Ambiente

La fusione della Groenlandia rallenta le correnti dell’Atlantico. Lo studio del Politecnico

Una ricerca del Politecnico di Torino pubblicata su Science Advances analizza gli effetti della fusione della calotta groenlandese sulla circolazione oceanica atlantica. I risultati indicano un ulteriore indebolimento delle correnti, ma non un crollo improvviso nel corso di questo secolo.

La fusione della calotta glaciale della Groenlandia continuerà a influenzare le grandi correnti oceaniche dell’Atlantico, ma almeno nel corso del XXI secolo non sembra destinata a provocarne un collasso improvviso. È questa la conclusione di un nuovo studio coordinato dal Politecnico di Torino e pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, che contribuisce a chiarire uno dei temi più dibattuti della climatologia contemporanea.

Al centro della ricerca c’è la cosiddetta AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), il vasto sistema di correnti oceaniche che comprende anche la Corrente del Golfo e che svolge un ruolo fondamentale nel trasporto di calore verso l’Europa. Grazie a questo meccanismo, gran parte del continente beneficia infatti di temperature più miti rispetto ad altre regioni poste alle stesse latitudini.

Da anni gli scienziati si interrogano sulla possibilità che il riscaldamento globale possa indebolire l’AMOC fino a spingerla oltre una soglia critica, provocando un rapido cambiamento del sistema climatico. Una delle principali preoccupazioni riguarda proprio la Groenlandia: la fusione dei suoi ghiacci riversa enormi quantità di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale, alterando gli equilibri che alimentano la circolazione oceanica.

Lo studio, nato dal lavoro di dottorato di Oliver Mehling e realizzato insieme al professor Jost von Hardenberg del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture del Politecnico di Torino, ha utilizzato un modello climatico di ultima generazione per confrontare due scenari: uno che includeva l’apporto di acqua dolce derivante dalla fusione della Groenlandia e uno che ne era privo.

I risultati mostrano che l’acqua di fusione contribuisce effettivamente a rallentare ulteriormente la circolazione atlantica. Secondo le simulazioni, entro la fine del secolo l’intensità dell’AMOC potrebbe diminuire di un ulteriore 10-20% rispetto a quanto previsto nei modelli che non considerano questo contributo.

La ricerca, tuttavia, non ha individuato segnali di un collasso improvviso della circolazione oceanica, nemmeno negli scenari caratterizzati da un forte aumento delle temperature globali. L’indebolimento appare piuttosto graduale e accompagnato dall’evoluzione del cambiamento climatico. “I modelli climatici indicano in modo coerente che la circolazione atlantica si indebolirà nel corso del XXI secolo anche senza considerare il contributo derivante dalla fusione della calotta glaciale della Groenlandia”, spiega Oliver Mehling, primo autore dello studio. “I nostri risultati mostrano che l’acqua di fusione proveniente dalla Groenlandia amplifica questo processo, ma il suo impatto iniziale è relativamente contenuto rispetto ad altre fonti di incertezza”.

Secondo il ricercatore, il ruolo dell’acqua di fusione potrebbe però diventare più importante nel lungo periodo, soprattutto oltre il 2100, qualora le emissioni di gas serra continuassero ad aumentare senza efficaci misure di mitigazione.

Un sistema che potrebbe recuperare

Un altro aspetto interessante emerso dalla ricerca riguarda la capacità di recupero della circolazione atlantica. I ricercatori hanno simulato scenari teorici nei quali la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera diminuisce progressivamente nel tempo.

In queste condizioni l’AMOC torna a rafforzarsi, indipendentemente dalla quantità di acqua dolce precedentemente immessa nell’oceano. Un risultato che suggerisce come l’indebolimento osservato non rappresenti necessariamente una trasformazione irreversibile del sistema climatico.

Questo non significa però che i rischi associati al cambiamento climatico siano ridimensionati. La perdita di ghiaccio della Groenlandia resta infatti una delle principali cause dell’innalzamento del livello dei mari, con conseguenze potenzialmente molto gravi per le popolazioni che vivono lungo le coste.

“L’assenza di evidenze di un collasso improvviso non significa che possiamo abbassare la guardia, avverte Mehling. “La perdita di ghiaccio della Groenlandia continuerà a contribuire all’innalzamento del livello del mare e molti processi oceanici non sono ancora rappresentati adeguatamente nei modelli climatici”.

Cosa significa per il clima europeo

La ricerca offre quindi un quadro più preciso del futuro della circolazione atlantica. Se da un lato riduce le preoccupazioni legate a un possibile collasso imminente dell’AMOC, dall’altro conferma che il riscaldamento globale sta già modificando uno dei principali meccanismi che regolano il clima dell’emisfero nord.

Il messaggio che emerge dallo studio resta netto: limitare le emissioni di gas serra continua a essere la strategia più efficace per ridurre i rischi climatici futuri. La fusione della Groenlandia, da sola, non sembra destinata a spegnere le grandi correnti dell’Atlantico nel prossimo secolo, ma il cambiamento climatico continua a ridefinire gli equilibri del sistema Terra con effetti che coinvolgono oceani, ghiacciai, ecosistemi montani e società umane.

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