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Emergenza rifiuti in Himalaya, un esempio virtuoso dal Langtang

Quando si parla di spazzatura himalayana il pensiero va nell’immediato all’Everest, oggetto negli ultimi anni di molteplici campagne di pulizia, che qualche decina di tonnellate di rifiuti sono riuscite a portarle via. Non solo il Tetto del Mondo in sé, ma l’intera regione dell’Everest ha manifestato un crescente impegno di autorità e collettività nell’arginare il problema dei rifiuti, puntando da un lato a rimuovere ciò che è stato abbandonato negli anni lungo i sentieri, dall’altro a evitare di peggiorare il problema, anche mediante introduzione di divieti. Dal 2020 nella regione ricordiamo che sia bandita la plastica monouso.

Ma la piaga della spazzatura non riguarda soltanto la valle dell’Everest. Tutto il Nepal è alle prese con una crisi della gestione dei rifiuti, che riguarda le città – in cui si stima una produzione annua di 1 milione di tonnellate, che finiscono per la maggioranza in discarica – , ma anche le montagne, che attirano annualmente un crescente numero di visitatori. Sono molteplici gli itinerari di trekking che avrebbero necessità di una bella ripulita sullo stile Everest. Il problema maggiore è rappresentato da rifiuti plastici e non biodegradabili.

Il caso studio del Langtang National Park

Il Nepali Times ha di recente portato all’attenzione internazionale il caso studio del Langtang National Park, una destinazione turistica molto popolare – si tratta dell’area protetta più vicina alla capitale Kathmandu – che sta affrontando da una manciata di anni la problematica dei rifiuti, con spirito innovativo. La strada, come vedremo, è ancora lunga da percorrere, ma si tratta di un esempio virtuoso, facilmente replicabile in altre aree affette dal medesimo problema.

Fondato nel 1976, il Langtang National Park rappresenta la più antica area protetta himalayana del Nepal, estremamente ricca di biodiversità, in termini sia di flora che di fauna. Tra le specie animali a rischio ospitate si trovano il leopardo delle nevi, il panda rosso e il cervo muschiato.

Il Parco si estende su una superficie di circa 1700 chilometri quadrati (più una buffer zone di circa 400) nel Nord del Nepal e risulta essere il terzo Parco nazionale per frequentazione turistica, dopo il Sagarmatha National Park e l’Annapurna Conservation Area. Al suo interno ricadono numerose vette himalayane, la più alta delle quali è rappresentata dal Langtang Lirung (7,227 m). Il paesaggio appare ricco in foreste e di corsi d’acqua alimentati dai ghiacciai.

Il terremoto del 2015 ha impattato sull’appeal turistico. La media fino al 2019 si è attestata sui 15.000 visitatori annui (18.000 nel 2019), cifra calata a zero nel corso della pandemia del Covid-19. Una volta superata la fase critica del 2020-2021, i trekker hanno iniziato però a fare ritorno nel Parco. Tra luglio 2021 e gennaio 2022 sono arrivati in valle 10.400 turisti. Quella che si prospetta come una ripresa turistica positiva in termini economici per la regione, diventa al contempo motivo di preoccupazione per l’ambiente.

Considerando la sopracitata media di 15.000 visitatori annui, si stima che in fase pre-Covid siano state abbandonate nella valle del Langtang circa 200.000 bottiglie di plastica l’anno, per un quantitativo totale di plastica da rimuovere pari a 5 milioni di bottiglie. Come evitare che il Parco diventi nel tempo una riserva di plastica, senza frenare il turismo?

La risposta è duplice: da un lato rimuovere il materiale abbondantemente presente sul territorio, dall’altro promuovere un turismo sostenibile.

Il problema turistico

Quando si parla di turismo come causa principale del “problema spazzatura” non si fa riferimento soltanto ai turisti in sé ma a tutto ciò che attorno ad essi gravita, dunque i portatori, le guide, le comunità locali che accolgono nei lodge e nelle tea houses i visitatori. E non si fa riferimento solo alla plastica, per quanto questa rappresenti la percentuale maggiore dei rifiuti dispersi sul territorio.

