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Il gatto selvatico, 7 curiosità sul fantasma dei nostri boschi

La popolazione del piccolo ed elusivo felino è in aumento dalle Alpi agli Appennini. Ma incontrarne uno è sempre molto difficile

Il gatto selvatico rappresenta una di quelle specie così complicate da incontrare nei boschi italiani, da arrivare quasi a domandarsi se esista davvero. E qualora lo si incontri, coscienti della rarità di tale evento, diventa inevitabile restare per qualche istante nel dubbio di non aver visto in realtà un semplice gatto domestico un po’ arcigno. Ma il “fantasma dei boschi” esiste eccome, e la sua presenza sul nostro territorio risulta anzi in crescita. Oggi vogliamo raccontarvi qualche curiosità su questo piccolo felino estremamente elusivo, augurandovi di incrociarlo un giorno sul vostro cammino.

Chi è il gatto selvatico

Con il termine generico di “gatto selvatico” si intendono felini appartenenti alla specie Felis silvestris, ad ampia distribuzione in Africa come in Eurasia, all’interno della quale è possibile riconoscere le seguenti principali sottospecie, di cui una, come noterete, selvatica non è:

  • Felis silvestris silvestris, gatto selvatico europeo
  • Felis silvestris lybica, gatto selvatico (nord)africano
  • Felis silvestris ornata, gatto selvatico asiatico
  • Felis silvestris cafra, gatto selvatico (sud)africano
  • Felis silvestris catus, gatto domestico

Nei boschi italiani troviamo il gatto selvatico europeo (a livello peninsulare e in Sicilia) ed esclusivamente in Sardegna il gatto selvatico africano, arrivato sull’isola all’epoca dei Fenici. Ampiamente rappresentato sul territorio nazionale è il Felis silvestris catus, il gatto domestico, che per il selvatico rappresenta un problema. Appartenendo alla medesima specie sono infatti interfecondi, dunque è possibile che si verifichino degli incroci, i cosiddetti fenomeni di “ibridazione” che, esattamente come nel caso di lupo e cane, rappresentano un rischio per la stabilità genetica della sottospecie selvatica. Fortunatamente si tratta di eventi rari, in quanto il gatto selvatico vive esclusivamente nei boschi, prediligendo le foreste di latifoglie. Il problema può essere rappresentato da esemplari domestici inselvatichiti. Estremamente schivo e solitario, si tiene generalmente a distanza dalle aree abitate dall’uomo. Altro ambiente che sembra non prediligere è l’alta quota, probabilmente perché l’innevamento ostacola spostamenti e caccia.

Sembrerà strano a dirsi, ma il gatto selvatico rappresenta in Italia il felino selvatico più diffuso. Se ci pensiamo un po’, non è che le nostre montagne abbondino di leoni, puma o tigri. L’unico altro felino autoctono in cui si può imbattere su Alpi e Appennini (e anche in questo caso serve grande fortuna), è la lince.

Possiamo distinguerlo dal gatto domestico?

Incontrare un gatto selvatico in Italia significa trovarsi di fronte a un gattone, dal corpo robusto, agilissimo, con la testa corta e rotondeggiante, zampe forti e lunghe, specialmente quelle posteriori, coda lunga circa metà del corpo, uniformemente folta, tronca all’estremità. Pelo lungo e folto di colore grigio giallastro – grigio argenteo con striature.

Dimensioni: per il gatto europeo fino a 1,20 metri di lunghezza compresa la coda, per un peso di 3–8 kg. Ovviamente si parla di valori medi, le femmine generalmente sono più piccole dei maschi. La sottospecie sarda presenta dimensioni inferiori, in media 50-70 cm di lunghezza per un peso di massimo 3 kg e mostra un peculiare ciuffo auricolare al termine delle orecchie dritte e appuntite.

Di fronte a una simile descrizione è facile rendersi di quanto possa essere difficile distinguerlo dal gatto domestico. Che si tratti di gatto selvatico europeo o sardo. La somiglianza è particolarmente elevata in particolare con il Tabby, il gatto soriano. Ma gli esperti sottolineano che ci siano dei “trucchi” per identificare gli esemplari selvatici. L’ISPRA evidenzia in particolare le seguenti caratteristiche peculiari, le più rilevanti: “la coda, clavata e caratterizzata dalla punta nera e da due/tre anelli chiusi, la netta linea dorsale che termina all’attaccatura della coda, le quattro/cinque striature occipitali, le due striature scapolari, il rinario nero”.

Quando è più facile incontrarlo?

Verrebbe da rispondere istintivamente “mai”, ma cerchiamo di ragionare scientificamente. Il gatto selvatico è un cacciatore con abitudini soprattutto crepuscolari-notturne, mentre di giorno rimane nascosto in rifugi, quali cavità degli alberi, tane abbandonate o anfratti rocciosi. Il sardo sembra amare meno la notte, prediligendo alba e tramonto come fasi di caccia. In linea teorica, come confermano le fototrappole, la probabilità di incrociarli cresce al calare del sole.

In un particolare periodo dell’anno la sua presenza può diventare più evidente: nel periodo degli amori, da gennaio a marzo ma anche fino a giugno, è infatti possibile udire dei caratteristici richiami amorosi del maschio.

