Ambiente

Dal rischio di estinzione al ritorno a specie (quasi) cacciabile: la storia dello stambecco delle Alpi

La sua storia si è intrecciata per millenni a quella degli antichi abitanti delle Alpi, ed oggi la sua conservazione è tornata al centro del dibattito pubblico. Ripercorriamo la storia dello stambecco

C’è un animale che, più di tanti altri, racconta cosa significhi salvare una specie dall’orlo del baratro – e quanto sia fragile, anche dopo un secolo di successi, il confine tra tutela e nuovi pericoli. È lo stambecco delle Alpi, Capra ibex ibex, re delle pareti rocciose, che da simbolo della rinascita della fauna alpina è tornato, nel 2026, al centro di uno scontro politico sulla sua possibile cacciabilità. La profonda e amara ironia sta nel fatto che proprio la caccia lo salvò dall’estinzione verso la metà dell’Ottocento…

Radici antichissime

Le origini di questo animale ci fanno tornare molto più indietro nel tempo di quanto potremmo immaginare. La specie si è evoluta da antichissime forme di capre selvatiche che, tra i 14 e i 17 milioni di anni fa, popolavano l’Asia centro-occidentale. Durante le ultime glaciazioni – un arco di tempo compreso tra 700.000 e 12.000 anni fa – il suo areale si era esteso a gran parte dell’Europa. Fu poi il ritiro dei ghiacci, al termine dell’ultima era glaciale, a isolarlo sui grandi massicci alpini, dove da allora ha trovato il suo rifugio naturale.

Per oltre 10.000 anni la storia dello stambecco si è intrecciata con quella degli antichi abitanti delle Alpi. Per i nostri progenitori era una risorsa alimentare fondamentale, e anche nello stomaco di Ötzi, la mummia del Similaun, sono state trovate tracce della sua carne, cruda ma affumicata – in un antenato, forse, dello speck.

L’uomo, quindi, non gli fu mai amico: lo cacciò per la carne, ma non solo. A varie parti del suo corpo venivano attribuite proprietà terapeutiche e miracolose, come testimoniato anche dalla “Farmacopea dello stambecco” del Principe Vescovo Guidobald von Thun. Le corna ridotte in polvere sarebbero servite a guarire da coliche, crampi e avvelenamenti, o come rimedio per l’impotenza, il sangue avrebbe fatto miracoli contro polmoniti, bronchiti, pleuriti, calcoli alla vescica e ai reni, anemia e vaiolo, gli zoccoli avrebbero avuto potere afrodisiaco, le ossa sarebbero state utili contro cefalee, artriti e nevralgie e persino gli escrementi venivano prescritti come rimedio per reumatismi e sciatica. Vi era, poi, il cosiddetto “osso del cuore”, una piccola struttura cartilaginea a forma di croce che si trovava alla base del muscolo cardiaco: secondo il pensiero dell’epoca poteva guarire da malattie incurabili e se portato al collo, come un talismano, scongiurava ogni tipo di morte violenta.

Un animale quasi scomparso

Inutile dire che queste credenze non contribuirono alla prosperità della specie, bensì allo sterminio: se fino al Medioevo popolava l’intero arco alpino, dalla Francia alla Slovenia, a partire dal Cinquecento cominciò a scomparire dalle regioni alpine una dopo l’altra. In più, come accadde per l’orso nelle terre germaniche, il Vescovo di Bressanone nel Seicento fece uccidere tutti gli stambecchi della zona perché allontanavano i fedeli dalla cristianità.

Quando, nel 1821, si tentò un primo censimento serio della specie, questa risultava già estinta in Svizzera, Austria, Germania e Slovenia. Sopravviveva solamente un nucleo di meno di un centinaio di capi, rifugiato nelle valli più impervie del Piemonte e della Valle d’Aosta, nell’area del Gran Paradiso. Un’intera specie alpina si era ridotta a un’unica popolazione isolata, a un passo dalla scomparsa definitiva.

La riserva dei Savoia e la nascita del Parco

Proprio nel 1821, grazie anche all’intervento di Joseph Zumstein (lo stesso di Punta Zumstein sul Monte Rosa), vennero emanate le Regie Patenti che vietavano la caccia allo stambecco. Il rischio, però, era che venissero aggirate, o lasciate cadere: paradossalmente, a salvare gli animali non fu un’iniziativa ambientalista in senso moderno, ma il desiderio di un re di riservarsi in esclusiva il piacere della caccia. Nel 1836 il re Carlo Alberto rinnovò l’azione di tutela con la Regia Patente, ma consentendo la caccia a sé stesso e alla propria famiglia. Nel 1856 Vittorio Emanuele II istituì una riserva reale di caccia nell’area del Gran Paradiso, vietando a chiunque altro di cacciare gli stambecchi del territorio: a quel punto il sovrano aveva ogni interesse a far rispettare il proprio diritto esclusivo, organizzando confini, controlli e sorveglianza, spesso scegliendo i propri guardiacaccia tra i più agguerriti bracconieri.

