AlpinismoAlta quota

K2, è lui il Re dell’inverno

È lui, il K2, il Maradona delle montagne. Sintesi tra geologia estrema ed estetica. Genio e sregolatezza della natura, talvolta drammatica.

È lui il protagonista assoluto dell’inverno e che incoronerà l’uomo che metterà piede sulla sua vetta d’inverno, se avverrà, entro il 28 febbraio 2021. Già, perché tutte le squadre presenti quest’anno si sono poste come termine per la fine della spedizione l’inverno meteorologico. E l’imporre al mondo dell’alpinismo internazionale la consuetudine asiatica di considerare la decorrenza della stagione fredda tra il primo dicembre e la fine di febbraio, è il segno della potenza dirompente del K2, in questo caso nei confronti di una forma subdola di colonialismo occidentale che in barba al clima reale e alla cultura alpinistica dell’Asia, ritenuta forse troppo giovane o minore, voleva applicare il calendario alpino per le invernali. Se l’alpinismo è libertà, libertà sia, anche di rispettare i calendari altrui.

L’evento “K2 d’Inverno”, nonostante l’annus horribilis del Covid, è di quelli che presumibilmente rimarranno nella storia dell’alpinismo.

Quattro sono le spedizioni che muoveranno in direzione del campo base. 60 saranno gli alpinisti. È già in cammino John Snorri, islandese, che torna al K2 dopo esserci stato lo scorso inverno. Lo fa con l’ottimo Ali Sadpara, salitore del Nanga Parbat invernale, che s’accompagna al figlio Sajiad Ali; bello assistere, come accadde sulle Alpi, al passaggio d’esperienza, di passione e mestiere tra generazioni.

Anche Nirmal Purja ha confermato che ci sarà. Non ha il minimo dubbio su se stesso e sul suo successo l’ex membro dei reparti militari d’élite inglesi è diventato alpinista e star dell’informazione per aver salito nel 2019 tutti i 14 Ottomila in 189 giorni, rigorosamente con l’ossigeno supplementare e una performance atletica e logistica formidabile. Questa volta salirà pare rigorosamente senza ossigeno, un altro punto a favore del K2, che ha convinto “Nims” che l’alpinismo “buono” si fa con i muscoli, la testa, il cuore e rispettando alcune regole e la tradizione, che per carità può pure evolvere, ma si rischia che il nuovo prodotto non sia più paragonabile a quello precedente, nemmeno nel nome.

Bello leggere che Mingma Gyalja Sherpa, che al K2 ci va con Dawa Tenzing e Kili Pemba, dica: “Quest’anno andiamo senza clienti”. Ha sapore dell’amarcord alpino, di una storia delle montagne che, confortante, si perpetua. Grandi professionisti che si prendono il tempo di salire una grande montagna in inverno per il proprio piacere. Mi viene in mente René Desmaison, Cesare Maestri e molte grandi Guide Alpine delle nostre Alpi. Speriamo aggiungano anche “senza ossigeno supplementare”, sarebbe perfetto.

Infine, ecco Seven Summit. Professionismo puro, ma il K2 ci soffre, umiliato come suo cugino Everest, come un toro nell’arena, come l’elefante o il leone sparato dal Fantozzi di turno, o anche da un buon cacciatore, dopo esser stato portato a tiro da una squadra di scout. Le tende e l’ossigeno sono già al campo base. Poi arriveranno i 24 clienti e i loro 21 sherpa assistenti. In questo caso io tifo per il K2. Anche se tra loro ci sono Mingote e Kowalewski, forti alpinisti ma pare un po’ pigri per organizzarsi autonomamente, che tenteranno senza l’uso dell’ossigeno. Una boccata d’aria buona.

Una boccata d’ossigeno buona e di risorse economiche per far campare la famiglia la riceveranno, a prescindere da tutto, le centinaia di portatori (3 o 4 per ogni alpinista o turista sulla montagna) che grazie a queste spedizioni potranno lavorare. La situazione è nera per davvero e lo sarà ancora per moltissimi, l’amico Michele Cucchi che è appena stato nelle valli del Karakorum a distribuire 17 tonnellate di viveri lo sa bene. Ma per questi che arriveranno al suo cospetto, il K2 ha fatto un grande regalo: il lavoro. Altro punto per questa magnifica montagna.

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