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Quell’immagine di Mao sull’Everest. La vittoria cinese del 1960

Per l’Everest il 2020 è un anno speciale. Nei giorni scorsi, solo una spedizione cinese ha potuto toccare la cima. Nel 2019, in Cina, ha avuto enorme successo The Climbers, un film di Daniel Lee dedicato alle spedizioni del 1960 e del 1975. Tra gli attori c’è Jackie Chan, star dei film di arti marziali. La pellicola potrebbe arrivare in Italia entro l’anno. In questi giorni, però, si festeggiano i 60 anni dalla prima ascensione dell’Everest da nord, compiuta il 25 maggio 1960 dai cinesi Wang Fuzhou e Qu Yinhua, e dal tibetano Gonbu, un militare dell’Esercito di Liberazione Popolare. Un altro cinese, Liu Lienman, si era fermato poco prima. 

La collaborazione tra Cina Popolare e URSS

La storia di quelle spedizioni cinesi è ancora avvolta dal mistero. L’URSS e la Cina Popolare sono in buoni rapporti nel 1949, quando Mao prende il potere a Pechino, e nei primi anni Cinquanta. I rapporti si deteriorano nel 1956, quando Nikita Chruščëv denuncia i crimini di Stalin, e s’interrompono nel 1959, quando il leader sovietico critica il “Grande Balzo in Avanti” cinese. Unendo queste date ai pochi indizi trapelati, è logico pensare che il programma cinese per l’Everest sia iniziato con la collaborazione sovietica, e proseguito con le sole forze cinesi. 

Nell’autunno 1952, secondo il Times, un team di 35 sovietici, diretto da Pavel Datschnolian, tenta l’Everest da nord. L’ultima comunicazione via radio è da un campo a 8200 metri, poi sulla montagna scende il silenzio, e sei alpinisti non vengono più ritrovati. Ma le fonti ufficiali negano tutto. 

E’ certa, invece, la ricognizione dell’autunno del 1958, compiuta da un team cinese e dai sovietici Evgeni Beletski, Lev Filimonov e Anatoli Kovyrkov. Una scorta di militari armati con mitragliatrici e mortai dimostra che il Tibet non è pacificato. Il team risale il ghiacciaio di Rongbuk fino ai piedi del Colle Nord, trovando “tende, scatolette, casse vuote e bombole di ossigeno abbandonate”, e il corpo di un portatore morto nelle spedizioni d’anteguerra. 

Nella primavera del 1959 si dovrebbe tentare la cima. Il 18 marzo, però, gli alpinisti riuniti per un briefing ricevono un duro colpo. “Compagni, devo darvi una brutta notizia. Abbiamo saputo da Pechino che la spedizione è stata cancellata” dice Dimitri Postnikov, vicepresidente del Comitato per l’Educazione Fisica dell’URSS. A bloccare il tentativo, si saprà, è una ribellione in Tibet. Mesi dopo, quando la situazione è tranquilla, i cinesi spediscono un nuovo invito. Stavolta sono le autorità sovietiche a rispondere “no”, a causa delle divergenze politiche. 

La conquista dell’Everest da Nord

Nel 1960 i cinesi salgono l’Everest da soli, e nelle loro relazioni la collaborazione con l’URSS scompare. Per aprire la via alla spedizione viene costruita una strada di 380 chilometri da Shigatse al campo-base, e vengono stanziati 700.000 dollari per acquistare vestiario e materiale in Svizzera. 

Dirige l’impresa un eroe della Guerra di Liberazione, il generale Han Fudong, in montagna il leader è Shi Zhanchun. Un terzo dei 214 componenti del team sono tibetani, e tra loro sono anche “servi della gleba appena liberati dalla servitù”. Numerose le donne. 

Il 19 marzo, quando il grosso del team arriva al campo-base, una squadra avanzata ha piazzato i primi tre campi. Nei primi giorni di aprile viene raggiunto il Colle Nord. Il 3 maggio Shi Zhanchun e Wang Fengtung salgono il Second Step fino alla base di un muro verticale di tre metri. Il tempo è bello, la vetta è a portata di mano, ma il piano della spedizione impone ai due di scendere. 

