Alpinismo

Astner e Parimbelli, la nostra prima Patagonia

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BERGAMO — Protagonisti sulla parete del Piergiorgio, alla loro prima esperienza patagonica. Il bergamasco Yuri Parimbelli e l’altoatesino Kurt Astner sono rientrati in Italia insieme ad Elia "Panda" Andreola e al capospedizione Luca Maspes.  A caldo, raccontano le loro impressioni sulla seconda spedizione dell’Up Project.   

 
Si è chiusa ieri la prima parte di questo lungo Trip Two. Un mese di “battaglia”, come l’ha definita il capo-spedizione Luca Maspes, un mese di alti e bassi e sicuramente di tanta fatica. Prima delle fortunate scalate sulla Guillaumet e sul Poincenot, il duro assalto della banda di Up all’inviolata parete Nordovest del Piergiorgio, si è purtroppo arrestato quando ormai era già in vista del suo rush finale.
La Nordovest del Piergiorgio vissuta in due giorni e mezzo. Come vi è sembrata?
KURT: Quando la vedi durante i temporali sembra un mostro. Ma la scalata è fantastica. Il muro ha qualcosa di particolare. Ti fa pensare. Non puoi mai distrarti.
Abbiamo fatto tiri fino al 7a/7b, con passi di artificiale fino all’A3. La via è difficile, soprattutto sulle placche, ed il primo pensiero e’ sempre dedicato a proteggerti. I primi due tiri che ha fatto Yuri erano molto difficili anche da ricercare. Tecnicamente devi anche saperti muovere bene con i cliff hanger ed arrampicare sempre con protezioni lunghe.
 
YURI: Abbiamo lavorato parecchio, avevamo fatto metà parete in due giorni e mezzo totali di scalata. Siamo stati sempre io e Kurt in parete. Un giorno andava uno da primo, un giorno l’altro.
La giornata più redditizia è stata la seconda: 5 tiri, con Luca che ci seguiva sulle fisse per riprendere. Il terzo giorno nella cordata si è aggiunto Hervè che ha risolto altri 4 tiri.
 
Dov’eravate al momento della frana?
KURT: Io, Yuri ed Hervè eravamo all’entrata del “Corazon”, all’undicesima sosta, dopo aver percorso oltre 400 metri di parete. Erano le 4 del pomeriggio e abbiamo visto partire le prime pietre di quella che poi è diventata una vera frana. Una valanga di sassi, alcuni grandi come stanze… Li vedevamo cadere giù, lungo il canale, alcuni anche rimbalzare verso le tende.
 
Che cosa vi è passato per la testa?
KURT: Abbiamo sperato che Luca e Panda fossero fuori dalle scariche. Quando si è fermato tutto, appena si è dissolta la grossa nuvola di polvere, abbiamo notato un puntino rosso correre verso le tende. Dov’era l’altro? Abbiamo pensato il peggio possibile. In dieci minuti ci siamo organizzati per scendere e appena giunti alle tende abbiamo visto Luca con un vero e proprio buco nel piede e la mano fasciata: si vedeva persino il tendine esposto sul dorso della mano.
 
YURI: Luca poteva prendersi un sasso grosso in testa e rimanere lì per sempre! Panda era invece alle tende dove si è nascosto sotto una grande pietra sporgente. Ma a giudicare dai segni bianchi in giro anche lì, gli sono passati vicino parecchi sassi.
 
Così, in fretta e furia siete tornati a valle..
KURT: Sì, ci siamo organizzati velocemente e alle nove di sera siamo partiti con le pile frontali per la lunga discesa alla Piedra del Fraile, dove siamo giunti alle 4 del mattino. Luca zoppicava, ma in qualche modo riusciva a camminare. Dovevamo portarlo il prima possibile dal medico per disinfettare le ferite.
 
Il campo era quindi in una zona pericolosa?
YURI: Luca e Maurizio dieci anni fa avevano la truna sotto la parete, noi siamo stati obbligati all’uso delle tende ma, con il vento forte, c’era sempre il rischio che portasse via paletti e strappasse i teli. Le avevamo piazzate su un terrazzo roccioso più sotto la parete, nel posto migliore che eravamo riusciti a trovare, comunque non il massimo. Solo per non stare sul ripido, per diminuire l’avvicinamento con salite, per avere l’acqua. All’apparenza era comunque il più sicuro perché era decentrato dal canale.
 
