Medicina e benessere

Gravidanza, montagna e quota. Quali sono i rischi?

Durante la gravidanza è possibile praticare attività sportiva in montagna? La domanda non è di facile soluzione perchè la letteratura in materia è molto scarsa. Il nostro medico, esperto d’alta quota, Giancelso Agazzi ha raccolto le informazioni esistenti e individuato alcune raccomandazioni utili per le madri in attesa appassionate di montagna. Nel pezzo, anche qualche curiosità: pensate che qualche anno fa, una donna al secondo mese di gravidanza è salita ad oltre 7000 metri di quota.

Va considerato che nei primi mesi della gravidanza, nella fase dell’organogenesi, l’ipossia può causare anormalità a carico del feto. Nella fase finale della gravidanza, invece, l’aumento dell’utero e lo sviluppo corporeo del feto possono creare affaticamento alla madre e qualche difficoltà alla respirazione. Sia la gravidanza che l’altitudine determinano nella donna un’aumento della ventilazione polmonare: ciò permette di migliorare la saturazione arteriosa dell’ossigeno della madre, ma l’ossigenazione fetale è meno elevata in altitudine. Inoltre, in quota l’aria è in genere più secca, così diventa importante garantire una buona idratazione nella donna incinta.

I possibili rischi

Quanto ai rischi per la gravidanza, bisogna distinguere diversi periodi. E’ sospettata – ma non dimostrata – una più alta incidenza di aborto spontaneo nel primo trimestre di gravidanza. Quando una donna gravida incomincia a fare esercizio fisico in alta quota, infatti, i muscoli scheletrici possono privare la placenta di sangue (Moore,’87; Niermeyer,’99). Per questo motivo, è indispensabile rispettare i giorni necessari per un’adeguata acclimatazione prima di realizzare un esercizio fisico in altitudine. Per lo stesso motivo, le donne con più alto rischio di aborto spontaneo o di ritardo di crescita intra-uterina dovrebbero evitare di andare in alta quota anche per brevi soggiorni.

In caso di soggiorni prolungati (più settimane o mesi) oltre i 2500 metri di quota si riscontra una maggiore incidenza di pre-eclampsia (complicazione della gravidanza che prevede pressione arteriosa elevata, gonfiori e proteine nelle urine) ma anche di ritardo di crescita intra-uterina. Si raccomanda in tal caso una maggiore sorveglianza medica (controllo periodico della pressione arteriosa e della proteinuria); controllo ecografico del feto, con doppler delle arteria uterina e dell’arteria ombelicale.

Durante la seconda metà della gravidanza, invece, un breve soggiorno a quote oltre i 2500 metri, senza esercizi pesanti o in donne non fumatrici non sembra esporre a rischi. L’uso dello zaino va limitato e non deve essere troppo pesante. Sicuramente è fondamentale l’uso del buon senso, che arriva dove la scienza non può talvolta arrivare.

Come ha ricordato Dominique Jean, medico francese di Grenoble membro dell’Uiaa, in una conferenza su “Donna e alta quota” tenutasi al Palamonti di Bergamo, nella donna incinta vanno valutati anche i rischi legati ad un viaggio in zone disagiate. Ci si trova, talvolta, infatti, in zone remote distanti da qualsiasi struttura  in grado di fornire cure ed assistenza di tipo medico. Alcune malattie infettive possono dimostrarsi più severe in corso di gravidanza (diarrea, malaria, epatite E, etc.). Alcuni farmaci utili per la profilassi o per il trattamento di malattie infettive sono controindicati in gravidanza (antimalarici, chinoloni, sulfamidici). Inoltre, l’uso dell’acetazolamide (Diamox), farmaco usato per la prevenzione e la cura del male acuto di montagna, è controindicato nel primo trimestre di gravidanza (rischio teratogeno, ossia dello sviluppo del feto) ed a partire dalla 36esima settimana (rischio di ittero neonatale severo, con turbe metaboliche).

Gli studi disponibili

Le conoscenze di base riguardanti le gravidanze in montagna provengono da tre fonti: pochi, piccoli studi che si occupano dell’effetto dell’esercizio fisico e della quota nel corso del terzo trimestre di gravidanza; studi più estesi riguardanti le donne gravide che vivono in alta quota; nozioni fisiologiche di base sull’adattamento durante la gravidanza in normossia ed ipossia.

I tre studi sull’esercizio esistenti sono stati effettuati su donne al terzo trimestre di gravidanza che si sono esposte in modo acuto a quote moderate (1800-2200 metri di quota). Su un totale di 25 donne, tre feti hanno mostrato una bradicardia in quota durante o poco dopo l’esercizio, ma va sottolineato che due di queste tre madri erano fumatrici (Huch, ’96). Da segnalare anche un travaglio di parto pretermine, un parto alla 37esima settimana, ed una donna con irritabilità uterina alla 32esima settimana che ha richiesto un periodo di osservazione in ospedale per 72 ore subito dopo di aver effettuato il test di esercizio.

Esiste però il caso di una donna che al secondo mese di gravidanza è salita fino a 7100 metri di quota senza alcun problema, e che poi ha partorito un neonato sano. Confrontata con un’altra donna non gravida, che l’accompagnava, ha messo in evidenza una maggior saturazione dell’ossigeno, una più bassa frequenza cardiaca e minori periodi di desaturazione durante la notte come evidenza indiretta di minori “periodic breathing” tra 5100 e 7100 metri (Kriemler, 2001).

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