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Marco Anghileri, la tempra dietro alle solitarie. Un ricordo dei Gamma

Marco Anghileri (Photo Facebook Marco Anghileri)
Marco Anghileri (Photo Facebook Marco Anghileri)

LECCO — Un dna da grande alpinista, un carattere riflessivo e determinato, un viso “aperto e pulito, pur se segnato da un’espressione intensa e seria”. Questo era Marco Anghileri nella descrizione di Renato Firgerio, attuale segretario del gruppo alpinistico dei Gamma: quello che riportiamo di seguito è il bel ritratto da lui scritto nel 2000, quando Anghileri aveva solo 28 anni, in occasione della sua eccezionale prima solitaria invernale della via Solleder sulla nordovest della Civetta.

“Guardandolo anagraficamente, ci troviamo di fronte ad un ragazzo, perché al giorno d’oggi così si presenta un giovane che non ha ancora compiuto i 28 anni: ma Marco Anghileri ragazzo lo è propriamente anche nell’aspetto, nel suo volto aperto e pulito, pur se segnato da un’espressione intensa e seria, rivelatrice della sua indole riflessiva e determinata.

La sua passione per l’alpinismo è tracciata in un solco dinastico, come del resto è già stato per il fratello maggiore Giorgio, troppo presto strappato all’alpinismo da un banale incidente di strada. Il cammino è stato segnato dal nonno Adolfo, allievo del grande Gigi Vitali, che negli anni trenta veniva guardato come un’autentica promessa, bloccata poi da una menomazione ad una gamba per una grave ferita bellica. Quello che è sfuggito alla conquista del nonno diventa comunque appannaggio superlativo del padre: Aldo Anghileri è uno dei nomi sacri dell’alpinismo lecchese, di quella schiera che, in continuità con la scuola scaturita da Cassin, ha continuato degnamente in montagna una tradizione che molti invidiano a Lecco. Papà Aldo è uno che sul VI grado ha fatto cose pazzesche, ma ha pure saputo guardare in profondità ai problemi che si agitavano nei giovani come lui e in quelli che, appena adolescenti, stavano confluendo numerosi tra gli appassionati di montagna con l’evidente esigenza di un forte cambiamento e di far prevalere senza limiti la loro personalità. In funzione di questi ideali, Aldo non ha esitato a lasciare il suo prestigioso gruppo dei Ragni, per fondare, con pochi altri, un nuovo gruppo alpinistico lecchese, il Gamma, di cui diventa il primo presidente.

Chissà quante volte il piccolo Marco si sarà fatto raccontare dal padre lo scenario di questi avvenimenti, oltre naturalmente tutte le spericolate imprese da lui collezionate sulle più belle pareti delle Alpi e delle Dolomiti! L’ambiente della montagna diventa perciò subito il suo humus, e qui la preziosa piantina si alimenta e cresce in modo tanto rigoglioso come forse nemmeno il padre avrebbe potuto sperare. Non è questo il luogo dove ricordare i suoi inizi, i suoi rapidi progressi, la sue strepitose vittorie: qui si vuole solo riuscire a capire qualcosa di lui, del suo carattere, delle sue motivazioni per imbarcarsi in quello che i ragazzi della sua età normalmente rifuggono. A noi comunque è concesso comprenderlo solo guardandolo dal di fuori e arguire da lì qualche aspetto del suo carattere. Non c’è dubbio che Marco sia interessato a tutto ciò che riguarda la montagna e ne abbia fatto una ragione di vita.

Marco Anghileri in cima allo Spiz di Lagunaz (Photo Facebook Marco Anghileri)
Marco Anghileri in cima allo Spiz di Lagunaz (Photo Facebook Marco Anghileri)

La sede dei Gamma è diventato il suo ambiente abituale, e, vivendo in un gruppo, si sente impegnato a portare il suo attivo contributo, cercando di conciliarlo al meglio con i periodi di preparazione e allenamento che la sua attività alpinistica richiede. Al gruppo ha sempre donato la sua presenza, che significa trasmissione di importanti esperienze, il suo contributo nelle scelte di decisioni determinanti, una collaborazione attiva e concreta nell’attuazione della scuola di roccia e nell’organizzazione del campeggi. Molti giovani hanno trovato in lui l’istruttore ideale, che non fa sfoggio della sua evidente superiorità, ma con attenzione ed amicizia riesce ad indicare la bellezza dell’arrampicata e a guidare con proprietà al suo rischioso approccio. Pur amando stare in compagnia, riuscendo ad intrattenere ed a divertire, la sua predilezione per la salita solitaria parla apertamente del suo carattere orientato all’indipendenza, a non farsi condizionare dalle opinioni e dalle attitudini degli altri, come pure di una sensibilità che non vuole imporre ad altri la sue preferenze e la sue decisioni. Ma non soltanto questi sono i motivi che lo inducono a stare spesso solo, specialmente nelle prove più difficili ed impegnative.

