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C'era due volte Paul Pritchard

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Un climber britannico con uno straordinario talento per la scrittura e le pareti verticali. Una vita divisa in due da un tragico incidente in parete: il prima, in cui passa la vita a scalare finanziato dal sussidio di disoccupazione, in "Deep Play". Il dopo, nella nuova condizione di disabile che però non lo porta ad arrendersi, ma anzi gli fa scoprire una nuova dimensione dell’arrampicata, in "Totem Pole". Due vite, una storia. Paul Pritchard.

Paul Pritchard. Climber, disoccupato, sfaccendato, con l’unico interesse per la montagna e le pareti verticali. Nasce in cima a una cava, è adolescente nei duri anni ’80, nell’Inghilterra di Margaret Thatcher, delle lotte sindacali e del lavoro che scarseggia.

Vive con l’assegno di disoccupazione, che spende interamente per finanziarsi le scalate. Un comportamento questo, per il quale è messo sotto accusa da molti e che Pritchard spiega in "Deep Play". Un libro, edito in Italia da Versante Sud, in cui giustifica l’investimento statale con un resoconto eloquente e avvincente delle pressioni e delle ricompense dell’arrampicata moderna.

Come climber Pritchard esordisce nel Peak District in Inghilterra, poi si trasferisce nel Galles del Nord, sulle scogliere di Anglesey. Nel 1987, in Scozia con Johnny Dawes, Pritchard scala in libera The Scoop, la via aperta in artificiale sulla strapiombante parete di Sron Ulladale.
 
Nel 1992 è con Simon Yates, Noel Craine e Sean Smith, in Patagonia dove apre una nuova via sulla parete Est della Torre Centrale del Paine. E poi ancora altre salite, notevoli ripetizioni e prime ascensioni, in Yosemite, a Bariloche, sulle Torri di Trango e sul Meru.

Nel 1997 vince il Premio Boardman/Tasker per la letteratura di montagna con il suo primo libro "Deep Play". Con i soldi del premio parte per un giro del mondo che lo porta infine a scalare un sottile pilastro di roccia sulle coste della Tasmania, il Totem Pole.

Lì venerdì 13 febbraio 1998 un grosso masso, dopo un volo di 25 metri, lo colpisce alla testa. Precipita dalla parete, viene salvato per miracolo e si risveglia all’ospedale con metà corpo paralizzato, senza l’uso della parola e incapace di connettere concetti semplici fra di loro.

"Penso che l’incidente sia la cosa migliore che mi sia capitata – ha dichiarato più tardi Pritchard -, perché mi ha proiettato in una vita diversa: ho perfino pensato di aver cercato di proposito l’incidente, anche se in maniera inconscia, per evitare una vita noiosa, non volendo diventare come molti altri miei compagni alpinisti".

Da questo evento, spartiacque nella vita del climber, nasce "Totem Pole", edito in Italia da Cda&Vivalda. Pritchard racconta la caduta, la degenza è come ne e uscito in breve tempo con grandi sforzi e una determinazione inflessibile. Un libro che vincerà un secondo Boardman Tasker Award, un riconoscimento senza precedenti.

Dopo l’incidente Paul rimane a vivere in Tasmania dove si sposa e ha una figlia. Anche se disabile, Paul è tornato ad arrampicare, e nel 2005 ha fatto parte di una spedizione sul Kilimanjaro composta interamente da disabili.

                     
Valentina d’Angella

 

 

 

  Titolo: Deep Play
Autore: Paul Pritchard
Casa editrice: Versante sud
Pp. 208 + XII tavole fuori testo
Prezzo: 16 euro                                                                                

                                          

                                

  Titolo: Totem Pole
Autore: Paul Pritchard
Casa editrice: Cda&Vivalda
Pp. 200
Prezzo: 15,49 euro                                                                             

 

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Un commento

  1. Ho letto Deep Play e lo ho trovato affine un pò a “Questo gioco di fantasmi” di J. Simpson. Nel senso cioè che gli scalatori britannici si fregano di tutto tranne che di arrampicare: una scelta di vita fatta di precariato e di sussidi statali, di scalate estreme e di gravi incidenti. Non so se sia volere a tutti i costi seguire la tua passione o scappare dalle responsabilità. Certo, ognuno fa le cose crede! Penso che l’importante sia restare sempre sè stessi: in parete come in fabbrica.

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