Vorreste tornarci?
KURT: E’ presto per dire torno. Quando sono partito, ho pensato: “Se torno provo a fare una via nuova.” Linee ce ne sono. Ma bisogna tornare quando c’è più neve e riuscire a montare il campo base “giusto”, in una truna di neve da scavare vicino alla parete. Purtroppo noi abbiamo scoperto che l’inverno era stato particolarmente secco. L’avvicinamento (tra il campo e la parete), ti brucia già più di un’ora di quel bel tempo che è già una rarità da trovare. E non puoi percorrerlo di notte, perché quel ghiacciaio si muove ogni giorno dai 5 agli 8 metri, i crepacci si allargano dalla mattina al pomeriggio, ed è difficilissimo tenere una traccia fissa e salire di notte. E poi a metà parete, sul “Corazon”, c’è un diedro molto largo, piuttosto pericoloso. Durante i temporali, vi si accumulano neve e ghiaccio. Quando sali, ce l’hai sempre sopra la testa e vedi colare acqua. Da lì, in un giorno caldo, sono partite anche delle scariche di sassi.
 
YURI: Il posto è bello, a caldo ti direi che tornerei ma ci penserei comunque un attimo. Non tornerei però a provare la stessa via. “Gringos Locos” e’ bella, ma dovendo investire soldi e tempo per organizzare una spedizione, penso sarebbe più gratificante aprire una via nuova.
 
Siete entrambi a favore di una via nuova, insomma.
KURT: Sì. In aggiunta a quanto detto prima, bisogna tener conto che il lavoro che abbiamo fatto su questa via è più o meno uguale a quello che bisognerebbe fare per aprirne una nuova. "Gringos Locos” risale a dieci anni fa e ripercorrendola abbiamo dovuto rinforzare tutte le soste oltre che chiodare sui tiri come se fosse una “prima”. Io ho visto una linea che forse si può fare. Abito nelle Dolomiti ma ho vicino a casa anche il granito, una roccia di cui all’inizio ci si fa fatica ad abituarsi ma che mi piace molto
 
Come ci si muove su quelle montagne?
KURT: In Patagonia di facile e di veramente comodo non c’è proprio niente. Anche per le vie “normali” devi sempre avere con te piccozza e ramponi oltre al materiale da roccia e questo va a discapito della leggerezza. Aver tutto dietro è sempre un bel peso!
 
Ve l’aspettavate così, la Patagonia?
KURT: Mi aspettavo meno vento e più freddo.  Il vento è incredibile: quando c’è e soffia forte non puoi fare veramente nulla. L’ultimo giorno mi ha portato via le scarpette, se non chiudi la giacca te la gonfia, sul ghiacciaio non stai in piedi! Quando ho raccontato ad Alex Huber del nostro progetto, lui ha chiesto se era possibile salire in stile alpino, senza le corde fisse. Gli ho detto che si può fare tutto, ma personalmente senza le fisse non andrei. Se becchi una tempesta e fare delle doppie, il vento ti può portare la corda su di 50 metri e se si incastra rimani bloccato. Se poi fa brutto una settimana, lì non c’è il 118! Poi, ultima cosa, sulla parete del Piergiorgio non ci sono cenge per bivaccare quindi…
 
Come passavate il tempo quando è brutto?
YURI: Leggevamo, chiacchieravamo, giocavamo a carte. Kurt ci ha insegnato un gioco divertentissimo: il “mao-mao”.
 
KURT: Io non amo le carte, ma quel gioco era particolarmente adatto alla spedizione: è come scalare il Piergiorgio: le condizioni si possono ribaltare da un momento all’altro!
 
Quali sono stati i momenti più belli?
KURT: Mangiare le bistecche! Scherzo. Il granito è il più bello del mondo e scalare lì è più difficile che a casa, difficile per tutte le componenti che ho elencato sopra. Il Piergiorgio è forse la parete meno conosciuta perché è là dietro al Fitz Roy, lontana e non visibile dal paese, con un avvicinamento più lungo che le altre pareti classiche della zona.
 
Un bilancio sintetico dell’esperienza?
YURI: Positivo, senza dubbio. Mi sarebbe anche piaciuto rimanere ancora in Patagonia ma è andata così ed ogni tanto devo anche lavorare altrimenti non arrivo a fine mese! Spero che il San Lorenzo sia in condizioni e che il secondo team di UP riesca a farcela.
 
Sara Sottocornola
Nell’immagine: Kurt e Yuri pochi giorni fa nella truna al Passo Superior, prima
dell’Aguja Poincenot (foto H.Barmasse).

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