Un cacciatore infallibile

Il gatto selvatico è un carnivoro obbligato e le sue prede preferite sono rappresentate da roditori e piccoli mammiferi. Ma sa anche essere un predatore opportunista, all’occorrenza cibandosi di anfibi, insetti o uccelli che scova nei nidi. Nella caccia è infallibile: si sposta silenziosamente e lentamente tra i sentieri, attacca di soppiatto la preda, bloccandola a terra con gli artigli, prima di infliggere il morso letale. Nonostante l’abilità nell’arrampicarsi sugli alberi, generalmente caccia al suolo.

Curiosità in merito agli artigli: il gatto selvatico ha l’abitudine di graffiare i tronchi degli alberi, sia per affilarsi le unghie, sia come segnale territoriale per i suoi simili. In tema di segnali territoriali, il maschio inoltre lascia delle marcature odorose spruzzando urina e difende la sua area depositando feci.

Quanti sono i gatti selvatici in Italia?

Una risposta certa a tale domanda non esiste. Il gatto selvatico è infatti così elusivo che per studiarne la presenza e distribuzione bisogna sommare le informazioni ricavabili da fototrappolaggio, raccolta di campioni biologici (peli ed escrementi), oltre a incontri fortuiti o casi di investimento o abbattimento accidentali.

La presenza della specie sul territorio nazionale è calata drasticamente prima della adozione della Convenzione di Berna (1979) a causa di una vera e propria persecuzione, in quanto considerato animale nocivo dagli agricoltori.

A livello peninsulare, come riportato da ISPRA, l’areale finora accertato presenta come limite estremo settentrionale l’area delle Foreste Casentinesi. A Sud di tale limite si riconosce una distribuzione diffusa lungo la dorsale appenninica, dai Monti Sibillini all’Aspromonte. Il Gargano risulta essere l’unica isola ecologica. In Sicilia lo si trova nella porzione settentrionale dell’isola, a esclusione della punta occidentale. A Nord delle Casentinesi, nelle Alpi Liguri l’areale non sorpassa il Monte Settepani e nelle Alpi Marittime non supera lo spartiacque tra l’alto bacino del Tanaro e i bacini dei torrenti Argentina e Arroscia. Nelle Alpi Orientali italiane il gatto selvatico è presente nelle Prealpi Carniche, nelle Alpi Tolmezzine, nelle Prealpi Giulie e nelle Colline Moreniche Friulane.

Aumentano però gli avvistamenti che porteranno a una certa revisione di tale perimetro. Nel 2014 si è verificato un primo avvistamento nel Bellunese, terzo a livello di regione Veneto. E nel dicembre 2021 le fototrappole del Museo delle scienze di Trento (MUSE) hanno immortalato il passaggio di un gatto selvatico ai piedi delle Pale di San Martino, in Primiero. Avvistamento che potrebbe essere prova di una possibile espansione verso occidente del nucleo presente nel Veneto.

Per migliorare le conoscenze in termini di distribuzione, è stato avviato dal Museo di Storia Naturale della Maremma, in collaborazione con ISPRA e con il Ministero dell’Ambiente, un progetto di coordinamento nazionale che prevede di integrare dati storici con osservazioni recenti attendibili, condotte da ricercatori o provenienti da segnalazioni verificate, intendendo in tal senso con il contributo della citizen science. La mappa della distribuzione, aggiornata in tempo reale, è consultabile sul portale Gattoselvatico.it, ove è possibile anche reperire notizie sulla specie, approfondimenti, pubblicazioni. Chiunque può contribuire all’arricchimento del portale, inviando foto o link a filmati (anche da fototrappole), con indicate data e località. A seguito della validazione da parte di un team di specialisti, le segnalazioni vengono inserite nella mappa.

Una specie da salvaguardare

La specie, valutata Least Concern dallo European Mammal Assessment, è inclusa nell’appendice II della CITES, nell’appendice IV della direttiva Habitat e nell’appendice II della Convenzione di Berna. In Italia il gatto selvatico è protetto dalla legge 157/92 sulla caccia ed è inserito tra le specie di interesse comunitario che richiedono protezione rigorosa dal D.P.R. 357/97. La sottospecie sarda, considerata rara, è inoltre protetta dalla Legge regionale n. 23 del 1998.

Sebbene non sia più “perseguitato” come specie nociva, a livello italiano, più in generale europeo, il gatto selvatico si trova ad affrontare nuove minacce: al sopracitato rischio di ibridazione, si aggiungono la frammentazione e antropizzazione dell’habitat, l’esposizione a sostanze chimiche agricole tossiche e la trasmissione di malattie da parte dei gatti domestici.

Ai gatti selvatici piace la valeriana

Concludiamo rivelandovi una curiosità sui gusti dei gatti selvatici: trovano irresistibile la valeriana. Non nel senso che amano mangiarla – sarebbe molto strano per un carnivoro obbligato – ma nel senso che ne adorano il profumo. A scoprirlo sono stati nel 2006 dei ricercatori alla ricerca di un metodo per facilitare il recupero di campioni di pelo. In sintesi, impregnando dei paletti con essenza di valeriana, si sono resi conto che i gatti fossero incentivati a strofinarsi sul legno, lasciandovi adesi dei peli, importante fonte biologica per studi di genetica.

 

Articolo scritto originariamente da Tatiana Marras il 16 febbraio 2022, aggiornato dalla redazione di montagna.tv il 25 marzo 2024.

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