) – Broad Peak (8.047), scalata nell’arco di venti giorni soltanto, e il K2 (8.611 metri). Tutti scalati insieme al marito Romano Benet, senza ossigeno e con lo stile più leggero possibile. 
 
Sara Sottocornola
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