Storia dell'alpinismo

Broad Peak, prima salita. Una grande dimostrazione d’amicizia

4 alpinisti, un ufficiale di collegamento e 68 portatori. Questi i numeri della spedizione che il 18 aprile 1957 lasciò Skardu alla volta del Karakorum. Puntavano dritti al Broad Peak, Ottomila ancora inviolato poco distante dal K2. Si trattava di una spedizione del Club Alpino Austriaco di cui facevano parte Marcus Schmuck, Fritz Wintersteller, Kurt Diemberger e Hermann Buhl. Una cordata di primordine grazie anche all’esperienza di Buhl, primo salitore del Nanga Parbat. Una vicenda che nel racconto dei fatti supera l’immaginazione.

La spedizione fu condotta secondo quello che gli alpinisti chiamarono “stile delle Alpi occidentali”, un altro modo per dire “stile alpino”. Un’organizzazione semplice e precisa, sia al campo base che sulla montagna dove si sarebbero mossi senza portatori d’alta quota. “Hermann Buhl fu la chiave della nostra spedizione” il commento di Diemberger nel report finale. “Conosceva il paese e le sue montagne, aveva scalato il Nanga Parbat e solo lui aveva esperienza himalayana”.

Arrivati ai piedi della montagna decisero per salire lungo lo sperone occidentale (dove già aveva provato una spedizione guidata da Karl Maria Herrligkoffer nel 1954) con pochi campi e movimenti rapidi. “Non volevamo allestire campi per una lunga occupazione. Dopo averli piazzati intendevamo aspettare il momento favorevole per l’attacco di vetta quindi avanzare il più velocemente possibile verso la cima, con un altrettanto rapido ritorno a campo base”. Un approccio che si potrebbe definire rivoluzionario nel modo in cui intendevano salire la montagna, nessuno prima aveva mai immaginato di poter scalare un Ottomila senza preparazione di stabili campi alti, rifornimenti e squadre di alpinisti a rotazione impegnati nella preparazione delle via di salita.

La vetta

Il tentativo decisivo prese avvio il 7 giugno. Il cielo era sereno e loro ben acclimatati. Senza problemi raggiunsero il campo 2 nel primo pomeriggio, dove si fermarono a riposare. Il giorno seguente raggiunsero campo 3 dove sostarono giusto qualche ora. La sveglia era puntata per le 2.30 del 9 giungo 1957. In testa salivano Buhl e Diemberger. Schmuck e Wintersteller seguivano. Durante la salita Buhl, che aveva perso alcune dita dei piedi dopo l’ascesa del Nanga Parbat, iniziò ad accusare dolori e problemi. Dovette addirittura togliersi gli scarponi e iniziare a massaggiarsi le estremità per far passare i dolori. Kurt rimase con Hermann aiutandolo nella salita, nel frattempo Schmuck e Wintersteller proseguirono verso la vetta, che regolarmente raggiunsero. Alla fine Buhl, capendo che non ci sarebbe riuscito disse a Diemberger di andare e tentare, lui l’avrebbe atteso sulla via del ritorno. Fu una vera e propria corsa affannata dalla mancanza d’ossigeno, ma alla fine anche il ragazzo austriaco raggiunse la cima del dodicesimo Ottomila. “Non mi sentivo felice, la solitudine era troppo grande e opprimente”. Kurt rimase poco in cima, giusto il tempo di una foto, poi iniziò a scendere verso valle. Il buio era ormai prossimo bisognava muoversi e tornare in fretta alla tenda. Durante la discesa però ecco che in lontananza intravide un puntino, piccolo e lento, che lentamente progrediva verso la sua posizione. “Sapevo che intendeva arrivare in cima, ma un’ora del genere? Nel bel mezzo della notte? Va bene, ci andremo insieme. Diemberger attese il compagno poi voltò la schiena alla valle e riprese a salire verso l’alto. “Non ci siamo affrettati, sapevamo che quella notte ci avrebbe inghiottito sopra gli ottomila metri. C’era un silenzio mortale sul mondo”.

La vetta ora, vissuta con il suo compagno, è completamente diversa. “Abbiamo raggiunto la cima. Buhl tirò fuori il suo stendardo da club, lo fissò all’ascia e lo bloccò nella neve. Siamo rimasti lì a guardarlo. Poi ci guardammo intorno, alle vette più alte, che ora risplendevano di colori innaturali. Il cielo era ancora blu, ma le rocce bruciavano di un rosso bruno e ardevano di luce arancione. La neve ai nostri piedi era illuminata da una luce magica e soprannaturale. Senza parole, guardammo verso est, dove l’ombra scura del Broad Peak giaceva come una mostruosa piramide a centinaia di miglia di distanza nel Tibet, crescendo e crescendo all’infinito”.

Pochi altri avrebbero fatto lo stesso gesto per aiutare un compagno in difficoltà a quelle quote. Nessuno, o quasi, avrebbe voltato le spalle alla valle per rifare quei terribili metri in salita e gioire insieme nel buio della montagna.

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