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Simone Moro e il suo abisso: la paura, il lockdown, le riflessioni

I libri di montagna che raccontano di grandi vittorie, o di luminose carriere tra le vette, spesso vendono bene, ma rischiano di essere noiosi. Quelli dedicati alle sconfitte, o ad altri momenti difficili in montagna, si rivolgono a un pubblico più esigente. Ma consentono agli autori di scavare più a fondo nella propria storia e nelle proprie esperienze.

In Ho visto l’abisso (Rizzoli, 256 pagine, 18 euro), la nuova fatica letteraria di Simone Moro, le esperienze difficili sono due. Prima la terribile caduta in un crepaccio sul ghiacciaio dei Gasherbrum, poi il lockdown causato dal Covid-19, trascorso insieme al figlio Jonas. Una immobilità forzata che, per l’autore, diventa un’occasione per riflettere sulla propria vita e sulle proprie scelte. E anche un periodo prezioso, trascorso a contatto con un ragazzo di 10 anni. 

La spedizione ai Gasherbrum

Le prime pagine, com’è ovvio, sono le più emozionanti. Simone Moro e Tamara Lunger partono alla fine di dicembre del 2019, risalgono il Baltoro, piazzano il loro campo-base ai piedi del ghiacciaio dei Gasherbrum. L’obiettivo è la traversata delle due vette principali del massiccio, il G2 (di cui Moro ha all’attivo la prima invernale, compiuta nel 2011 con Denis Urubko e Cory Richards) e il G1. Il concatenamento, in senso inverso e in estate, è stata compiuta nel 1984 da Reinhold Messner e Hans Kammerlander. Insieme a Simone e Tamara sono il filmmaker Matteo Zanga e il fotografo Matteo Pavana. Il ghiacciaio, però, è in condizioni molto peggiori del previsto. E la salita diventa subito complicata. Invece di impiegare tre giorni per arrivare ai 5500 metri del campo I, gli alpinisti hanno bisogno di due settimane. Alla fine, una scaletta di alluminio presa in prestito dai militari pakistani consente di traversare un crepaccio che taglia l’intera colata. Quando il terreno sembra diventare migliore, sotto ai piedi di Simone si apre una voragine. 

Non urlo, non mi dispero” racconta Moro, che attende da un momento all’altro lo strappo della corda. Ma Tamara non riesce a tenerlo. Simone continua a cadere, rimbalza, si ritrova a testa in giù, batte contro una lama di ghiaccio. Quando si ferma è a 25 metri di profondità, e la compagna in superficie lancia delle urla disperate. Poi l’esperienza e il sangue freddo di Simone prendono il sopravvento. Pianta un chiodo da ghiaccio, si sbarazza delle inutili ciaspole, si fa calare una seconda piccozza da Tamara, riesce a uscire in piolet-traction. Quando vede la compagna di cordata si spaventa. “La mano è tutta deforme, quasi scarnificata. Il pollice è diventato minuscolo, e sembra attaccato alla mano solo da un finissimo osso”. 

Quarantott’ore dopo l’incidente, due elicotteri militari pakistani riportano la piccola spedizione a Skardu. Seguono un aereo per Islamabad, e un altro per tornare in Italia. Il danno alla mano di Tamara Lunger si rivela meno grave del previsto, ma intanto l’Europa sta piombando nell’incubo del primo lockdown causato dal Covid-19. 

Il lockdown

Simone sceglie di viverlo con il figlio Jonas, a Ora, in Alto Adige a sud di Bolzano. Ed è un’esperienza speciale, difficile, certamente preziosa per un padre. Moro, come atleta professionista, potrebbe correre anche lontano da casa ma rinuncia. “Ho la sensazione che la libertà concessa a me sia un insulto per gli altri” riflette. 

Il mese e mezzo di reclusione casalinga trascorre tra i compiti e le lezioni a distanza di Jonas, i racconti del Gasherbrum e di altre spedizioni, ore e ore di duri esercizi fisici che consentono a Simone di rimettersi in forma. La convivenza con il figlio gli permette di ripensare a suo padre, che era un uomo speciale. Un bancario diventato campione italiano di ciclismo per amatori. Era fatto di marmo, macinava chilometri, scalava le montagne con la sua bici come niente” ricorda Simone Moro, “ma ho nitido il ricordo di quando rientravamo la sera in macchina addormentati, e lui ci prendeva in braccio uno per uno e posava noi tre fratelli delicatamente nel letto”. 

Poi, le riflessioni coinvolgono la vita alpinistica e sportiva di Simone, che confessa al lettore di aver sempre avuto due modelli. Il primo è ovviamente Reinhold Messner, “un faro, un mito, un modello”. Il secondo è Pietro Mennea, il grandissimo sprinter di Barletta, “un signore pugliese con una punta di tristezza nello sguardo”, che “ha avuto bisogno di perdere per alimentare il fuoco”. 

Via via, nelle pagine di Ho visto l’abisso, sfilano gli altri alpinisti a cui Simone Moro è stato più vicino. Prima Lorenzo Mazzoleni, poi Anatoli Boukreev, Denis Urubko e naturalmente Mario Curnis, con cui sale nel 2002 l’Everest (per Mario, 66 anni, è un record) e da cui corre dopo la fine del lockdown. Sono storie in buona parte note, e spesso tragiche, dato che Mazzoleni muore sul K2 e Boukreev sull’Annapurna, ma che si arricchiscono di aneddoti e punti di vista nuovi. La rottura del rapporto di amicizia con Urubko, per esempio, acquista un sapore diverso dopo aver letto delle botte terribili, alle elementari, tra Simone e il suo compagno di scuola Diego. 

I sei mesi difficili di Moro si concludono con la traversata integrale delle Orobie, 11 giorni con oltre 100 cime salite, 150 chilometri di percorso e quasi 20.000 metri di dislivello. Un’avventura già vissuta vent’anni prima con Mario Curnis e che ora, da solo, prende un sapore speciale. L’esplorazione è l’arte di mettersi in cammino. L’esplorazione è ovunque” conclude l’autore della prima invernale del Nanga Parbat.

Ora l’ombra scura del lockdown sta tornando, e ripensare a noi stessi, utilizzare il passato per dare forza al futuro è una chiave utile per tutti. Per farlo, non c’è bisogno di cadere in un crepaccio dei Gasherbrum.

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Un commento

  1. Super alpinista, tanta roba ma ultimamente mi sembra si stia riciclando un po’ come i cantanti..ad un certo punto ritornano con cose trite e ritrite. Spero tu non abbia finito la benzina….o si?

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