Medicina e benessere

La donna si adatta meglio alla quota?

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Le prime spedizioni di donne agli ottomila incominciano negli anni ’70. Da allora, pochi studi sono stati effettuati sulla risposta fisiologica della donna all’alta quota, ma alcune differenze esistono e sembrano perlopiù legate a meccanismi di natura ormonale. Le donne, infatti, sembrano avere una migliore ventilazione polmonare, quindi soffrono meno di apnee notturne ed edemi polmonari, dimostrando una minore sofferenza al male acuto di montagna. Ma molti di questi dati sono ancora tutti da verificare. Vediamo perchè.

Una delle ragioni per cui le donne in quota sono meno studiate è semplicemente il fatto che frequentano molto meno i campi base delle principali cime di ottomila metri: le alpiniste sono circa il 10 per cento degli uomini. E’ anche vero, però, che sono in continua crescita. Dalla prima salita femminile all’Everest, innumerevoli donne hanno salito quella cima così come la vetta del K2, alcune senza ossigeno come Wanda Rutkiewicz, Liliane Barrard, Julie Tullis, Chantal Mauduit, Alison Hargreaves, Edurne Pasaban, Nives Meroi.

Durante questo periodo, più di uno studio è stato fatto sulla reazione delle donne alla quota, ma i risultati sono controversi. Molti sembrano dimostrare che l’incidenza del male acuto di montagna è identica nei due sessi (es. Hackett and Renne, 1976; Maggiorini et al., 1990) e identica nelle fasi del ciclo mestruale (Riboni, ’99) o tra le donne che assumono la pillola anticoncezionale (Kaiser ’91), così come sarebbe uguale tra i due sessi la frequenza di emorragie a livello retinico.

Sicuramente, però, si dovranno fare ricerche ulteriori perchè altri studi dimostrano come il male di montagna cronico e la policitemia (produzione abnorme di globuli rossi) da alta quota siano meno frequenti nelle donne. Gli uomini sono più suscettibili anche alla desaturazione. Vale la pena, però, chiedersi anche se le donne, in realtà, si espongano meno all’alta quota oppure se siano più attente.

La frequenza dell’edema polmonare acuto d’alta quota sembra comunque essere più bassa tra le donne che tra gli uomini: lo dimostrano studi condotti in Colorado, sulle Montagne Rocciose tra 2500 e 3000 metri, e sulle Alpi Svizzere a oltre 4500 metri (Sophocles, 1986; Hochstrasser et al., 1986; Richalet et al., 1996). Gli stessi studi rilevano come la frequenza si innalzi durante la menopausa e si tratti quindi di un fattore ormonale.

Durante la seconda fase del ciclo mestruale (la fase luteinica dopo l’ovulazione), vi è un incremento della risposta ventilatoria all’ipossia, dovuta ad un’azione sinergica due ormoni (estradiolo e progesterone). In questa fase, in condizioni simulate di quota (4300 metri) si ha un aumento della saturazione dell’ossigeno pari al 3 per cento, che dona effetto benefico alle donne anche se la loro capacità di esercizio fisico resta uguale.

Nella stessa fase, però, si assiste ad un’attivazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone che favorisce la ritenzione idrosodica e si contrappone agli effetti positivi di cui sopra. Il risultato di tali interazioni sembra essere diverso da una donna all’altra.

Uno degli studi sul tema più recenti, quello effettuato nel corso della spedizione italiana “Highcare” all’ Everest (2008), dice che le donne resistono meglio degli uomini all’alta quota. Questo benefico effetto sembra derivare proprio dall’effetto protettivo degli ormoni femminili (estrogeni e progesterone). Ma i dati non sono ancora stati pubblicati.

Un’altra curiosità riguarda i livelli di ferro nel sangue, l’alimentazione e lo sviluppo. Hannon nel 1976 ha dimostrato, con studi effettuati al Pikes Peak (4300 metri), che si assiste ad una maggiore introduzione di cibo nelle donne e ad una minore perdita di peso. Lo stesso autore ha segnalato che le donne hanno un ematocrito più basso rispetto agli uomini in quota .Tale problema è stato risolto somministrando del ferro ogni giorno per sei settimane prima della salita. Inoltre, le donne ripristinano il volume plasmatico sul livello del mare più in fretta degli uomini.

Studi recenti hanno evidenziato che tra le popolazioni che vivono in alta quota si verifica un ritardo di 1-2 anni della pubertà. Tale ritardo aumenta con la quota. La menopausa sembra più tardiva nell’ Himalaya Indiana, aumentando, così il periodo della fertilità della donna, mentre sembra più precoce in Perù.

Giancelso Agazzi

Commissione Medica Cai Bergamo

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Speciale: Il lato D dell’alpinismo


Per approfondimenti, consigliamo:
“High Alitude Medicine”, Herb Hultgren, 1997
“Médecine de l’alpinisme et des sports de montagne”, J.P. Richalet, J.P. Herry ,3^ edizione
“Widerness Medicine”,  Paul S. Auerbach, Fourth Edition
“High Altitude Medicine and Physiology”, M. P. Ward. J.S. Milledge, J.B. West , 3^ edizione
“Going Higher: oxygen, man, and mountains” Charles Houston,Fourth Edition
“Medical Recommandations for Women Going to Altitude” A medical Commission Uiaa Consensus Paper, D. Jean, C. Leal, S. Kriemler, H. Meijer, and L. G. Moore

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