Storia dell'alpinismo

9 agosto 1842, Giovanni Gnifetti sale la “sua” cima del Monte Rosa

Il 9 agosto del 1842, centottanta anni fa, un parroco lascia la sua firma sulle vette del Monte Rosa. Si chiama Giovanni Gnifetti, ha 41 anni, è nato ad Alagna Valsesia. Ha studiato nel seminario di Novara, è stato ordinato sacerdote, poi è tornato ai piedi del massiccio. Ha compiuto il suo primo tentativo nel 1834. 

Come molti dei primi esploratori del Rosa, Gnifetti vive ai piedi del versante italiano, che da Alagna, Gressoney o Macugnaga ha una straordinaria imponenza. Punta alla più occidentale e più bassa delle quattro vette del massiccio, che raggiunge i 4554 metri ed è nota con il nome di Signalkuppe (“Punta del Segnale”) per la presenza di un torrione roccioso. Più bassa della Dufour (4634 metri), della Nordend (4609 metri) e della Zumstein (4563 metri), la Signalkuppe ha grande importanza geografica. Da qui si stacca l’affilato crinale che separa la Valsesia dalla Valle Anzasca, e che gli alpinisti di oggi conoscono come Cresta Signal. Per chi osserva il Monte Rosa da Alagna, questa è la vetta più spettacolare di tutte.

L’esplorazione del Monte Rosa

Nel 1842, in realtà, l’esplorazione del Rosa è già iniziata da un pezzo. Il primo uomo di pianura a osservarlo da vicino è Leonardo da Vinci, che sale nel 1511 sul “Monboso”, la Cima di Bo, nelle Alpi Biellesi.

Poi tocca a Horace-Bénédict de Saussure, che nel 1786 ha spinto Jacques Balmat e Michel-Gabriel Paccard sul Monte Bianco, e un anno dopo ha raggiunto a sua volta la cima. Qualche settimana dopo aver toccato i 4810 metri del Bianco, il ginevrino ha “la massima impressione” del Monte Rosa dal campanile di Vercelli. Il 31 luglio 1789 sale verso il Pizzo Bianco, una vetta rocciosa sullo spartiacque tra Valle Anzasca e Valsesia. Una “profonda gola” lo ferma prima della vetta, ma anche l’anticima del Pizzo offre uno straordinario panorama sul Rosa. E’ evidente, da qui, che il versante di Macugnaga non offre una via di salita possibile in quegli anni. Il versante meridionale, rivolto verso Gressoney ed Alagna, promette delle possibilità di ascensione. 

Ma De Saussure non tenta mai il Monte Rosa. Nel 1792 sale ai 3883 metri del Piccolo Cervino, che si alza tra il Plateau Rosà e il Breithorn, e che oggi è raggiunto da una funivia utilizzata da alpinisti e sciatori. Intanto, senza alcun contatto con lui, un gruppo di montanari di Gressoney è salito verso le cime. A spingerli è la leggenda della Verlorne Tal, la “Valle Perduta”, un’oasi verde sopravvissuta all’espansione dei ghiacciai. 

Il 15 agosto del 1778, sette giovani salgono verso il Monte Rosa. Si chiamano Valentin e Josef Beck, Étienne Lisgie, Josef Zumstein, François Castel de Perlatol, Niklaus Vincent e Sebastiano Linty. Traversate le morene e i pascoli mettono piede sul ghiacciaio del Lys presso le rocce dove sorge oggi la Capanna Gnifetti. Legati in cordata, calzati i loro rudimentali ramponi, costeggiano i pendii della Pyramide Vincent, e arrivano in vista del Colle del Lys, che si apre a 4248 metri sullo spartiacque delle Alpi. Senza raggiungerlo piegano a destra, su uno spuntone che battezzano Entdeckungfels, la “Roccia della scoperta”. Da qui, scoprono che la Verlorne Tal non esiste. In lontananza si vedono le foreste di Zermatt, verso il Vallese serpeggia la colata glaciale del Grenzgletscher. Il Journal de Paris, però, racconta ai suoi lettori della ricerca “di una Valle Felice dimenticata dalla civiltà e perduta per il mondo moderno”. 

Ventitré anni dopo, nel 1801, il medico Pietro Giordani raggiunge con sette compagni la vetta che oggi porta il suo nome, e che tocca i 4046 metri. “Al nord ho le elevate e bianche cime del Rosa, al nord-ovest vedo tutta la catena delle grandi Alpi sino al Monte Bianco, di là vedo tutta la catena delle Alpi Graie, Cozie e Marittime sino agli Appennini della Liguria” scrive a un amico. “Contemplo la Cisalpina, tutto il Piemonte, le città e i borghi innumerevoli”. 

