Alpinismo

Zerain e Galvan: difficoltà e coraggio di una ricerca sul Nanga, di Alex Gavan

Il sito Altitude Pakistan appariva nelle scorse settimane poco sul pezzo riguardo la stagione alpinistica in Karakorum. Ieri con una certa sorpresa abbiamo letto, e qui riportiamo, quanto Alex Gavan, alpinista romeno che ha partecipato ai voli di ricognizione, ha scritto a proposito di Alberto Zerain e Mariano Galván, dispersi sulla cresta Mazeno del Nanga Parbat.

Gavan è un ottimo alpinista, che racconta di aver partecipato a 7 missioni di salvataggio in Himalaya, tra le altre quella complessa e veramente eccezionale del recupero di Inaki Ochoa sull’Annapurna nel 2008. Una testimonianza diretta e illuminante rispetto ai fatti e al contesto che riguarda le montagne e il soccorso in Pakistan; l’uso degli elicotteri, le difficoltà di comunicazione, i costi elevati degli interventi.

Un’esperienza che ricorda da vicino la tragedia di Karl Unterkircher e l’avventura finita bene di Simon Kerer e Walter Nones, raggiunti al campo base del versante Rakhiot del Nanga Parbat da Maurizio Gallo e Gnaro Mondinelli, che li cercarono dopo la segnalazione del loro cuoco pakistano, li individuarono e li assistettero usando proprio gli elicotteri pakistani.

 

Questo il racconto di Alex Gavan:

È il pomeriggio del 23 luglio. Nelle ultime undici ore sono salito insieme agli italiani Klaus Gruber e Benjamin Grueber dell’Alto Adige. (…) Stiamo facendo la via Kinshofer e amo ogni momento trascorso qui.

Apro il telefono satellitare per parlare con il mio team di supporto in Romania. Sto bene. Un SMS particolare arriva e attira la mia attenzione: “Ciao Alex, stiamo bene a 6000m. Domani andiamo al Mazeno Peak. E discesa più tardi dal colle al Campo Base”. È Alberto Zerain. Insieme al suo compagno di cordata, Mariano Galvan, argentino, arrampicano sugli infami 13 km di lunghezza della “Mazeno Ridge”.

 “Sono al Campo Base ora, la scorsa notte ho dormito nel Campo 2. Meglio e più sicuro” questo il messaggio che ho inviato (a Zerain, ndr) il giorno dopo, il 24. Per questo ultimo messaggio non ho ricevuto una conferma di consegna come accadeva di solito, ma non mi preoccupavo dato che sono abituato con gli errori frequenti della rete satellitare. 

Tuttavia, la sera del lunedì 26 giugno ho parlato con il cuoco Abdul Ghan, durante la cena, della mancanza di comunicazione da Zerain

Abbiamo concluso che la mattina seguente avrei chiamato Anwar Syed, il proprietario dell’Agenzia Laila Peak, che ha organizzato logisticamente la nostra spedizione fino al Campo Base. Lanceremo una missione di ricerca con gli elicotteri per i nostri amici appena il tempo lo permetterà. Anche Anwar sembra essere d’accordo con noi. Chiamò più tardi quella sera chiedendomi cosa intendevo fare, se avviare una ricerca con l’elicottero per i due scalatori del Mazeno. La moglie di Alberto lo aveva chiamato brevemente, aveva cominciato a preoccuparsi dopo aver perso ogni contatto con lui. 

Ma qui non è l’Europa, è il Pakistan: ci sono determinate e precise regole e procedure per organizzare un intervento come questo. C’è solo una società che può farlo, in stato di monopolio e controllata dai militari, ed è l’Askari Aviation. E anche se si dispone di una delle migliori polizze di assicurazione al mondo, come la mia (fatta con la Global Rescue per una copertura fino a 500 000 USD), per poterti garantire un soccorso devi in aggiunta depositare in garanzia e anticipo, tramite bonifico bancario, 15.000 USD. Denaro che riceverai indietro, meno una tassa di servizio, se non succede un incidente. I pakistani sono stati ingannati in passato dalle assicurazioni o da persone che non li hanno pagati ed ora semplicemente non volano se non a queste condizioni. Allo stesso tempo, la loro politica (a causa del fatto che operano in quota e in una regione militarizzata dato il conflitto con l’India ndr) è che intervengano due elicotteri che volano in tandem. 

È venuto fuori che l’assicurazione di Alberto era ancora in definizione per la sua appartenenza alla “Federation Francaise des Clubs Alpini e Montagne”. Una copertura di 30.000 euro dalla compagnia AXA, ma sebbene questa somma è abbastanza buona per un soccorso nelle Alpi europee, dove la maggior parte delle volte un elicottero di salvataggio è a soli cinque minuti di distanza, certamente non è sufficiente per le attività in Himalaya. Qui ogni intervento costa dalle decine di migliaia di euro in su. Un’operazione di soccorso elicottero che ho organizzato anni fa nell’Himalaya del Nepal aveva avuto un costo di 80.000 euro. Il ragazzo sopravvisse, ma non era assicurato e dovette pagare tutto da tasca sua.

 Durante i giorni della ricerca, Anwar Syed contattò la Global Rescue. Successivamente Ivan Ivanissevich, l’ambasciatore dell’Argentina in Pakistan, si mise in contatto con una società di soccorso americana. In entrambe le occasioni, la Global Rescue ha affermato che Mariano Galvan non era nel suo database come suo cliente. 

