Gente di montagna

Tanti auguri a Don Giovanni Gnifetti, il prete alpinista che conquistò il Monte Rosa

Il 3 aprile 1801 nasceva il prelato diventato celebre per aver conquistato nel 1842 la Signalkuppe, ribattezzata poi con il suo nome. Ripercorriamo la sua carriera alpinistica e il suo apostolato, fondamentale per l’intera comunità della Valsesia del tempo

Sono le 12,30 del 9 agosto 1842. Giuseppe Farinetti, chierico e studente di teologia, sale sulle spalle di Giovanni Giordani, studente di medicina, per infilare in una fenditura della roccia una bandiera rossa. Assieme ai compagni di scalata, inneggia a Carlo Alberto e alla casa reale sabauda posizionando un’ampolla di vetro contenente un foglio con tutti i nomi dei membri della spedizione.

Oltre ai due ventenni, ci sono altre cinque persone. Sono Cristoforo Ferraris, Giacomo Giordani, Cristoforo Grober, due portatori e lui, l’anima dell’impresa: un sacerdote quarantunenne, Giovanni Gnifetti. È il promotore della conquista della Signalkuppe (4554 m) del Monte Rosa, che dopo questa ascesa si chiamerà Punta Gnifetti. Il parroco di Alagna Valsesia aveva già provato per ben tre volte a raggiungerla – nel 1834, 1836 e 1839 – senza riuscirci. In quest’ultima sfida alla montagna, ha coinvolto sei compaesani, tutti di Alagna come lui, strappando il primato a futuri contendenti inglesi che in quegli anni già incominciano a guardare alle Alpi a caccia di trofei.

Un parroco amato dai suoi compaesani

Giovanni Gnifetti lancia i suoi primi vagiti al mondo il 2 aprile 1801. Chi nasce ad Alagna ha le montagne nel suo dna: la bellezza che sprigionano entra nel cuore fin dall’infanzia. Suo padre Cristoforo è un tagliatore di pietre e scalpellino, ma per quel figlio che studia alle elementari di Varallo sogna un’istruzione. Il ragazzo promette bene e viene mandato in seminario, a Gozzano e a Novara, dove studia teologia e viene ordinato sacerdote nel 1823. L’idea dei suoi superiori è di rispedirlo nel paese natale, dove c’era un problema. Da alcuni anni, non c’era più stato un parroco locale, ma sacerdoti provenienti da altre zone del Piemonte, malvisti dalla popolazione del posto.

«La gente parlava titzschu, la lingua dei Walser di Alagna», racconta Elisa Farinetti, studiosa di storia locale e imparentata con don Gnifetti, che era prozio di suo padre. «Quando andava a confessarsi, era costretta a ricorrere a un interprete, perché il sacerdote parlava solo italiano». Il prete era tenuto al segreto confessionale, ma di un estraneo ci si poteva fidare? L’arrivo di Giovanni Gnifetti, dapprima cappellano e poi parroco, è salutato con soddisfazione ad Alagna. È uno di loro, cresciuto parlando la stessa lingua e condividendo le tradizioni e la cultura del posto. Gnifetti è consapevole dell’importanza dell’istruzione, tant’è che si presta a fare da maestro elementare in parallelo al suo impegno religioso. Anche quando sarà ufficialmente parroco, accetterà di tornare fra gli studenti nei periodi in cui non si trova un maestro.

Che cosa cerca il giovane parroco di Alagna nel rapporto con le montagne e l’imponente massiccio del Rosa? «Ho sempre prediletto le torreggianti vette dei monti», scrive nel suo libro Nozioni topografiche del Monte Rosa ed ascensioni(1858), «ma per sola naturale vaghezza di contemplare più davvicino la magnificenza delle opere del Sommo Creatore; poiché gli effetti e le meraviglie della sua potenza divina non si presentano a mio credere in modo più distinto e sublime, quanto dalla sommità di quelle rocce scabre e da quelle colossali piramidi della natura».

Subito dopo le sue dichiarazioni di uomo di fede, racconta che la sua carriera di scalatore è iniziata durante la sua infanzia alagnese. E come poteva essere altrimenti? I Walser sono sempre saliti in montagna e le Alpi non sono state un ostacolo invalicabile per loro. Varcandole, gli uomini di Alagna emigravano nel nord Europa per lavorare e sulle spalle delle donne ricadeva il “matriarcato della fatica”, il compito di badare alle mucche per tutta l’estate sugli alpeggi, oltre che di seguire i campi, l’orto, la famiglia. Si desidera ciò che si vede, diceva il personaggio di Hannibal Lecter nel film “Il silenzio degli innocenti”: Gnifetti era un walser cresciuto vedendo il Monte Rosa. Non poteva che sognare di raggiungerne la vetta.

Un libro che sarà alla base della fama turistica e sportiva di Alagna

Dopo la conquista della Signalkuppe, il parroco scrive un primo resoconto che poi confluirà nei contenuti del suo libro del 1858, un autentico booster per la notorietà internazionale di Alagna, ma anche del prete alpinista. Sull’onda della sua fama, molti vogliono incontrarlo. Fra di loro, ci sono glaciologo scozzese James Forbes e la viaggiatrice inglese Elizabeth Cole che soggiorna al Monterosa, il primo albergo di Alagna, nel 1859. Proprio in quell’anno, Gnifetti si fa promotore della creazione di un Gabinetto Letterario, un sodalizio culturale dove ritroviamo proprio alcuni alpinisti che avevano accompagnato Gnifetti nella vittoriosa ascesa del 1842. Come Giovanni Giordani, che dedica un libro allo studio della lingua titzschu.

In parallelo, il parroco coltiva anche un interesse per le scienze naturali. L’età che avanza e il sopraggiungere di qualche acciacco non riescono, però, a tenere il parroco alpinista lontano dalle sue montagne. Nel 1864, all’età di 63 anni, compie il giro completo del Monte Rosa, in compagnia di Giuseppe Farinetti. E nel 1867 prende parte alla spedizione alla Punta dei Tre Amici (3624 m.) senza raggiungere, però, la vetta. Sono gli anni in cui si dedica anche alla realizzazione di una guida turistica di Alagna, che non sarà mai pubblicata. Gnifetti si dimostra anche in questo caso un antesignano: ha intuito le potenzialità del turismo e coglie l’importanza di un testo indirizzato ai viaggiatori.

Nel corso del 1867 viaggia a Milano per vedere la Galleria Vittorio Emanuele da poco inaugurata e a Parigi, all’Esposizione Universale. È proprio in Francia che la sua salute subisce un tracollo, che lo porta rapidamente alla morte. Il conquistatore del Monte Rosa, insignito dalla croce di cavaliere da Vittorio Emanuele II nel 1856 e socio onorario del Club Alpino Italiano, dopo la sua scomparsa entra nella leggenda. È ormai un nome familiare agli alpinisti di tutto il mondo grazie alla Punta Gnifetti, sulla cui sommità sorge la Capanna Regina Margherita, il rifugio più alto d’Europa, e alla Capanna Giovanni Gnifetti, sul versante valdostano del Rosa. Luoghi cari a tutti noi.

Tags

Articoli correlati

Un commento

  1. luogo caro a tutti noi! anche oggi dal mio mesto ufficio notavo, possente, il tuo profilo! grazie che ci proteggi….Monte Rosà!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close