Alpinismo

Mount Genyen, la parola a Walter Nones

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SELVA DI VAL GARDENA, Bolzano – Walter Nones, 34 anni, fiore all’occhiello alpinistico dell’Arma dei Carabinieri, è  partirà domani per il Mount Genyen con la spedizione di Karl Unterkircher. Nel bagaglio: determinazione, tecnica, tanta voglia di esplorare e il suo inconfondibile sorriso sbarazzino.

Originario della provincia di Trento, Nones scalò il K2 senza ossigeno con la spedizione K2 2004. Il suo curriculum alpinistico comprende, oltre a numerose salite nelle Dolomiti, due cime Himalayane (Island Peak, 6189m e Lobuche Peak, 6119m, dove ha aperto una nuova via), il McKinley (6194m) e l’Aconcagua (6962m).
 
Nones, com’è capitato in questa spedizione?
Era da qualche tempo che con Karl parlavamo di partire alla scoperta di nuove cime. Lui, che è molto più pratico di me nel frugare gli angoli del web, ha scovato questo “cervello” – come lo chiama lui – in Cina. Me ne ha parlato, ed eccoci qui! 
 
La spedizione al Mt. Genyen arriva dopo due anni di silenzio alpinistico… 
Sì, dopo il K2, avevo di deciso di fare un anno di pausa per stare un po’ con la mia famiglia. Pochi mesi dopo quella spedizione è nato il mio piccolo Patrick, e mi sembrava giusto concentrarmi su di lui e mia moglie. Anche questa per me era un’avventura nuova, e volevo viverla intensamente.
 
Lei è anche Appuntato dei Carabinieri. Come concilia la divisa con l’essere alpinista?
Io sono istruttore militare di alpinismo, ma mi dedico agli allenamenti fuori dall’orario di servizio. Non sempre l’attività sportiva è vista di buon occhio dai capi! In ogni caso, non è un problema, anche perché è una cosa che ho voglia di fare anche nel tempo libero. Certo, potrei allenarmi più intensamente se potessi farlo come attività lavorativa… Ma non si può aver tutto nella vita!
 
Cosa l’ha attirata in particolare di questo progetto?
Sono molto curioso e mi piace andare a vedere posti nuovi. Il gruppo del Mt. Genyen mi ha colpito perché non c’è mai stato nessuno. Ci sono poche, anzi, pochissime indicazioni su queste montagne, le valli sono completamente sconosciute. Tutte da esplorare.
 
Pochi giorni fa la vostra spedizione ha aderito allo spirito di UP Project. Cosa ne pensa?
Ne abbiamo discusso parecchio con Karl. Entrambi siamo molto legati ad Agostino Da Polenza, e con questo gesto abbiamo voluto contraccambiare quello che lui ci ha offerto nel 2004. E ci è sembrato giusto anche mantenere un rapporto con lo staff di Bergamo con cui avevamo collaborato.
 
Meglio l’esplorazione, dunque, rispetto alle scalate oltre gli ottomila metri?
Forse a qualcuno può sembrare strana la nostra scelta, in un momento in cui quasi tutti gli alpinisti pensano agli Ottomila. Ma in realtà, non cambia molto. Ci vogliono comunque preparazione, concentrazione, allenamento e un pizzico di fortuna, perchè le cose vadano per il verso giusto. Manca solo la quota. Per il resto, forse, il nostro viaggio è anche più emozionante, perché andiamo alla scoperta e non sappiamo neppure dove posizioneremo il campo base, per esempio.
 
E’ una scelta di campo o pensa di tornare agli ottomila, in futuro?
Gli ottomila mi piacciono, devo dire. Mi piace proprio la vita d’alta quota, lo stile di salita: su ai campi alti e poi giù, un continuo saliscendi fino a raggiungere la vetta. Ho in mente di fare qualche altro ottomila, ma bisognerà vedere… serve considerare tantissime cose per organizzare una spedizione su un ottomila.
 
Cosa si aspetta dalla spedizione al Mt. Genyen?
Essenzialmente di scoprire e imparare cose nuove. Io parto con il presupposto che in montagna bisogna andare per divertirsi. Leggevo delle interviste, qualche giorno fa, di alcuni alpinisti che tentano per l’ennesima volta di scalare una cima che li ha già rifiutati molte volte. Ecco, restare in un posto a tutti i costi, per fare proprio quella vetta, è un atteggiamento che personalmente mi lascia un po’ perplesso. Mi ricorda un po’ i film western, dove c’è il cacciatore di taglie che cattura i ricercati solo per mettere una x sul tabellone. Per me non è proprio così.
 
Ci spieghi meglio.
Se non riesci a scalare una cima, secondo me vuol dire che a lei non stai simpatico e non ti vuol far arrivare in vetta, punto e basta. Se io provo una salita, e di non riesco ad arrivare in vetta, non è che ci sbatto su le corna per mesi. La vedo come una cosa viva, che non mi vuole. Dico “Bon, questa qua non mi lascia andar su. Va bene, restiamo amici come prima, è stata comunque una bella esperienza!”.
 
E’ un messaggio per chi rincorre il traguardo dei 14 ottomila?
Assolutamente no, è piuttosto una mia riflessione. Parlandoci chiaramente, probabilmente adesso sono anche gli sponsor che rompono un po’ le scatole: per farti dare quattro soldi devi per forza inventarti che vai su un ottomila con la bicicletta o chissà cos’altro.
 
Lei invece come vive la scalata?
Non sento il bisogno di arrivare per forza arrivare in vetta. Non devo dimostrare nulla a nessuno, se non a me stesso. Sto per partire, e voglio proprio andare a divertirmi. Scalare per vivere la montagna e tornare giù con qualcosa che mi rimarrà sempre dentro.
Sara Sottocornola

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