Nella montagna e nell’alpinismo Marco ha individuato la forma valida di collaudo severo della sua personalità e nello stesso tempo la condizione ambientale più idonea per trovare una risposta che definisca i suoi limiti fisici, psicologici e spirituali. Non potremmo spiegarci diversamente la grande forza morale che gli ha consentito di lottare, del tutto isolato e per cinque interminabili giornate, su una delle più impressionanti pareti delle Dolomiti, sopportando quattro tremendi bivacchi. “Credo che, ad essere soli in questo suggestivo e selvaggio paesaggio roccioso, si verrebbe presi dalla disperazione”. Da queste parole di Toni Hiebeler, non un alpinista qualsiasi, ma uno dei conquistatori della prima invernale sulla Solleder, emerge l’incredibile forza di carattere di Marco Anghileri: per lui non c’è stata disperazione, ma solo calma e serenità. Non si può reggere in queste situazioni estreme se dentro non si possiede una sete appassionata di ricerca e se non si è certi che questa potrà essere soddisfatta solo nel dominio totale di se stessi, in un profondo ascolto interiore, lontani dal frastuono che distrae e aliena.

Chi osa tanto, non si ritiene poi mai appagato anche se gioisce per ogni nuova conquista, il suo sguardo è già proteso verso nuovi traguardi, nell’ansia si assaporare emozioni nuove, che tali non possono essere se non vengono trovate su un terreno completamente diverso. Così è fatto Marco ed anche se ormai ci ha abituato a tutto, prima o poi verrà a sorprenderci ancora, lanciato com’è ad un confronto senza limiti con se stesso, su ogni terreno. E non è detto nemmeno che sia proprio o solo la montagna a rivelarcelo nella sua luce più sensazionale, dopo che lui stesso ci ha rivelato il suo sogno ambizioso di voler “crescere, in montagna, ma anche e soprattutto al di fuori di essa”.

 

Renato Frigerio – Gamma

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6 Commenti

  1. Finiamola con le sfide “no limits” e con i gruppi “Gamma”, “Alfa”, ecc. che le propongono e le impongono. Si ricominici invece ad insegnare ed osservare le regole di prudenza in montagna fra cui quella di non avventurarsi mai da soli. Certo è che anche gli (pseudo) giornalisti esperti di montagna dovrebbero farlo.

  2. …”impongono”? “Non avventurarsi mai da soli”? Ma perchè pubblicare questi commenti da Paese dei Balocchi, quando irrispettosi nei confronti di una persona (e della sua famiglia) che pur non conoscendo mi sembrava incarnare lo spirito del vero alpinista?

  3. Incredibile, ogni spazio che si da ai commenti, fiorisce di “meravigliose” esternazioni su ciò che è giusto o no, è vero che è primavera, ma smettiamola di concimare i siti con inutili e sterili polemiche.
    Non siete daccordo con questo e quello, ce ne faremo una ragione, di posti per altre cose è pieno il mondo, passate oltre no?
    E’ morta una persona, cerchiamo di avere un briciolo di rispetto, o si chiede troppo?

  4. Grande rispetto per un grande Alpinista, se ci fossero più persone come lui il mondo sarebbe un posto migliore, purtroppo non è così e qui abbiamo l’esempio di uno che senza rispetto esterna critiche decisamente fuori luogo ed offensive, complimenti.

  5. Per prima cosa esprimo il dolore per la perdita di Marco Anchileri come persona e alpinista. Però mi sorge un pensiero contrastante quando leggo frasi come “….lascia la mosglie e due figli….”. Ecco, la vera traqgedia non è la paerdita, pur grave, di un grande alpinista perchè lui sapeva cosa faceva e sapeva bene che in certe imprese il problema non era SE sarebbe successo un imprevisto ma QUANDO sarebbe successo, alzansdo sempre l’asticella del rischio. La vera tragedia sono i due bimbi che che lascia senza papà: per loro sarebbe stato un eroe anche senza prime solitarie o imprese estreme, gli sarebbe bastato averlo vicino. Allora la domanda: è giusto rischiare in imprese che coinvolgono persone così importanti come i figli? Secondo me, da padre, assolutamente NO.Quando decidi di avere dei figli sei respoinsabile delle tue scelte nei loro confronti.

  6. Sono d’accordo con quanto scritto da Ivan B. io sono rimasta orfana di padre a dieci anni e conosco bene il dolore della morte e la mancanza di riferimento della figura paterna. Nonostante Marco fosse un grande alpinista e bella persona. Ciao Marco.

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