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Alpinismo

Da Polenza: stanno uccidendo l’Everest

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BERGAMO — Quando parla di montagne gli occhi gli si illuminano, quasi le vedesse davanti a sé. Allievo di Ardito Desio, organizzatore di grandi spedizioni, Agostino da Polenza è il manager di montagna per eccellenza.

Da Polenza, lei ama molto il Pakistan, che mondo è?
Lo conobbi negli anni Ottanta con “Quota ottomila”. E’ un mondo fatto di montagne ripidissime, grandi vallate profonde, grandi fiumi. L’Indo e il Braldo sono una sorta di mare in movimento attraverso le gole. E poi ci sono i deserti. Fatti di sassi, di color ocra e sabbia. E’ una natura che vive una specie di  genesi geologica, in continua evoluzione.
Perché le montagne  pakistane sono così diverse dalle altre?
Il Karakorum è il punto d’incontro di culture antiche. Il mito vuole che Alessandro il Grande fosse arrivato nelle valli Humza e avesse creato un’enclave. Quella che ancora oggi è riconoscibile dalla statura della popolazione, dai capelli biondi, dagli occhi azzurri. La zona tuttavia è un crogiolo di popoli. Ci sono i tibetani. I musulmani sunniti e sciiti. Ci sono gli israeliti. Ci sono i balti. Tutte culture che hanno un grande legame con la terra. Sono il cosiddetto "popolo degli uomini  in pigiama con i baffi e la barba lunga". I loro abiti prendono il colore della terra e della sabbia con cui convivono.
In Pakistan c’è il K2….
Il K2 è l’emblema  di questo Paese. E’ il confine naturale tra le terre dell’Indo e le terre del Nord. Quelle che Marco Polo diceva di aver attraversato, ascoltando le voci del deserto.
E per lei che cos’è il K2?
E’ una piramide immensa, fatta di ghiaccio e roccia. Una piramide viva. Te ne accorgi subito che è qualcosa di diverso dalle altre montagne. Non è una montagna ma un’entità. Un’entità che ha una sua forza, una sua anima. E con la quale entri in contatto attraverso sensazioni forti, sentimenti, percezioni. E’ lì, lo senti. E’ una splendida sfida per gli alpinisti. Ed è tuttora una delle montagne meno salite in assoluto. Non perdona.  La statistica dice che ogni quattro persone che arrivano in cima, una muore. E’ una percentuale folle.
L’alpinismo è anche spedizioni commerciali. Cosa ne pensa?
All’inizio il fenomeno  sembrava innocuo. Qualche guida che portava in giro amici e clienti facendosi pagare. Poi è diventato importante anche dal punto di vista dei numeri. Con clienti che pagano 70mila dollari per raggiungere la vetta dell’Everest. Infine si è arrivati alla degenerazione con prezzi in saldo.  E’ la logica del supermercato. Non è che abbia nulla contro i supermarket…ma bisogna distinguerli da S.Pietro o dagli Uffizi.
Che cosa spinge una persona a sfidare l’Everest, delirio di onnipotenza?
Sì certo.  Ma è un delirio perseguito barando. Se tu fai l’Everest con una bombola di ossigeno a  3 litri al minuto, è come stare 2000 metri più in basso. E poi i meccanismi, le corde, i portatori che si accollano questa gente e la trascinano fino alla vetta, che gli puliscono i pannoloni. E’ veramente il disprezzo totale per ciò che è la tradizione, la cultura, lo spirito di una montagna come l’Everest. L’Everest per i tibetani è Chomolunga: la Dea Madre della Terra. Reputo blasfeme queste forme degenerative di alpinismo. E’ una sorta di profanazione profonda, di svilimento del valore delle montagne. Così stanno assassinando l’Everest.
C’è il rischio che succeda anche per altre montagne?
Speriamo di no. Sull’Everest è così. E il rischio che il fenomeno si allarghi è concreto.
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