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Alpinismo, Pareti

Nicola Tondini e le Dolomiti, l’avventura dietro casa

Nicola Tondini, guida alpina e istruttore delle guide, nell’ambiente dell’alpinismo italiano (in particolare dolomitico) non necessita di molte presentazioni. Classe 1973 ha aperto una trentina di vie estreme, di stampo sia moderno che classico, sulle calcaree pareti dolomitiche.

Dalla forte etica, Nicola non è l’alpinista che insegue il numero. Conta poco il palmares in un mondo che non è, e non dovrebbe essere, competizione. A dare senso a ogni sua via è lo stile, il metodo, con cui questa è stata concepita. Un tipo di alpinismo dove la rinuncia è probabile, perché non si possono conoscere anticipatamente le difficoltà che la parete porrà davanti. Ma rinuncia non significa mai resa, è solo un momento di studio ulteriore prima di un nuovo ritorno in parete.

Nicola, già protagonista della passata edizione del Trento Film Festival con la pellicola “Non abbiate paura di sognare” in cui si confronta con altri alpinisti di calibro internazionale riguardo l’importanza del senso di avventura in montagna, è tornato a far parlare di se qualche giorno fa per l’apertura di una nuova via sulla Cima Ovest di Lavaredo. Con lui in questo progetto i compagni Alessandro Baù e Claudio Migliori a tutti va il merito di aver saputo trovare uno spazio d’avventura dove sembra non essercene più.

 

Nicola, sulle Tre Cime è stato fatto di tutto e di più ma a quanto pare esiste ancora spazio per fare qualcosa di interessante…

“Ci siamo accorti di questa opportunità, in particolare io e Alessandro Baù, ripetendo ‘Alpenliebe’ di Christoph Hainz. Salendo ci siamo resi conto che c’era un settore della Cima Ovest dove si poteva ancora trovare spazio.

A differenza della Cima Grande dove la parete è più omogenea, una bella lavagna gialla con tante vie rettilinee che occupano ormai quasi tutto lo spazio, la Cima Ovest ha una morfologia più complessa. Una complessità che ha lasciato molti più spazi aperti sui cui poter ancora tracciare nuovi itinerari.”

Allargando invece gli orizzonti dalle Tre Cime a tutte le Dolomiti, dove si può andare a cercare spazio per vie nuove in Dolomiti?

“Ci sono pareti ‘minori’ dove ancora potersi divertire e con lo spazio per fare qualcosa di nuovo. Se invece ci si vuole cimentare sulle pareti più famose del gruppo, allora per provare a fare qualcosa è necessario innanzitutto molto studio. Studio per non rovinare quel che già è stato fatto. È importante conoscere bene la parete, averci arrampicato sopra e aver dedicato tempo a capire dove salgono le vie già presenti. Per capirci, sulla Cima Ovest ci sono alcune vie molto ripetute e altre completamente abbandonate, ma che esistono. Se si vogliono tracciare nuovi itinerari è importante conoscerle tutte e sapere con precisione il percorso che seguono.”

Il livello tecnico invece?

“Sicuramente oggi gli spazi rimasti liberi richiedono un livello tecnico molto alto. A contare molto credo sia anche lo stile. Si può scegliere di fare una salita come ne sono già state fatte altre su quella parete, oppure scegliere di fare qualcosa di innovativo, che in quel settore non è ancora stato fatto.”

Voi che stile avete usato?

“Uno stile molto aperto all’avventura e alle possibilità di insuccesso. Non ci siamo dati fretta, abbiamo provato. Siamo partiti dicendoci che non avremmo utilizzato spit, capendo in divenire cosa si poteva fare con quello stile. Quando siamo rientrati dai primi tentativi abbiamo valutato che si poteva provare, che forse sarebbe stato fattibile. Sulla Cima Ovest erano state disegnate vie aperte in artificiale, che hanno un loro senso, come la ‘Via Italo Svizzera’ o lo ‘Spigolo Scoiattoli’. Noi avremmo potuto fare un’altra via aperta nello stesso stile mentre invece abbiamo preferito fare qualcosa che lì non era ancora stato fatto: una via aperta nello stile moderno, salendo in libera senza portare e utilizzare pattern artificiali. Una sfida nuova che per assurdo non è altro che il vecchio salire cercando il facile e il difficile senza forzare, infatti la via zigzaga molto.”

Siamo in un periodo di prolifiche aperture lungo tutto l’arco alpino. Quante di queste vie vengono però poi ripetute o entrano a far parte delle grandi classiche?

“Dipenda da cose si vuol fare quando si apre un nuovo itinerario. Se sto analizzando una parete con l’intenzione di fare una via che venga ripetuta da molti, allora non sto cercando un exploit. Deciso questo a contare sarà una chiodatura ben fatta, una bella roccia, la logicità del percorso e quell’andamento regolare che non ha forzature. Per farla finire nell’oblio è sufficiente costruire la via su roccia brutta o proteggerla male.”

Se invece sono in cerca di un exploit?

“Il discorso cambia. Le vie estreme impiegheranno certamente più tempo per essere ripetute.

La linea è più dura e magari non attirerà fin da subito una coda di persone. Sono però tracciati più significativi, come la mia ‘Colonne d’Ercole’ sulla nord-ovest del Civetta che conta le sue tre o quattro ripetizioni l’anno e il suo paio di tentativi. Una via che rimane nei sogni delle persone. Magari tra vent’anni il livello sarà così alto che questo percorso sarà alla portato di mote più cordate. Un po’ come la ‘Via Attraverso il Pesce’ che negli anni Ottanta contava pochissimi ripetitori mentre oggi viene salita da venti cordate l’anno. È diventata un passaggio obbligato per toccare con mano la storia.”

Visto che l’hai citata, “Colonne d’ercole” è il tuo capolavoro. Ci sono altre tue vie che hanno un significato così grande come questa?

“Prima di quest’ultima salita realizzata sulla Cima Ovest ho tre vie che mi rappresentano: ‘Quo Vadis’ al Sass dla Crusc; ‘Non abbiate paura di sognare’ alla Cima Scotoni; ‘Colonne d’Ercole’ sulla Civetta. Ognuna di queste ha caratteristiche differenti e nessuna è paragonabile alle altre. ‘Colonne d’Ercole’ è sicuramente un capolavoro per purezza dello stile e qualità della roccia; su Cima Scotoni invece si è unito lo stile pulito del Civetta con la scalata su sezioni impegnative; al Sass dla Crusc invece tratti compatti, inchiodabili, che hanno richiesto protezioni con spit.”

Toglici ancora una curiosità, non hai mai fatto spedizioni extraeuropee, come mai?

“Sicuramente ci sono posti in cui sognerei di andare ma, devo essere sincero, l’esplorazione dolomitica, la ricerca di questo stile che lascia sempre tanta incognita di riuscita, che spesso mi ha fatto tornare a casa con tanti dubbi sulle possibilità di riuscita, mi ha assorbito totalmente. Ci sono ancora tante linee che si potrebbero tracciare e vorrei mettermi in gioco lì.”

 

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1 Comment

  1. Complimenti per la bella intervista e per i concetti espressi: meno spit , ci vorrebbero piu’ “Tondini”.Cerco sul dizionario la parola “modestia”:
    espressione con cui ci si “scusa” quando si devono mettere in evidenza il proprio valore o i propri meriti .

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