Alta quota

“Non cerco record ma esperienze”, intervista a David Göttler

Nato nel 1978 a Monaco di Baviera il testimonial The North Face David Göttler è guida alpina e videomaker, anche se oggi dedica la maggior parte del suo tempo alle spedizioni sulle più alte montagne del Pianeta. Le ha scoperte legandosi alla corda di Gerlinde Kaltenbrunner e Ralf Dujmovits di cui ha assimilato la filosofia. Il suo cammino è poi proseguito in maniera indipendente portandolo sulla vetta di ben 5 Ottomila. Ha inoltre partecipato, con Simone Moro, a un tentativo invernale sul Nanga Parbat e poi, nel 2017, insieme a Hervé Barmasse ha salito in velocità e in stile alpino la parete sud dello Shisha Pangma. Un’impresa che ha visto i due superare i 2200 metri di parete in appena 13 ore decidendo poi di arrestarsi a soli tre metri dalla vetta a  causa delle condizioni non ottimali. Nell’estate 2019 è stato invece protagonista di una spedizione all’Everest conclusasi purtroppo senza la vetta. Un insuccesso dettato dalla formazione di code nella parte alta della via nepalese che l’avrebbero costretto a lunghi tempi di attesa sopra quota ottomila, estremamente pericoloso senza avere con se le bombole d’ossigeno.

David quanto è stato difficile scegliere di tornare indietro senza vetta dopo aver raggiunto quota 8650 metri?

“Non è stato difficile perché, avrei rischiato troppo proseguendo. Non sarei potuto rimanere fermo, in attesa del mio turno, per due ore senza utilizzare le bombole d’ossigeno.

Mentre sali sei cosciente di tutto ciò che potrebbe andare storto e, vedendo il formarsi delle code, ho immaginato anche l’opzione di voltarmi e iniziare la discesa senza vetta. Non è però una cosa che puoi decidere in un momento casuale perché si procede in fila indiana sia in salita che in discesa. Devi valutare attentamente tutti i fattori e scegliere la giusta distanza, quelle che ti consente un sicuro ritorno alla tenda.”

Cosa pensi di questo tipo di alpinismo con bombole, corde fisse e sherpa che ti aiutano?

“Non è alpinismo. Quando Sali utilizzando le bombole, sei accompagnato da uno sherpa e ti attacchi alle corde diventa una sfida di resistenza, una salita che non si può propriamente definire alpinismo. Non si può dire che sia una cosa negativa, a livello turistico, ma sono d’accordo sull’idea di introdurre degli standard minimi di competenze per poter accedere a un Ottomila. L’alpinismo è affascinante anche per la sua mancanza di regole, ma bisogna distinguere.”

Quella di cui abbiamo parlato è stata un’esperienza totalmente diversa rispetto a quella vissuta sullo Shisha Pangma con Hervé Barmasse…

“Si, decisamente. Come dire bianco e nero, nonostante questo però mi sono piaciute entrambe. Sull’Everest non ho trovato il modo di rimanere solo mentre sullo Shisha Pangma è stato l’esatto opposto. Sulla montagna c’eravamo solo noi e un altro team, impegnato sul versante opposto. Mi sono sentito pi+ solo in quei momenti che con Simone (Moro, nda) sul Nanga Parbat dove comunque avevamo altre spedizioni intorno.”

Senza legarci a esperienze particolari, ci racconti com’è nata la tua passione per gli Ottomila?

“Ne ho saliti 5, mi piacciono e mi piace scalarli. Ognuno offre situazioni differenti, sono esperienze a se stanti, anche seguendone la via normale. Non li vedo come un record, non mi interessa l’idea di salirli tutti e 14. Vorrei di certo farne altri 4, ma ad affascinarmi è l’esperienza della salita.”

Tornando un po’ indietro, come ti sei avvicinato alle montagne?

“Sono nato a Monaco di Baviera, a circa un’ora dalle montagne più vicine. Le ho scoperte grazie a mio padre, alpinista e climber. Mi ci ha portato fin da piccolo, avrò avuto 7 anni, e non ho più smesso di amarle. Ho sempre e solo voluto scalare e andare in montagna, infatti non ho mai praticato altri sport come il calcio. Crescendo ho poi deciso di diventare guida alpina.”

L’esperienza più bella che ricordi?

“Impossibile identificarne una. Molto significativa è stata quella sulla Shisha Pangma, di cui abbiamo già parlato. Arrivare a un passo dalla vetta con il sole ormai calante, vedere il Tibet da un lato e il Nepal dall’altro. Un momento speciale.”

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