Poi il tempo cambia, e i nuvoloni da sud segnalano l’avvicinarsi del monsone. Il 14 maggio il meteo migliora, e vengono nuovamente riforniti i campi alti. Il 24 Wang Fuzhou, Qu Yinhua, Liu Lienman e Gonbu lasciano l’ultima tenda a 8500 metri di quota. Salgono con i respiratori a ossigeno, con estrema lentezza. Per superare l’ultimo muro di tre metri impiegano ore. Liu fallisce per quattro volte, poi Qu tenta a piedi nudi. Un gesto eroico, che gli costerà l’amputazione di tutte le dita. Il passaggio viene risolto con una piramide umana, poi Liu si accascia, e i tre cinesi “tengono una breve riunione di cellula del Partito. 

Ma gli alpinisti proseguono. Intorno agli 8830 metri l’ossigeno nelle bombole finisce, ma nessuno pensa a scendere. A quattro zampe, quasi al buio, i tre raggiungono “una cresta ovale di neve e roccia, la cima del Monte Jolmo Lungma”. 

Quando Wang, Qu e Gonbu arrivano sulla cima il cielo inizia a schiarire, ed compaiono le grandi vette che fanno corona all’Everest. Gonbu sistema tra le rocce la bandiera cinese, un biglietto con i loro nomi e un busto di Mao Zedong. Come “ricordo per il Presidente Mao” gli alpinisti prelevano nove piccole pietre. 

In discesa la luce è sufficiente per scattare qualche foto e girare un breve filmato. L’indomani il monsone investe con violenza l’Himalaya, e la discesa degli alpinisti verso il Colle Nord e la salvezza diventa un’odissea terribile. 

Secondo il capospedizione Shi Zhanchun, il successo è “prima di tutto attribuito alla leadership del Partito Comunista, e alla superiorità del sistema socialista”, e ad “aver seguito il pensiero di Mao, disprezzando le difficoltà dal punto di vista strategico, ma affrontandole con attenzione da quello tattico”. A fare la differenza è stato “lo stile comunista di sacrificare sé stessi nel nome del collettivo”. 

Da Londra Lord Nathan, Presidente della Royal Geographical Society, invia a Pechino un telegramma di congratulazioni. Poi le cose cambiano, e l’articolo di Shi Zhanchun, pubblicato nel 1961 sull’Alpine Journal, viene accolto con scetticismo. 

I dubbi della comunità alpinistica

Sir Basil Goodfellow, presidente dell’Alpine Club, picchia duro. Denuncia “le debolezze nella descrizione topografica della parte alta della montagna”, gli “spazi vuoti nel racconto” e la “relativa inesperienza degli alpinisti”, poi accusa senza peli sulla lingua i cinesi di aver “scambiato un cocuzzolo secondario per la vetta”. 

Anche Les Alpes, rivista del Club Alpino Svizzero, critica una relazione “dal carattere politico marcato”, e delle foto che avrebbero potuto essere state “scattate su qualche cima minore nei dintorni”. Lawrence Wager, che ha partecipato alle spedizioni del 1933 e del 1936, dopo aver studiato le foto di Qu Yinhua conferma che devono essere state scattate oltre il Second Step. Ma Sir Basil conclude con un commento al vetriolo. “Solo la scoperta sulla cima dell’effigie del signor Mao (“Mr Mao’s” nell’originale, ndr) potrebbe dissipare i dubbi”. 

Quindici anni dopo, nel 1975, accade proprio questo. Doug Scott e Dougal Haston, cordata di punta della spedizione che sale la parete Sud-ovest dell’Everest, trovano sulla cima un treppiede lasciato mesi prima da un’altra spedizione cinese, che la rivista Mountain ha definito “ridicola”. La prova che la salita del 1975 è autentica fa cambiare atteggiamento anche su quella del 1960, che oggi viene accettata in tutto il mondo. 

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