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Michele Comi: fare eliski significa perdere la misura

Dopo l’intervista all’aspirante guida Edoardo Colombo, proseguiamo il nostro approfondimento dedicato al tema dell’eliski con l’intervista a una guida alpina dal pensiero drasticamente diverso dal suo: Michele Comi. Il personaggio non necessita di molte presentazioni: guida molto attiva sulle Alpi centrali, Michele è uno degli ideatori di quello che in breve tempo è diventato uno degli eventi di bouldering più famosi al mondo, il Melloblocco. Oltre a questo Comi è anche un convinto sostenitore di una montagna in cui l’impiego degli elicotteri deve riguardare il soccorso e il lavoro, ma non il divertimento.

 

Michele, tu hai mai praticato eliski?

Tanti anni fa, una sola volta, perché un caro amico in difficoltà mi chiese di sostituirlo. Provai, in qualità di guida, il significato di questa pratica.

Cosa significa?

Significa perdere il senso della misura. È in questo che va ricercato il danno dell’eliski, non solo nella perdita della sicurezza o nelle ragioni ecologico ambientali.

Cosa intendi con “perdita della misura”?

Intendo la perdita di un’opportunità per la guida. La guida, nella sua storia, è da sempre un interprete di un mondo incerto, di quella piccola porzione di spazio che ancora rimane lontana dagli impianti, dalle strade e dai mezzi a motore che ti depositano in alto. Le guide sono interprete privilegiate di uno strepitoso luogo di scoperta e conoscenza, sacrificare questo attraverso il mezzo a motore significa perdere il senso della misura.

Tu arrivi da una zona delle Alpi in cui l’eliski è stato parzialmente vietato…

Su questo bisogna fare una precisazione. L’episodio della Val Masino è simbolicamente confortante, ma insiste su una porzione di territorio talmente ridotta che non sposta di una virgola il tema dell’impatto dell’eliski sulle Alpi centrali.

Si tratta di un caso di sensibilità certamente lodevole che ha messo fine al passaggio su questa minuscola valle laterale dove l’elicottero si trasformava in una sorta di skilift, spesso inanellando due spot in Valmalenco, uno in Val Masino e il quarto in Val dei Ratti. L’eliminazione di una porzione del filotto non può però essere segno di risoluzione per il problema eliski.

Credi che eliski e scialpinismo siano due pratiche in grado di convivere nello stesso ambiente?

Possiamo forzare tutto e dire che si piò convivere, ma il tema rimane la sostanziale perdita del senso della misura. La pratica ha degli effetti. Abbiamo sacrificato la città, il mare, la campagna, questi fazzoletti di terra in quota sono gli ultimi territori residui tra gli impianti di risalita che orami sono migliaia e migliaia. Tutto quello che sta oltre le piste è un magnifico luogo che soprattutto le guide alpine dovrebbero in qualche modo apprezzare come un’enorme opportunità. Ricordo, a tal proposito, una frase del filosofo Michel Serres detta in un video promozionale dell’Ecole Nationale di Ski et d’Alpinisme (ENSA): “la guida è certamente un atleta ammirabile, ma è soprattutto un pedagogo, un conoscitore di cose elementari per la vita, del rapporto con la Terra. Conoscitore del cammino, dei rapporti umani, dell’equilibro del corpo e della mente”. Vorrei sapere se questa magnifica definizione, che sarebbe da incorniciare sopra la porta, possa stare in piedi facendo eliski.

Cosa risponderesti a chi dice che l’eliski porta turismo e crea indotto?

Viviamo in un modo dove la ricerca dei luoghi in cui tirare il fiato diventa un bene primario, al pari del mangiare e del bere. In questo contesto affermare che la pratica dell’eliski intercetta quel turismo ricco, capace di spendere, può soddisfare gli appetiti di poco respiro. Per un pensiero più aperto questa è una forzatura che non sta in piedi, soprattutto negli spazi ristretti delle Alpi.

