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Storia dell'alpinismo

Saraghrar Peak, sessant’anni fa

Nel primo pomeriggio del 24 agosto 1959, due alpinisti di Roma si stringono la mano a 7349 metri di quota. Franco Alletto e Paolo Consiglio raggiungono la vetta del Saraghar Peak, sul confine tra Pakistan e Afghanistan, dopo una notte nella tendina del campo VI, a 6900 metri di quota. Poco dopo arrivano sul punto più alto anche Giancarlo Castelli Gattinara e Carlo Alberto Pinelli, che hanno dormito più in basso, al campo V. 

L’ultimo tratto dell’itinerario è facile, e qualcuno dei protagonisti si permette nel suo diario un paragone con le vette dell’Appennino d’inverno. Nella prima parte, però, l’ascensione è tutt’altro che banale. Tra il campo II e il campo III, intorno ai 5600 metri di quota, un’aerea e dentellata cresta di ghiaccio mette a dura prova gli alpinisti italiani e i portatori d’alta quota pakistani. Un’altra cresta difficile, meno aerea ma più ripida della prima, attende oltre il campo III, intorno a quota 6000.

Gli anni Cinquanta, nella storia dell’alpinismo himalayano, sono un periodo straordinario. Dopo la vittoria francese del 1950 sull’Annapurna, vengono saliti l’Everest, il K2, il Kangchenjunga e gran parte degli altri “ottomila”. 

Gli italiani, oltre che con la seconda cima della Terra raggiunta da Achille Compagnoni e Lino Lacedelli nel 1954, contribuiscono con la vittoria di Walter Bonatti e Carlo Mauri, nel 1958, sui 7925 metri del difficilissimo Gasherbrum IV.

Mentre le spedizioni al K2 e al GIV hanno un carattere nazionale, sono organizzate direttamente dal CAI e vedono partecipare i migliori alpinisti italiani, quella diretta al Saraghrar, la quarta vetta per quota dell’Hindu Kush, nasce in un ambito locale. A idearla sono Paolo Consiglio e Franco Alletto, due degli esponenti di punta della SUCAI, l’attivissima Sottosezione universitaria che opera all’interno della sezione di Roma del CAI. 

Negli anni precedenti, con Marino Dall’Oglio, Silvio Jovane, Bruno “Dado” Morandi e a molti altri, Alletto e Consiglio hanno tracciato itinerari di grande eleganza sul Gran Sasso. Sulle Dolomiti, i romani hanno aperto decine di vie nei massicci di Fanis, delle Conturines, del Picco di Vallandro della Croda Rossa d’Ampezzo. Tra le vie ripetute dai “sucaini” sulle Alpi sono la Solleder alla Civetta, l’Innominata del Monte Bianco e la Bonatti al Grand Capucin. Per la loro attività, quattro di loro vengono ammessi al CAAI, il Club Alpino Accademico. 

Nel 1957, Paolo Consiglio propone al presidente Alessandro Datti e al direttivo della Sezione di Roma di organizzare una spedizione sulle montagne dell’Asia.  Mi sembra che coi tempi che corrono, nel medagliere della Sezione di Roma, manchi qualche cosa e precisamente un successo extra-europeo” scrive Consiglio. “Al riguardo Franco Alletto ed io avremmo da proporti qualche cosa…”. Il Saraghrar, già tentato nel 1958 da una spedizione britannica, è un obiettivo invitante e importante. L’approvazione di Datti e della Sezione è immediata, e il Governo del Pakistan concede il permesso rapidamente.

La squadra lascia l’Italia il 24 giugno. Insieme ad Alletto, a Consiglio, a Castelli Gattinara e a Pinelli, partecipano alla spedizione Silvio Jovane, Enrico Leone e il medico Franco Lamberti Bocconi. Fosco Maraini, alpinista e orientalista fiorentino che un anno prima è stato sul Gasherbrum IV, viene invitato a dirigere la spedizione, ben sapendo di non essere un capo assoluto. Responsabile per la parte alpinistica e organizzativa è però Franco Alletto. Nei resoconti di Consiglio e compagni, si fa notare con orgoglio che questa è la prima spedizione himalayana italiana che non vede la partecipazione di guide alpine, ma solo di dilettanti. 

A fine luglio agli alpinisti piazzano il campo-base a 4200 metri di quota, alla testata del ghiacciaio Niroghi, ai piedi del versante orientale del Saraghrar. Alla ricerca della via migliore, e poi all’ascensione, partecipano sette portatori d’alta quota, tutti abitanti delle valli del distretto di Chitral. Dopo un primo tentativo per il ghiacciaio Sorlawi e il “canalone di Silvio”, viene trovata una via migliore sulla colata del Ghiacciaio Roma. Seguono la lenta salita verso l’alto, e l’apertura della via attraverso le due creste di ghiaccio, che costringono a dei passaggi acrobatici gli alpinisti romani e i portatori d’alta quota. L’attrezzatura, come sul K2 e sul Gasherbrum IV, è ancora quella classica, con piccozze a becca dritta, ramponi classici e tende “canadesi” di tela. Jumar e discensori non sono ancora stati inventati. Un momento doloroso della spedizione è la rinuncia alla cima da parte di Silvio Jovane, che non si è acclimatato alla quota. Poi, in una giornata magnifica, le due cordate di punta raggiungono i 7349 metri della cima. Dopo l’ascensione vittoriosa, e prima di ripartire per l’Italia, la comitiva visita le valli dei Kafiri (o Kalash), le popolazioni pagane insediate da millenni a sud di Chitral. 

Dopo il ritorno in Italia, Fosco Maraini dà alle stampe Paropàmiso, un libro che oltre a raccontare la spedizione alpinistica è ricchissimo di notizie sula cultura e l’etnografia della regione. La scrittura e la verve dell’orientalista fiorentino ne fanno una lettura da non perdere. Nel 1960 Hindu Kush, il film di Alletto e Pinelli che racconta la spedizione, viene premiato al Festival di Trento. 

Per gli alpinisti della SUCAI Roma, però, il Saraghrar è solo un punto di partenza. Negli anni successivi Pinelli, Alletto, Consiglio e molti altri iniziano a organizzare spedizioni verso cime di 6000 e più metri dell’Hindu Kush e del Karakorum. Alcune si concludono con delle vittorie, altre no, ma il carattere culturale ed esplorativo è sempre importante.

La voglia di partire e di esplorare degli alpinisti di Roma e del Lazio continua fino ai giorni nostri, con le spedizioni di Massimo Marcheggiani, di Giogrio Mallucci, di Roberto Iannilli e di altri. Anche l’alpinismo himalayano di Daniele Nardi, almeno in parte, nasce dalla vittoria romana e italiana sul Saraghrar. 

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