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L'approfondimento, Patagonia

La Est del San Lorenzo, una grande sfida ancora aperta

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Mick Fowler nell'avvicinamento alla Est del San Lorenzo (Photo courtesy of www.es-on-ice.co.uk)
Mick Fowler nell’avvicinamento alla Est del San Lorenzo (Photo courtesy of www.es-on-ice.co.uk)

Colin Haley parlando della Torre Sud l’ha definita “la cima più difficile ancora inviolata in Patagonia”. Ma la sfida al Cerro San Lorenzo non si limita ad oggi a quella Torre. Tutti gli oltre 5 chilometri che si estendono a destra della Torre Sud fino alla cresta Est del San Lorenzo sono parete vergine, così pericolosa da mettere soggezione anche a chi tecnicamente sarebbe preparato a tentarla. Abbiamo chiesto un parere a Luca Maspes e Hervé Barmasse, alpinisti italiani che questa montagna la conoscono molto bene.

È stata ammirata da molti, ma quasi mai tentata realmente. Sono arrivati alla base della Est del San Lorenzo alpinisti del calibro di Mick Fowler, Es Tresidder, Josh Wharton, Mikey Schaefer e Bryan Gilmore, ma per varie ragioni, tutti hanno rinunciato a provarla. A rendere così pericolosa quella parete è in primis il seracco sommitale che da qualsiasi parte si provi a salire pende minaccioso sopra la testa degli alpinisti, per tutto il tempo della salita. Una vera roulette russa, insomma.

Luca Maspes quella parete l’ha vista da vicino per la prima volta nel 2002, durante la spedizione alla Nord Est del San Lorenzo con Diego Fregona.

“La Est è una parete ampia – spiega Maspes -, mai salita nonostante sia al San Lorenzo, una montagna importante. Vedi tantissime linee anche non estreme ma tutte sormontate da quel seracco. Nel 2002 l’avevamo scartata a priori perché era troppo pericolosa. Avevamo invece provato ad attaccare la linea sulla Nordest salita già per quasi mille metri da un team francese, linea che non ha più il seracco sopra la testa, finiva sotto i funghi sommitali che caratterizzano la cima del San Lorenzo. Appena arrivato il sole, al terzo tiro, una pioggia di sassolini ha cominciato a scendere lungo i canali della parete, niente di grosso ma un po’ inquietante considerato che andava aumentando. Siamo scesi per il caldo e quindi la paura che venisse giù troppa roba. La via è stata poi aperta dagli spagnoli Jordi Corominas e Oriol Barò sei anni dopo, scalando in settembre e confermando comunque l’instabilità del terreno: “grandes peligros objetivos” dissero”.

San Lorenzo parete est (Photo courtesy Rolando Garibotti www.pataclimb.com)
San Lorenzo parete est (Photo courtesy Rolando Garibotti www.pataclimb.com)

Tecnicamente la qualità della roccia non agevola la scalata: non è il granito del Fitz Roy e dintorni, ma è roccia al quanto decomposta quasi ovunque. Lo sa bene Hervé Barmasse che nel 2006, con Giovanni Ongaro, Lorenzo Lanfranchi e Matteo Bernasconi membri della spedizione Up Project trip two, ha salito la Via degli americani sul versante Nord del San Lorenzo, aprendo l’uscita diretta alla vetta e chiamandola “Cafè Cortado”.

“Sull’ultimo tratto della nostra via al San Lorenzo – racconta Barmasse – la roccia era marcia e dopo due o tre tentativi dei miei compagni sono riuscito a portare a termine l’ultimo tratto della via e uscire dalla parete Nord. Un tiro di corda di 60 metri su cui non ho potuto mettere una protezione perché la roccia non lo consentiva e tornare sui miei passi sarebbe stato più rischioso che continuare sino alla cima. Una situazione particolare, incerta, ma si è conclusa nel modo migliore. Non ero stato più bravo o più forte di nessuno, semplicemente non avevo scelta. Per fortuna la roccia del San Lorenzo non è tutta così e spazio per esprimersi ne rimane tanto. Riguardo alla parete Est, a differenza di altre montagne dove il rischio oggettivo di esser travolto da un seracco è limitato nel tempo, su quella parete, tecnica, difficile, il rischio sarebbe di rimanere esposto per più di una giornata, forse anche due. Devi decidere se accettare quel rischio o guardare altrove. Io quella parete l’ho guardata, studiata, linee più sicure se ne individuano ma sono quelle salite che devi avere la fortuna di trovare in condizioni particolari, con tanto ghiaccio per poter procedere velocemente e spesso questa occasione si presenta solo una volta ogni “tot” anni. Di certo quella e altre montagne della Patagonia possono ancora rappresentare un’importante sfida. Per fortuna, ce ne sono tante…”.

Alla base della Torre Sud del San Lorenzo l’anno scorso è giunta un’altra spedizione italiana. Erano Lorenzo Nocco, Luca D’Andrea, Massimo Massimiano e Roberto Iannilli, mente del gruppo ed alpinista più esperto. Anche loro, constatata la pessima qualità della roccia, hanno deciso di non tentare.

 

Foto e info sul San Lorenzo sul sito Pataclimb.com

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