Alpinismo

Mondinelli e le emozioni dell’Annapurna

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BERGAMO —  L’Annapurna: una montagna sofferta, colma di brutti ricordi che tutto quel vento non è riuscito a spazzare via. Ma una montagna che lo ha portato a un solo passo da quel traguardo tanto sognato da quasi tutti gli alpinisti: i 14 ottomila. Silvio Gnaro Mondinelli confessa gioie, dolori e emozioni in questa esclusiva videointervista rilasciata a Montagna.tv.

Guarda la videointervista  (formato wmv 06:50)
 

Finalmente sei rientrato dalla “gloriosa” spedizione all’Annapurna. Raccontaci com’è andata.
Mah, “finalmente”… sono stato via solo 25 giorni, di solito sto via due mesi! A parte gli scherzi è andata bene, merito dei due Sherpa che avevamo con noi. Uno dei due era salito con una spedizione indiana nel 2002, conosceva una via abbastanza sicura ed è stato importante per il nostro successo. Lo Sherpa che era con me sulla cima si chiama Pemba Rinji Sherpa è stato 7 volte sull’Everest, 3 sul Kanchenjonga, 1 sul Lhotse. Non li avevamo come “portatori”, ma come compagni di cordata: è stata un’esperienza interessante dal punto di vista umano. Io sono salito in cima con la bandiera nepalese, perché era l’ultimo ottomila che facevo in Nepal e mi sembrava giusto ricordare questo Paese.

 
Anche i tuoi compagni sono arrivati in vetta con gli Sherpa?
Sì loro sono arrivati su un momento dopo. Abbiamo resistito con il brutto tempo a 6600 metri (campo 3), dicendoci “proviamo a stare qui ancora un giorno, e se va bene proviamo ad andare in cima, altrimenti scendiamo”. È stato forse il momento più duro della spedizione, perché rimanere tanti giorni ad alta quota bevendo pochissimo e mangiando ancor meno è una cosa brutta. Ma è andata bene: il giorno dopo le condizioni non erano buonissime (molto freddo e tanto vento) ma siamo riusciti a salire in cima.
 
La vetta dell’Annapurna è arrivata dopo tanti tentativi, quali sensazioni hai provato?
A dire la verità, quando sono arrivato su non sapevo quale fosse la vetta. Siamo sbucati in centro alla cresta sommitale, mi ricordavo la foto dei due Marii (Merelli e Panzeri) nel 2005, e sono andato a cercare la cima fino in fondo sulla destra, perché avevo paura che non  me la convalidassero. Sicuramente non è stata una spedizione facile per quello che è successo ad Abele Blanc. E quando sono passato sotto a dove era morto Christian Kuntner… insomma, in cima è stato piuttosto che felicità ho provato un senso di liberazione. Come ho scritto nel mio libro, le braccia alzate certe volte significano vittoria e disperazione. Io stavolta non ho alzato le braccia, forse per rispetto di queste persone.
 
Di quale libro parli?
Si chiama uno "Laserù", l’ho pubblicato tre o quattro anni fa: è un libro fotografico con appunti dei miei diari. Il 5 dicembre invece uscirò con un nuovo libro, un racconto, che si chiama "I pilastri dell’Himalaya". (gli appassionati segnino la data in agenda!)
 
Torniamo alla spedizione: quando Abele è dovuto rientrare, avevate già iniziato la salita?
Non avevamo ancora tentato niente, è successo durante i primi giorni. Volevamo abbandonare tutti la spedizione, poi Abele giustamente ci ha detto “No, è un fatto personale, voi dovete restare”. L’abbiamo fatto, ma all’inizio non è stato bello, anche perché di ridere e a scherzare non avevamo più voglia. Poi fortunatamente prevalgono sempre le cose belle e siamo riusciti a fare quello che dovevamo fare.
 
Com’è stato il rapporto con i tuoi compagni di spedizione?
Buonissimo. Mi dispiace per Fabio Iacchini, è molto forte ad arrampicare e ci ha fatto divertire starlo a guardare sui sassi al campo base. Purtroppo, sui 6.400 – 6.500 metri di quota ha abbandonato la salita. Dispiace sempre perché si vorrebbe partire insieme, fare le cose insieme e arrivare in cima insieme, invece lui è tornato giù. Ma Fabio sa il fatto suo, è un forte arrampicatore e questo secondo me deve sfruttarlo, forse facendo delle vie sempre più belle su roccia piuttosto che gli ottomila.
 
Il prossimo e ultimo obiettivo si chiama Broad Peak. E’ già tutto organizzato?
Sì, ci ho già pensato. Volevo finire gli ottomila in Nepal perché là ci sono vino, birra e whisky per festeggiare, mentre in Pakistan, che è un paese musulmano, no… Dovrei partire in primavera per il Nepal, per acclimatarmi, e poi andare a colpo sicuro in Pakistan. In  Karakorum c’è sempre un tempo balordo, se arrivo che non sono acclimatato ed è bello  solo i primi giorni, magari non riesco ad andare in cima. Invece così posso anche permettermi di fare la “sparata”. Sulla carta il Broad Peak è un ottomila abbordabile, vedremo il tempo. L’anno prossimo sarà anche il cinquantenario della prima salita, ci sarà un sacco di gente. Kurt Diemberger mi ha portato fortuna al K2, spero che me la porti anche al Broad Peak.
 
Sai già con chi partirai?
Sì la squadra ce l’ho già. Ci sono anche i due leader dell’agenzia Nodo Infinito che vogliono far parte della spedizione. Il mio compagno di cordata sarà un ragazzo di Alagna che avevo con me allo Shisha l’anno scorso. E’ giovane, forte, e spero che, magari, io finisca e lui cominci.
 
E’ già pronta anche la festa?
No.. volevamo far festa anche quest’anno all’Annapurna, invece per una cosa e l’altra non ci siamo riusciti. Come al solito i momenti più belli sono quando torni a casa e con gli amici ti trovi a bere un bicchiere di vino. Solo che allora spero ci sarà una botte, di vino!
 
Dopo il tuo successo dell’Annapurna siamo stati inondati di messaggi per te e per i tuoi compagni. Com’è sentirsi vicino tutte queste persone, alcuni amici, altri che nemmeno conosci?
Sono un po’ timido in queste cose. Preferisco fare i complimenti a un altro che riceverne, ma sicuramente fanno piacere. Avevo acceso il telefono quando sono sceso dalla cima, lo usavo un po’ come una radio, e già ricevevo un sacco di messaggi e di complimenti, tipo “bravo ce l’hai fatta”. Non potevo rispondere per non perdere la concentrazione, e anche perché l’Annapurna – come tutte le altre montagne – è fatto quando si arriva al campo base. Ma fa molto piacere che ci siano le persone vicine. Per questo ringrazio tutti quelli che hanno scritto sia sul mio sito che sul vostro, e speriamo che l’anno prossimo ce ne siano il doppio perché vuol dire che ho finito!
 
Sai però, che mentre eri via, il Cai ha pubblicato una ricerca secondo cui gli ottomila sarebbero 22 e non 14?
Gnaro si mette “le mani nei capelli” (ride). Ma subito si riprende: "Meglio, almeno ho la scusa per stare in giro!"
 
Sara Sottocornola

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