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Alpinismo

Brenna: cos’è accaduto sul Piergiorgio

EL CALAFATE, Argentina – “Sono circa le 17 quando il nostro sogno di salire in “cumbre” diventa un incubo”. Inizia così la testimonianza di Cristian Brenna, che in queste righe racconta nei dettagli il drammatico incidente accaduto sulla Nordovest del Cerro Piergiorgio: il fungo sommitale di ghiaccio è crollato sulle teste degli alpinisti e ha distrutto le mani a Giovanni Ongaro.

“Prima sentiamo un forte sibilo – racconta Brenna -, tipo quello dei film di fantascienza. Alzo lo sguardo e vedo un’enorme massa di ghiaccio che si dirige sopra le nostre teste, riesco solo ad urlare un “occhio”, visto che Hervè si è appena tolto il casco, poi entro il più velocemente possibile nel “nidos de los condores”. Così abbiamo soprannominato la nostra nicchia, prima sosta che permette di stare seduti dopo i 700 metri di via fin qui saliti.
 
Non è la prima “frana” di ghiaccio che passa sopra le nostre teste: di solito ci si avvicina alla parete il più possibile e si attende che passi. Sempre con la fronte aggrottata, aspettando il blocco che ti colpisce. Il tutto dura una trentina di secondi. Ma dopo che sono passati i pezzi più grossi sento Giò che urla come un forsennato che è stato colpito a tutte e due le mani.
 
Giò urla di dolore – prosegue Brenna -, chiede di essere calato il più velocemente possibile in sosta. Lo faccio più in fretta che posso, e la scena che si presenta ai nostri occhi è abbastanza agghiacciante: la mano destra completamente gonfia, sembra un pallone. Ma la sinistra è messa decisamente peggio, il metatarso è praticamente finito nel polso e la mano è piatta come una sogliola.
 
Lui grida di tirargli le dita e cercare di rimettere a posto la lussazione, Hervè comincia a tirare e dopo qualche tentativo la mano comincia a prendere una forma più normale. Giò adesso sembra più tranquillo, anche se comunque ha le due mani completamente fuori uso, cominciamo a rimettere via il materiale e a organizzare una ritirata tutt’altro che semplice, visto che la parete è sempre leggermente strapiombante e molte calate sono anche in traverso.
 

Via radio riusciamo ad avvisare anche Mario che è alle tende, lo informiamo sull’accaduto, e gli diciamo di smontare il campo perché bisogna portare Giovanni il più presto possibile a Chalten: nel frattempo le mani continuano a gonfiarsi a dismisura e siamo preoccupati che la cosa possa ancora peggiorare.
 
Cominciamo a calarci e insieme cala anche un po’ la tensione, tanto basta per cominciare a fare qualche battuta su chi dei due dovrà aiutarlo nei bisogni fisiologici. Io mi calo per primo sulle statiche con un cordino collegato a Giovanni. Quando arrivo in sosta Hervè lo cala e io col cordino lo recupero e comincio a scendere alla sosta successiva, Hervè lo raggiunge e via di nuovo con la stessa sequenza.
 
Alle nove e mezza circa – racconta Brenna – siamo di nuovo all’attacco della via, raggiungiamo Mario, scendendo il ghiacciaio oramai marcio, visto che questa mattina alle quattro si sprofondava già fino a metà gamba. Verso le undici siamo in fondo al canale, ci aspettano “solo” i venti e passa chilometri che ci separano dalla pietra del fraile, che raggiungiamo verso le cinque e mezza del mattino.
 
Ci buttiamo sfiniti un paio d’ore nei sacchi a pelo, orami sono più di ventisei ore che siamo in giro e dobbiamo cercare di recuperare un po’ le energie, visto che per arrivare all’ Hosteria del Pilar dove abbiamo la macchina dobbiamo fare un’altra passeggiata di una dozzina di chilometri. Alle otto e mezza dopo aver mangiato un boccone siamo nuovamente in “pista”, raggiungiamo il posto medico al Chalten dove vengono prestate a Giovanni le prime cure.
 
Il tempo nel frattempo si è messo al brutto – conclude Brenna -, e per noi è una vera manna per cercare di recuperare il più possibile le energie in vista di un prossimo tentativo. Giò nel frattempo è stato mandato a Calafate per essere visitato da un ortopedico, visto che qui non ce ne sono e noi come voi aspettiamo nuove notizie…stay tuned”.
 
 
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