Alpinismo

La storia dei portatori nel dramma K2

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BARCELLONA, Spagna — Stava lavorando alla biografia di Mahdi, il portatore che bivaccò con Walter Bonatti sul K2 nel 1954, quando il tragico crollo del seracco sommitale inghiottì 11 alpinisti, fra loro il suo amico e compagno di cordata Karim Meherban. E’ così che Amanda Padoan, giornalista e alpinista, ha iniziato a scrivere “Buried in the Sky”, un libro che racconta la tragedia del 2008 dal punto di vista dei portatori d’alta quota. “Quando ho pensato all’ultima notte di vita di Karim – racconta -, da solo e di notte in cima al seracco del K2, mi rendo conto del perchè scrivo. Io gli devo questo libro. Karim, con gli altri alpinisti pakistani e nepalesi, ha una storia importante da raccontare”. Ecco tutti i dettagli nell’intervista di Montagna.tv.

Amanda, che genere di libro è “Buried in the Sky”?
E’ un romanzo-documento. Ci siamo sforzati di riportare il racconto di una storia che nessuno potrà mai conoscere davvero nel modo più completo possibile. Tra le numerose vite che si sono intrecciate sulla montagna, abbiamo scelto di focalizzare il racconto sugli alpinisti nepalesi e pakistani e sulla loro prospettiva. Ma abbiamo intervistato quasi tutti coloro che ne sono stati coinvolti.

Con chi lo hai scritto? Quanto tempo avete impiegato?
L’ho scritto con mio cugino Peter Zuckerman, giornalista premiato con il Livingston award. Peter si è fatto carico delle interviste, viaggiando per 6 mesi tra Nepal e Pakistan. Ha vissuto nei villaggi degli alpinisti Sherpa e Bhote, per conoscere la loro famiglia e la loro cultura. Io sono stata 6 settimane in Pakistan, intervistando i portatori d’alta quota che hanno lavorato per le spedizioni al K2 e molti dei portatori classici. E’ stata una sfida eccitante anche linguisticamente. Avevamo un intero team dedicato alla traduzione: in Nepal si parlava in 3 dialetti sherpa, un dialetto Bhote, in nepalese e occasionalmente in tibetano. In Pakistan, le interviste erano in  Urdu, Balti, Khowar, Wakhi, Shina and Brushaski. Sebbene abbiamo provato a portare avanti il progetto in modo accademico, Peter ha trovato diversi problemi: una volta, è quasi morto per un’overdose di yarsagumba, una medicina tradizionale fatta di bruchi secchi evidentemente contaminati con funghi allucinogeni. Un’altra volta è stato espulso dalla base militare pakistana dopo aver ottenuto le interviste. Sospetto che, sulla base delle statistiche, scalare il K2 sia più sicuro che lavorare con Peter.

Come hai iniziato a scriverlo?
Stavo lavorando alla biografia di un portatore Hunza, Amir Mehdi, conosciuto come “Mahdi” per errore. Mehdi era il compagno di Bonatti sul K2 nel 1954 e perse gli alluci per congelamento dopo quel tristemente famoso bivacco a 8000 metri. La storia mi affascina. E poi avevo delle ragioni personali per lasciare quel libro e iniziare questo: Karim Meherban, uno dei due Pakistani morti nella tragedia del 2008, era mio amico. Abbiamo tentato insieme il Broad Peak nel 2004. Quando ho pensato alla sua ultima notte di vita, da solo in un bivacco in cima al seracco del K2, capisco perchè lo sto facendo. Io gli devo questo libro. Karim, con gli altri alpinisti pakistani e nepalesi, ha una storia importante da raccontare.

Raccontaci un aneddoto…
Il mio ricordo più vivo è una bella giornata sul Broad peak. Eravamo a campo 2, stavamo bollendo l’acqua per la cena e c’era una fantastica visuale sul K2. Gli ho chiesto “Allora hai intenzione di scalarlo?”. Lui ha sprriso e ha detto “In’shallah”, ma dallo sguardo ho capito che avrebbe cercato un modo per farlo. Karim era un alpinista di talento, ma anche un uomo gentile, un padre e un marito amorevole. Il K2 ha ucciso il ragazzo sbagliato.

Qual è la tua opinione sulla tragedia?
La comunità alpinistica può essere molto crudele e, quando qualcosa va storto, cannibalizza sè stessa. Le montagna sono dure con noi, così noi siamo duri l’uno verso l’altro. Ma quando scrivi un libro dalla prospettiva dei portatori, l’analisi degli errori è piu facile. Non devi analizzare la psicologia del rischio al livello degli alpinisti occidentali. Per i portatori, è una questione economica e di responsabilità professionale. Se Karim fosse ancora vivo e gli avessi chiesto “perchè hai continuato a salire verso la cima nonostate l’ora tarda?” lui avrebbe risposto “è il mio lavoro”.

Hai contribuito a fondare una onlus che assiste i bambini dei portatori uccisi sul K2. Raccontaci qualcosa del Gerard McDonnell Memorial Fund?
In quella tragedia nove bimbi tra Pakistan e Nepal hanno perso i loro padri e il loro solo mezzo di sussistenza. La famiglia di Gerard McDonnell ha fondato un’associazione per aiutare questi bambini, per onorare la memoria di Ger che morì cercando di fare un soccorso. Si sono rivolti a Nazir Sabir, che ha dato inizio a questo sforzo unendosi a molti altri amici della comunità alpinistica. Per quanto riguarda me, sto donando i ricavi del libro “Buried in the Sky” alle famiglie dei portatori e al Mountain Fund, una onlus che gestisce scuole e cliniche mediche in Nepal.

Quando e dove sarà pubblicato il tuo libro?
“Buried in the Sky” verrà pubblicato nel 2011 dalla W.W. Norton negli Usa, Canada e dalla Orion in Irlanda, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda. Per ora il libro è in inglese, ma spero di vederlo presto tradotto in nepalese, Urdu e Wakhti.

Amanda Padoan, corrispondente di Explorersweb, è direttore di programma del Mountain Fund. Vive a Barcelona con i due figli: “tenteranno il K2 nell’estate 2025” annuncia sorridendo la Padoan.

Sara Sottocornola

Nella foto sopra: Karim Meherban al campo base K2 nel 2008, courtesy of Shaheen Baig.
Sotto, Amanda Padoan con le bombole di ossigeno della sfortunata spedizione all’Everest  del 1924.

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