Alpinismo

Silvio Mondinelli: vi racconto la mia montagna

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BERGAMO — “Credi di saper tutto della montagna e poi alla fine non sai niente, anche se sono anni che ci vai”. Sono le parole di Silvio Gnaro Mondinelli che, con 12 ottomila scalati senza ossigeno, è ormai a un passo dall’ingresso nella storia dell’alpinismo. Mondinelli si confessa a Montagna.tv regalando preziose riflessioni sulla montagna. E scucendo, in anteprima, i suoi prossimi programmi.

Cosa significa montagna per Silvio Mondinelli?
Credo che sia uno stile di vita. Sono sempre andato in Himalaya perché sono un appassionato. Quando sei giovane pensi solo a salire, solo dopo pensi all’interesse. Non te ne frega niente di fare fotografie e di portare a casa soldi. Poi vedi che gli altri hanno la casa e hanno la macchina grossa… e io invece ho una Punto e non ho la casa. Allora dico: nella mia vita ho solo scalato montagne? No. Credo che sia giusto coniugare montagna ed interesse. Ma negli ultimi anni ho visto troppe persone che pensano solo a quello e non la vivono come passione. Io sono ancora alla vecchia maniera, voto per la passione. Poi certe volte vengo a casa senza cima ma questo fa parte del gioco.
 
Si può vivere solo di alpinismo?
Io sono un finanziere, ma credo che se tornassi indietro potrei farlo tranquillamente. Ma sono convinto che se imposti bene la tua vita e i tuoi rapporti si possa fare. E’ questione di onestà e correttezza.
 
Cosa l’ha spinta sugli ottomila?
A dir la verità, la prima volta l’ho fatto per vedere a che quota arrivavo. E non ci sono arrivato. Poi ho detto: perché quell’altro ci arriva e io no? Così ho insistito. La prima volta, ho avuto grande fortuna di andare con persone molto umane, come Sergio Martini Fausto De Stefani, che mi hanno insegnato a vedere la montagna sotto un’altra forma. Non solo dal punto di vista sportivo ma anche, per esempio, umanitario (ndr. Mondinelli finanzia un ospedale per bambini in Nepal). Mi è piaciuto molto e ho continuato. Dopo il primo ottomila ho fatto il secondo. E poi entri in un giro che è come la droga: tante volte ho pensato di smettere e invece sono qui, quasi alla fine.
 
Quali montagne le mancano per arrivare ai 14 ottomila?
Mi mancano Annapurna e Broad Peak. All’Annapurna vorrei andare quest’autunno, ma non ho ancora trovato i compagni giusti né la concentrazione. Ci torno dopo la brutta esperienza dell’anno scorso, quando è scomparso il compagno Christian Kuntner. È una montagna molto pericolosa, soprattutto per le valanghe.
 
Punta a completarli nel 2006?
Li avevo già puntati nel 2004, ma sono ancora qui. Si vedrà. Fretta non ne ho, perché non sono il primo a raggiungere l’obiettivo ma solo uno dei tanti (finora, l’hanno fatto in 13 in tutto il mondo, ndr). E poi anche perché se finisco poi magari la moglie non mi lascia più andare in giro!
 
Un aggettivo per descrivere cosa si prova sulla vetta.
Tante volte ho provato indifferenza. Dallo sfinimento, dalla fatica, non riesci a pensare a niente. Certo poi, mentre scendevo, mi cresceva qualcosa dentro. E al base assaporavo in pieno la soddisfazione.
 
Qual è stato il momento più brutto?
Quando abbiamo abbandonato un compagno al Kanchenjonga, pensando che fosse morto. C’era stata una bufera pazzesca e lui al mattino non è arrivato. Io avevo mani congelate, un altro il naso, un altro ancora era sfinito. Abbiamo sbagliato. Credi di saper tutto della montagna e poi alla fine non sai niente, anche se sono anni che ci vai.
 
Quale il compagno più importante?
Sicuramente Mario Merelli. Abbiamo fatto 3-4 ottomila insieme, e si è creato un rapporto speciale di amicizia.
Sara Sottocornola 

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