Per stare al passo con la crescente domanda turistica, sono state effettuate delle scelte errate negli anni passati, ad esempio è aumentato l’utilizzo di alimenti preconfezionati, come gli spaghetti, in quanto la cucina tradizionale necessita di tempi di preparazione più lunghi, con conseguente aumento dei rifiuti non degradabili. Nella ricostruzione post sisma del 2015, si è optato per l’utilizzo di blocchi in calcestruzzo, con conseguente trasporto in quota di cemento, materiale plastico, ferro che ha portato a un accumulo di scarti.

Un mix di spazzatura che è rimasta lì, in assenza di siti di smaltimento nelle vicinanze. E “rimanere lì” non è il verbo più corretto da utilizzare. Parte dei rifiuti finisce inevitabilmente nei corsi d’acqua. Nel Parco sono presenti tre specie di ungulati, il tahr himalayano (Hemitragus jemlahicus), il goral himalayano (Naemorhedus goral) e la pecora blu (Pseudois nayaur) che per sopravvivere devono leccare il sale. Più volte è capitato alle popolazioni locali di vedere esemplari intenti a leccare confezioni di spaghetti o di biscotti alla ricerca del sale. Altri animali, come i muli, i cavalli, gli yak, ingerendo plastica non è raro che si ammalino e muoiano.

Anche i rifiuti biodegradabili in ambienti himalayani rappresentano tra l’altro un problema, perché le temperature in inverno possono scendere di varie decine di gradi sotto lo zero, rallentandone in maniera significativa la degradazione.

Cosa è stato fatto finora

Negli ultimi anni le autorità del Parco hanno preso coscienza del fatto che il problema plastica e, in maniera più ampia problema spazzatura, sia di prioritaria importanza. E che sia assolutamente tempo di agire. Come primo passo è stata creata una discarica temporanea a Kyanjin Gompa, in cui sostanzialmente i rifiuti vengono accumulati, senza successivi trattamenti. Un po’ come spostare il problema da A a B. Parte dei rifiuti viene portata a Syabrubesi, da qui a Kathmandu e Pokhara per un corretto smaltimento.

Si è inoltre proceduto all’avvio di campagne di sensibilizzazione in collaborazione con l’esercito nepalese e le comunità locali. Decisamente più utili.

Più interessante e funzionale della discarica temporanea è l’iniziativa avviata qualche anno fa dalla PSD (Partnership for Sustainable Development), una associazione ambientalista nepalese che ha deciso di puntare sulla circular economy per incentivare il riciclo della plastica. Le bottiglie non vengono semplicemente recuperate ma acquistate, a una cifra simbolica, e quindi trasportate a Pokhara per essere sottoposte a processi di riciclaggio. Tale sistema, che vede dunque la collaborazione tra PSD  e comunità locali, porta attualmente a riciclare oltre 10.000 bottiglie al mese.

La plastica non viene soltanto riciclata ma sottoposta a un processo di up-cycling, a una trasformazione in grado di ridarle valore. In collaborazione con l’associazione Sustainable Mountain Architecture, è stata ad esempio realizzata nel Parco la costruzione di un padiglione fatto interamente di bottiglie di plastica a Rasuwa, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica. Vengono inoltre svolti laboratori, destinati soprattutto ai bambini, che vedono come materia prima delle attività i tappi di bottiglia. Un’altra via di smaltimento che si sta tentando di seguire è quella della conversione della plastica in carburante.

La strada è ancora lunga

Dunque, le basi per un rinnovamento sono state gettate, in particolare sul fronte dell’inquinamento plastico, ma l’impegno della PSD non può da solo risolvere il problema. Bisogna andare alla radice, frenarne la produzione, dichiarando esattamente come accaduto sull’Everest, la regione plastic-free.

In contemporanea sarà necessario facilitare la raccolta e lo smaltimento dei materiali non plastici, realizzando uno o più impianti di smaltimento in loco, senza la necessità di trasportare il tutto a Pokhara. Non meno importante sarà continuare a puntare sulla sensibilizzazione delle comunità locali e dei visitatori, perché imparino a rimodulare alcuni comportamenti errati per il bene della natura.

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