Poiché questo dettaglio finanziario doveva in qualche modo essere risolto, anche se il tempo era buono per il volo il 27 mattina, l’elicottero non si alzò in volo. L’intera giornata era stata spesa tra il team di supporto di Alberto in Spagna e l’ambasciata spagnola a Islamabad per risolvere la situazione e trovare una soluzione alla necessità di soldi e per il problema dell’assicurazione.

 Alla fine rimanevano sul tavolo due possibilità: depositare i soldi sul conto bancario di Askari o l’ambasciata avrebbe dovuto dare ad Askari una lettera di garanzia di pagamento. La prima opzione era impossibile, perché il trasferimento bancario dei fondi dalla Spagna al Pakistan richiedeva diversi giorni. (….).

Mercoledì, alle ore 13.00 pakistane, il team di Alberto inviò l’email che chiedeva all’ambasciata spagnola di rilasciare la lettera di garanzia per Askari. Verso le 2 del mattino l’ambasciata lo ha fatto. Durante l’intera giornata del 27 ho ripetutamente chiesto ai miei contatti in Spagna e anche ad Anwar Syed di assicurarsi tramite l’ambasciata e l’Askari Aviation che, in caso di tempo bello, l’elicottero venisse al mattino presto perché poi il tempo poteva cambiare.

 Mercoledì 28 ci è stato chiesto da Anwar di essere sull’elicottero alle 7,30 per decollare alle 8 del mattino. L’elicottero volò dalla base aerea militare a Skardu alle 8.49. Così inaspettatamente tardi nonostante avessi tanto insistito che il volo arrivasse per tempo. Nel momento in cui è atterrato al campo di base Diamir del Nanga Parbat per prelevarmi, le nuvole sul Mazeno erano già cominciate a comparire.

 Il nostro obiettivo principale era quello di raggiungere la loro ultima posizione GPS registrata e, se necessario, espandere la nostra ricerca a partire da quel punto. 

Abbiamo trovato le loro tracce. Erano chiaramente visibili sulla montagna e le abbiamo seguite attentamente lungo la cresta affilata. Non siamo riusciti a raggiungere il loro ultimo punto GPS poiché abbiamo dovuto interrompere il volo su quella zona a causa delle nuvole che hanno reso molto pericoloso continuare. 

Per i successivi due giorni, il 29 e il 30 giugno, la neve e le altre condizioni meteorologiche sul Nanga Parbat non permettevano un altro volo in elicottero

 Infine, il 1° luglio, il tempo era chiaro e sono stato prelevato dall’elicottero dal campo base alle ore 6. Abbiamo raggiunto il punto GPS ed abbiamo visto in quel luogo un’evidenza precisa di un’enorme valanga a lastra: la linea di frattura, molti detriti e, cosa più inquietante, le tracce di Alberto e Mariano che improvvisamente finivano su una parte della linea di frattura e sparivano. Null’altro che questo, assolutamente nessuna altra loro traccia. Siamo tornati a fare il rifornimento e nel frattempo mi sono consultato con la moglie di Alberto e ho deciso per un altro volo di ricerca.

In una conversazione piuttosto concitata con la Spagna ho scoperto più informazioni in cinque minuti che in tutti quei giorni quando continuavo a chiedere ulteriori notizie. Secondo il dispositivo Racetracker, Alberto e Marino erano ancora distanti dalla cima del Mazeno, non c’erano tracce di ritorno che mostravano l’intenzione di un ritiro in anticipo dalla salita. Sembrava che non avessero mai raggiunto il Mazeno Peak (al contrario erano abbastanza lontani dal farlo) e sulla loro ultima posizione nota, il segnale GPS si era fermato sullo stesso punto per più di dieci ore prima di sparire. Nella mia mente tutto è diventato più chiaro. Abbiamo ricercato di nuovo questa zona, abbiamo guardato le crepe aperte, abbiamo cercato le vicine valli, abbiamo cercato sul Mazeno fino a quasi 7400m, molto più lontano di quello che avrebbero potuto realmente salire. L’elica ha uno rilevatore e quando l’indicatore è sulla linea rossa, l’elicottero sta per cadere. Per alcuni momenti durante il volo eravamo sulla linea gialla, appena sotto quella rossa, la linea impossibile. Tanto abbiamo osato nella nostra ricerca. I piloti Abid e Azar, insieme ai loro copiloti, sono stati veramente incredibili e professionali. Non era solo un altro lavoro per loro. Li sentivo davvero impegnati nel trovare Alberto e Mariano. Sono andati ovunque ho suggeriti e, allo stesso tempo, hanno data suggerimenti ed idee utili. 

Le prove riscontrate sull’ultimo punto GPS conosciuto degli scalatori erano troppo pesanti, troppo difficili da digerire. Ma era tutto chiaro. Tutto era già terminato il 24 giugno, ma non l’avremmo mai saputo fintanto non avessimo avuto queste  prove. 

Abbiamo volato un totale di 6,5 ore di ricerca utile, diviso tra i due elicotteri, mai entrambi nello stesso momento a perlustrare la stessa area. Abbiamo raddoppiato e addirittura triplicato i passaggi, controllato ogni centimetro quadrato della montagna, ma non abbiamo trovato altre tracce.

Alberto e Mariano erano tra i grandi. 

La vita è un dono. E quei due incredibili esseri umani sapevano cogliere questo dono cercando sempre la buona luce. 
La montagna è montagna e la sua sovranità è assoluta.

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