Diciotto anni dopo, uno dei giovani del 1778 tocca finalmente una delle cime più alte del Rosa. Si chiama Josef Zumstein ma il suo nome, nel regno dei Savoia, viene francesizzato in Joseph Delapierre. Nel 1821, da ispettore forestale, è l’ispiratore delle Regie Patenti, la legge che riserva alla famiglia reale la caccia allo stambecco, grazie alle quali la specie si salva dall’estinzione. Nel 1819 Zumstein-Delapierre torna sui ghiacciai con Johann Niklaus Vincent, figlio del Niklaus Vincent che è stato suo compagno d’avventura nel 1778, e che poco prima ha salito insieme a Friedrich Parrot la vetta che oggi porta il suo nome. Con Zumstein e Vincent junior sono “due portatori, un operaio della vicina miniera e un cacciatore molto abile nello scalare le montagne”. Il racconto di quell’avventura, pubblicato con il titolo Le Voyage sur le Mont-Rose, parla di ore di cammino “su distese di ghiaccio che sembrano le onde del mare”, e del pendio, difeso da un enorme crepaccio, che l’operaio, e il cacciatore superano “utilizzando un’ascia e una pala”. Sulla cima, che poi gli verrà dedicata, Zumstein misura con barometro e teodolite una quota di 5067 metri, conclude che “non si potrà più contendere al Monte Rosa l’onore di essere la montagna più alta del nostro continente”. Oltre a sbagliare la quota della cima raggiunta, il forestale non considera la Punta Dufour, che supera la Zumstein di 71 metri. Tra le due è un’aerea cresta rocciosa. 

La salita del parroco Gnifetti

Poi entra in scena Giovanni Gnifetti, che ha successo al quarto tentativo. L’8 agosto del 1842, il parroco lascia Alagna insieme al geometra Cristoforo Grober, al medico Giovanni Giordani, al notaio Giacomo Giordani, allo studente Cristoforo Ferraris, al teologo Giuseppe Farinetti e a due portatori. Documenti e racconti sull’impresa si trovano nel bel volume Giovanni Gnifetti e la conquista della Signalkuppe, pubblicato nel 1992 dalle Edizioni Zeisciu di Magenta. 

Dopo un bivacco alla base del ghiacciaio, la comitiva s’incammina sferzata da “un vento veemente e rigido”, tra “crepaccie smisurate e di una profondità senza pari”. A mezzogiorno, lasciato a sinistra l’itinerario di Zumstein e superato un ripido pendio, gli alpinisti toccano i 4554 metri della cima, sormontata da “una punta di roccia antidiluviana a guisa di un dente aspro ed acuto” che si protende sugli abissi della parete Est. Farinetti “facendosi sgabello del dorso del Giordani Giovanni” sale sul torrione, dove piazza una bandiera rossa ben visibile da Alagna. Tre anni dopo, il parroco pubblica un resoconto dal titolo Nozioni topografiche del Monte Rosa ed ascensioni su di esso di Giovanni Gnifetti Paroco (con una “r” sola!) di Alagna. 

Alla fine, senza false modestie, il nostro avanza una proposta. “Ora questa piramide, già prima chiamata del Segnale, mi sarà concesso di chiamarla per l’avvenire Punta del Segnale Rosso e, se non s’intervenisse e concorresse per parte mia indicio di troppo amore di gloria (che io non voglio), la punta del mio pronome”. Non c’è nulla di scandaloso, dato che le cime salite da Zumstein, Vincent e Pietro Giordani sono già state battezzate in loro onore. Ma il parroco di Alagna verrà accontentato solo a metà. La cima da lui raggiunta si chiama Punta Gnifetti sulle carte italiane, ma cartografi e alpinisti di lingua tedesca continuano a chiamarla Signalkuppe. Verrà dedicato a Gnifetti anche il grande rifugio che il CAI costruisce nel 1876 alla base dell’itinerario per le cime. 

Ci sono altri due dettagli da ricordare. Il primo è che i parroci vanno ancora in montagna, ma solitamente non lasciano bandiere rosse sulle cime. Il secondo è che il torrione roccioso, il Signal coraggiosamente salito da Farinetti, verrà abbattuto cinquant’anni più tardi, per far posto alla Capanna Regina Margherita. Ma quella è un’altra pagina di storia.    

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