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Antartide. I microrganismi delle brine potenziali candidati alla vita su Marte

C’è vita su Marte? Questa la domanda che gli scienziati si sono posti per decenni, prima che le immagini dei satelliti e del rover Curiosity della NASA e dell’ESA (Agenzia spaziale europea) portassero alla teoria che, miliardi di anni fa, Marte presentasse acque superficiali e che probabilmente oggi sia ancora presente acqua nelle sue profondità.

Nel 2018 è stata infatti rilevata la presenza di un grande lago di acqua liquida e salata sotto i ghiacci del Polo Sud di Marte, grazie al radar italiano Marsis a bordo della sonda Mars Express, dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa).

Lo scorso ottobre Curiosity ha invece evidenziato i resti di quello che potrebbe essere stato un lago salato e si ipotizza che miliardi di anni fa tali formazioni fossero numerose.

Dove c’è acqua c’è vita

Tali scoperte, partendo dall’assunto che dove c’è acqua c’è potenzialmente vita, hanno trasformato la domanda di partenza in un quesito più complesso: “C’è ancora acqua sotto la superficie marziana? E quali specie viventi potrebbero nascondersi in queste riserve sotterranee?”.

L’Istituto di Scienze Polari del Consiglio nazionale delle ricerche di Messina (Isp-CNR) ha cercato di ipotizzare quali organismi terrestri potrebbero ritrovarsi anche in un ambiente estremo come Marte, studiando le brine liquide ipersaline di un lago antartico ghiacciato.

Il lago ghiacciato di Tarn Flat

Il lago di Tarn Flat, nella Terra Vittoria Settentrionale, si presenta perennemente ghiacciato. Nonostante ciò ospita una variegata microflora, che spazia dai funghi ai batteri, agli antichissimi archeobatteri.

I risultati dello studio, condotto dal CNR in collaborazione con ricercatori delle Università dell’Insubria (Mauro Guglielmin), di Messina, Roma e Rio de Janeiro, sono stati di recente pubblicati sulla rivista Microorganisms.

Gli scienziati hanno prelevato campioni da due criosistemi del lago, separati da 12 centimetri di ghiaccio lacustri, procedendo all’identificazione dei microrganismi in essi contenuti. Sono stati così ritrovati batteri e archeobatteri in grado di ricavare energia in assenza di luce e a basse temperature, ossidando composti dello zolfo e dell’azoto. Microrganismi cosiddetti “estremofili” che potrebbero adattarsi alle condizioni marziane.

I metanogeni

Nello specifico sono gli Archea metanogeni ad attirare maggiormente l’attenzione dei ricercatori. Archeobatteri in grado di utilizzare in condizioni anaerobie l’idrogeno molecolare come fonte di potere riducente per ossidare l’anidride carbonica a metano. Un processo di respirazione anaerobia che porta alla produzione di ATP, la moneta energetica degli esseri viventi.

“I metanogeni antartici – come spiega Maurizio Azzaro, responsabile della sede di Messina del Cnr-Isp e coautore dello studio – potrebbero adottare peculiari strategie di sopravvivenza, viste le condizioni estreme di temperatura e salinità presenti nelle brine, ed essere considerati pertanto tra i principali candidati per la vita extra-terrestre nel sottosuolo di Marte”.

“Quanto evidenziato – aggiunge Azzaro – può aiutare a ridefinire le caratteristiche che contraddistinguono i crioambienti terrestri quali habitat microbici estremi, stimolando la ricerca di possibili forme di vita anche in altri mondi ghiacciati per verificare l’ipotesi della loro presenza in crioambienti analoghi presenti nel nostro sistema solare e, in generale, nell’universo”.

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