Quella tutela, seppur nata per ragioni davvero poco naturalistiche, portò i suoi frutti, con quasi 1800 esemplari a inizio Novecento. Dopo la Grande Guerra, però, il distretto di caccia era diventato troppo costoso persino per il re, che lo cedette allo Stato, con il vincolo che diventasse un Parco Nazionale. Se durante il conflitto erano già avvenuti “prelievi non autorizzati”, l’allentarsi della sorveglianza fece passare la specie attraverso un secondo collo di bottiglia: secondo una stima del 1921 vennero abbattuti non meno di 800 animali. Nonostante non fosse facile trovare i fondi necessari, il 3 dicembre 1922 venne istituito il Parco Nazionale Gran Paradiso, il primo Parco Nazionale italiano, “allo scopo di preservare la fauna e la flora e di preservarne le speciali formazioni geologiche, nonché la bellezza del paesaggio”. Altre cose stavano accadendo in Italia in quegli anni, e nel 1933 la gestione del Parco passò al Ministero dell’agricoltura e delle foreste: tutte le guardie locali vennero licenziate e la sorveglianza, affidata alla Milizia Nazionale Forestale, divenne una sorta di servizio punitivo, cosa che non incentivò sicuramente la tutela faunistica. Dopo la guerra, gli stambecchi erano ridotti ad appena 400 capi.

La lenta – ma fragile – riconquista delle Alpi

Da quel nucleo di poche decine di esemplari sopravvissuti nel 1821 è discesa, nel corso del Novecento, l’intera popolazione alpina attuale. Attraverso decenni di protezione rigorosa, allevamento e soprattutto operazioni di reintroduzione – capi prelevati dal Gran Paradiso e trasferiti in altre aree alpine – lo stambecco è tornato gradualmente a colonizzare la Svizzera (curiosamente, qui, non iniziò in maniera legale), la Francia, l’Austria, la Slovenia e ampie zone delle Alpi italiane al di fuori del nucleo originario.

Oggi la specie conta circa 15.000 individui sul solo versante italiano, parte di una popolazione alpina complessiva stimata in circa 50.000 capi, distribuiti in circa 170 gruppi distinti lungo tutta la catena alpina. Un recupero imponente, se confrontato con le poche decine di sopravvissuti di due secoli fa.

C’è però un rovescio della medaglia che gli esperti continuano a sottolineare: poiché tutte le popolazioni attuali discendono da un numero così ridotto di capi, la variabilità genetica della specie resta scarsa. Gli stambecchi alpini sono numerosi, ma geneticamente fragili – una condizione che li rende più vulnerabili a malattie ed epidemie (come accadde con la rogna sarcoptica che colpì duramente alcune popolazioni nel secolo scorso) e meno capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti, incluso quello climatico, che sta già modificando gli habitat d’alta quota da loro frequentati.

Il dibattito del 2026: lo stambecco torna nel mirino

È in questo quadro che si è inserito, nella primavera del 2026, un acceso scontro politico. Nel disegno di legge 1552 (il cosiddetto “DDL Malan”), pensato per riformare la legge quadro sulla caccia del 1992, le Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato hanno approvato il 13 maggio emendamenti che inserivano lo stambecco tra le specie potenzialmente cacciabili, insieme all’oca selvatica, mentre il lupo veniva declassato da specie “particolarmente protetta” a semplicemente “protetta”.

La reazione è stata immediata e durissima da parte di numerose associazioni ambientaliste, ricercatori e amministratori locali, che hanno parlato di uno schiaffo a decenni di politiche di tutela, ricordando che proprio lo stambecco rappresenta il simbolo per eccellenza della capacità di recupero degli ecosistemi alpini. Anche la Commissione Europea, secondo quanto riportato, aveva inviato già a dicembre 2025 una lettera per segnalare possibili criticità rispetto alle direttive comunitarie sulla protezione della fauna.

Di fronte alle proteste, la maggioranza ha fatto marcia indietro: il 22 maggio è stata annunciata l’esclusione definitiva dello stambecco dall’elenco delle specie cacciabili previste dalla riforma, con il sostegno anche del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e del presidente della Commissione Agricoltura del Senato Luca De Carlo. Va detto, comunque, che la cacciabilità dello stambecco non è, in realtà, un tema nuovo: in Alto Adige viene effettuata una forma di prelievo già dal 1988.

Una storia non ancora conclusa

La parabola dello stambecco delle Alpi resta, a quasi due secoli di distanza, un caso di studio quasi unico: una specie salvata da un re che voleva cacciarla in esclusiva, rinata all’interno del primo Parco Nazionale d’Italia, ricolonizzatrice di un intero arco montuoso – e oggi di nuovo, periodicamente, oggetto di proposte per renderla cacciabile. Tra fragilità genetica residua, pressioni climatiche sull’habitat alpino e interessi venatori che tornano a riproporsi a ogni riforma della legge sulla caccia, la storia dello stambecco non è affatto chiusa: è semmai la dimostrazione che la conservazione di una specie, anche dopo un secolo di successi, resta un equilibrio da rinegoziare in continuazione.

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