Quando barattiamo questi spazi ci comportiamo un po’ come gli indiani d’America che, di fronte agli scopritori del Nuovo Mondo, barattavano le pregiate pelli di lontra con i logori stivali dei conquistadores. Noi, allo stesso modo, sacrifichiamo questi spazi per l’immediato luccichio di pale e per turisti paganti ben vestiti. In fondo è vero che con l’elicottero ci si sente bene, ti lascia questa immediata sensazione di soddisfazione perché riempie. La stessa cosa accadeva probabilmente qualche decina di anni fa con l’automobile, sensazione di pienezza poi svanita con la diffusione massiccia dei mezzi a motore. Probabilmente, un giorno, accadrà anche con gli elicotteri.

Cosa diresti invece a chi giustifica l’eliski come attività molto più sicura?

Credo che ricorrere al tema della sicurezza per giustificare l’eliski sia una grande cavolata, in tutti i sensi: c’è chi parla di eliski come una pratica pericolosa e chi come una pratica molto più sicura dello sci alpinismo.

L’unica cosa certa di questo mondo è che non esiste nulla di totalmente sicuro e le cronache giornalistiche ce lo dimostrano. Che lo si faccia a piedi, in bici, in moto o sugli sci, il rischio esiste sempre. Non è quindi vero dire che l’eliski ti mette in una condizione di pericolo perché ci puoi finire ugualmente anche senza elicottero. La stessa cosa vale anche per chi dice che questa pratica è più sicura, bisogna far attenzione a dirlo perché se c’è una cosa che è certa nella gestione del rischio in montagna è che quest’ultimo è difficile da individuare. È difficile riconoscerlo e, anche quando l’ho individuato, non lo risolvo assolutamente solo con la tecnica e con lo strumento.

L’unico e miglior sistema di sicurezza in montagna è la relazione con l’ambiente, per instaurare questo rapporto è necessaria una progressiva conoscenza di quel che sto attraversando. Una cosa che riesco a fare solamente quando attraverso un territorio in qualche ora, quando in silenzio riesco ad alzare le antenne e a capire la natura. Salendo invece con un elicottero che in cinque minuti mi porta dal bar dove ho appena preso il cornetto a 3500 metri pronto a scendere quale relazione, quale feeling, instauro con l’ambiente circostante? Diciamo che nella mezza giornata di salita qualcosa in più lo capisco.

Tutto questo per dire che il tema sicurezza non va preso in considerazione né per difendere né per attaccare l’eliski.

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7 Comments

  1. Una salita e discesa con pelli e sci su strato di neve duro e ghiacciato con miliardi di cristallini che luccicano( firn??)…non c’e’elicottero che te la possa regalare.Poi magari nelle cuffiette una musica gradita non troppo alta, al posto dello scappamento del motorone e del frullare delle pale.A volte pero’ ci scappa un rumore lontano di motosega, trattore, esercitazione militare a raffica, aereo da caccia …impianto di risalita con altoparlante che ti gratifica di ballo delqua qua, jodels , montanara ue’…

  2. Parto scrivendo che l’eliski non è un’attività che mi piace e quindi non pratico.
    Allo stesso tempo trovo che spesso ci si racconta la rava e la fava secondo come tira il vento.
    L’eliski crea problemi all’ambiente, di sicurezza ecc. ?? forse SI.
    Ma anche i mastodontici comprensori sciistici tipo Cervinia.
    Proprio ultimamente letto qui un articolo sull’ultima funivia che collegherà Cervinia con zermat e si potrà scavallare anche senza sci.
    Quindi in sostanza di cosa stiamo parlando ?
    A mio modestissimo parere tutte ma proprio tutte le attività sportive a contatto con la natura possono essere dannose quindi ci va semplicemente del buon senso nel uso e consumo della montagna.

  3. “L’opinione di massa” definirebbe Michele un purista e moralista, ma se ognuno di noi provasse a chiedersi “chi è” e “cosa rappresenta” l’essere umano nell’ambiente naturale (la montagna) , forse le parole di Michele aiuterebbero a dare una risposta .

  4. Letto l’intervista tutta dun fiato…
    Condivido il tutto.
    Peccato che purtroppo, come spesso accade, il Dio denaro prevale su tutto, anche sul rapporto uomo-natura e sul buon senso….

  5. Ragazzi l’autorefresh della pagina costringe a ricercare dove si è arrivati nell’articolo più e più volte. È davvero fastidioso…capisco la pubblicità in più, però è di un fastidioso incredibile.

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