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Omar Di Felice, il ciclista del freddo

L'atleta romano è tornato per la terza volta in Islanda, questa volta in completa autonomia

Romano classe 1981 Omar Di Felice ama due cose: pedalare e farlo al freddo. Le desolate terre del nord, nella stagione più buia e severa, sono il suo pane quotidiano. Le ha affrontate più volte, sempre in sella alla sua bicicletta. Parliamo di percorsi come la Norvegia in inverno, fino a Capo Nord, come le strade gelate del Canada o dell’Alaska. La Ring Road islandese che nel cuore della stagione più fredda viene sferzata da tormente e venti gelidi che spesso rendono difficoltoso il transito anche alle automobili, immaginate di farla in bicicletta.

In questi giorni Omar è tornato nuovamente in Islanda, una terra di cui deve certamente essersi innamorato, per testarsi e testare l’attrezzatura in vista della sua prossima avventura. L’abbiamo trovato in bici a -15 e non ci siamo fatti scappare l’occasione per fargli qualche domanda.

Ciao Omar, dove ti trovi adesso?

“Sono partito qualche giorno da Keflavík, la penisola islandese dove si trova l’aeroporto. Ho pedalato lungo le strade del sud per poi tagliare verso nord in esplorazione del parco di Thingvellir. Ora sto puntando dritto verso i fiordi del nord ovest. Faro qualche giorno lì quindi girerò la bici e inizierò a pedalare verso sud per rientrare. Circa un migliaio di chilometri in 9 giorni. Come avete detto si tratta di una piccola avventura in preparazione di quella che sarà la mia prossima sfida.”

Di cosa si tratta?

“È troppo presto per parlarne.”

Almeno un anticipo, sarà sempre al freddo?

“Diciamo che si tratterà di una traversata molto fredda, in un posto remoto del mondo.”

Torniamo all’Islanda. Questa è la tua terza volta e rispetto alle prime due sarai completamente in autosufficienza…

“Esatto. La prima volta ho fatto il giro della Ring Road, ma con i mezzi di assistenza al seguito. La seconda volta ero invece da solo e ho fatto prima la Ring Road verso nord, poi sono tornato indietro e l’ho fatta andando verso sud perché c’era un tratto impercorribile. In quell’occasione ho dormito sempre in strutture riparate.

Questa volta invece ho con me una tenda e tutto quel che mi serve per essere autonomo. Sto battendo zone più interne dove le strade non sono asfaltate, sono più simili a piste o sentieri di terra e ghiaccio.”

Da cosa deriva questa scelta di diminuire sempre più?

“Quando si inizia un percorso di esplorazione alla fine ti appassioni e vuoi provare ad andare sempre un po’ più in là. Cerchi di essere sempre più autonomo, perché autonomia significa maggior possibilità.

In bici abbiamo un ‘limite’ dovuto proprio alla bici. Da un lato ti regala la possibilità di muoverti a una velocità maggiore, dall’altra parte hai però tutte le beghe meccaniche da affrontare oltre al fatto che non puoi portarla oltre i suoi limiti. Quando ho iniziato sono partito dal concetto di sicurezza, avendo con me un supporto che potesse darmi tutto quello di cui necessitavo. Ora invece sono alla ricerca del punto oltre il quale posso spingermi solo con la mia bici.”

Lasciando per un attimo l’Islanda, ma non il freddo. Hai strettamente legato il tuo nome ai gelidi ambienti invernali. Cosa ti attrae di questa stagione?

“Io amo il freddo. Ogni tanto penso che se fossi nato in montagna e avessi iniziato a fare alpinismo probabilmente avrei speso la mia vita scalando montagne in inverno. Io sono nato a Roma, in città,  e ho dovuto usare i mezzi che avevo a disposizione: correre o pedalare. La bici è stata amore a prima vista. In breve tempo ho poi unito alla bici la mia passione per le terre del nord e per il freddo.”

Quando hai scoperto questa tua passione per il freddo?

“Credo che tutto possa essere nato undici o dodici anni fa, sempre in Islanda. Questo non era ancora il mio lavoro. Era un viaggio con lo zaino in spalla e mi innamorai nell’immediato di questa terra, del freddo, del ghiaccio. Da lì iniziai a pensare all’esplorazione del mondo in sella alla mia bicicletta, iniziai a immaginarmi di arrivare fino al Circolo Polare Artico. Così mi sono spinto, un colpo di pedale dopo l’altro, fin sulle strade più difficili del nord.”

Per esempio?

“Strade come la Dalton Highway, in Alaska; o la Artic Way, in Canada; le strade che portano a Capo Nord e quelle dei Paesi scandinavi. Luoghi in cui puoi trovare veramente il freddo e le condizioni più estreme.”

Qual è stato uno dei momenti più difficili che ti sei trovato a vivere?

“Direi lo scorso febbraio mentre pedalavo verso Capo Nord in totale autonomia, come sto facendo ora in Islanda.

Ricordo che mi sono trovato ad affrontare una settimana in cui il termometro è sceso a -35 gradi. Un giorno ho pedalato per 80 chilometri nella zona di Alta, c’era solo la strada. Non c’erano aree di sosta, zone in cui potersi riparare da vento e freddo. Mi sono così trovato a pedalare per cinque ore in mezzo al vento e al freddo. In quel momento ho avuto paura perché ero completamente esposto, scoperto, e sapevo che se fosse anche solo capito un guasto alla bici non avrei avuto le capacità per poterla sistemare in quelle condizioni. Ho avuto paura dei congelamenti, ho capito di essere in balia della natura. Ho imparato che la natura va rispettata perché basta poco, una semplice decisione errata, per rischiare davvero.”

Ma, cosa significa stare 12 ore in sella a una bici quando ci sono -20 o -30 gradi?

“Devi essere fortemente motivato e positivo, devi eliminare tutti i pensieri negativi. Se inizi a pensare che qualcosa andrà storto entri in un loop che genera paura e la paura ti paralizza. Io cerco di essere sempre positivo e concreto.”

In tutti questi anni cosa hai capito dell’inverno?

“Al netto di tutte le discussioni sulle date di inizio e fine stagione, l’inverno è uno stato che ci portiamo dentro. Un modo di affrontare la natura prendendola per il suo lato più estremo, più silenzioso ma anche più forte.

Come ho detto ho sempre amato l’inverno. Il buio, la notte artica, il silenzio, la desolazione mi piacciono moltissimo.”

Ami la tristezza…

“Mi definisco più malinconico. Io sono malinconico e la malinconia non è un brutto sentimento. Ti permette di approcciare la vita in modo romantico, di pedalare sentendo davvero ogni colpo sul pedale.”

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