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Come frequentare in sicurezza la montagna che cambia? Intervista al glaciologo Jacopo Gabrieli

Dalla Marmolada arrivano delle notizie terribili. Nel momento in cui scrivo queste righe il bilancio del crollo avvenuto nel primo pomeriggio di domenica è di 7 morti e 5 dispersi. Il premier Mario Draghi si è diretto in Dolomiti per rendere omaggio alle vittime e al lavoro dei soccorritori. Reinhold Messner, in televisione, sui giornali e sul web, ricorda che “non si va sotto a un seracco con questo clima”. Jacopo Gabrieli, glaciologo dell’Istituto di Scienze Polari del CNR e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, è uno dei protagonisti del progetto Ice Memory, che da anni estrae delle “carote” di ghiaccio per conoscere il clima del passato. Lo ha fatto sul Monte Bianco, sul Monte Rosa, e due mesi fa anche sul Calderone del Gran Sasso. Una delle mete dei prossimi carotaggi avrebbe dovuto essere proprio la Marmolada. 

Ma Gabrieli, come molti suoi colleghi, è anche un escursionista, un alpinista e uno scialpinista appassionato. Sul ghiacciaio della Marmolada, colpito dalla valanga, è transitato per decine di volte, in salita e in discesa. Domenica pomeriggio, dalla sua casa di Belluno, ha ascoltato per ore l’andirivieni degli elicotteri tra il luogo dell’incidente e l’ospedale. “I ghiacciai che crollano, e che si avvicinano all’estinzione, ci ricordano che la Terra è fragile. Chi li vede per la prima volta, e si emoziona, può capire il valore di quello che stiamo perdendo. Chi li percorre, soprattutto in questa estate torrida, deve fare molta più attenzione che in passato”. 

I seracchi, che sono delle instabili torri di ghiaccio, si formano e cadono perché il ghiacciaio si muove, e scorre verso valle come un fiume. Ma le temperature da record rendono i crolli più frequenti” spiega Jacopo Gabrieli. In queste ore si parla spesso dei 10° registrati sulla Marmolada. Nei giorni scorsi, però, si è arrivati a 10,4° a 4700 metri di quota sul Monte Bianco, e 4,5° ai 4554 metri della Capanna Margherita sul Monte Rosa. Quando la temperatura è così alta, tra il ghiaccio e la roccia scorrono dei fiumi d’acqua di fusione. Un flusso che “lubrifica” il sistema, e aiuta certamente i crolli”. 

Sulle montagne europee, ma anche sull’Himalaya e sulle altre catene della Terra, si registra un apparente paradosso. Nevica sempre di meno (sulle Alpi, nello scorso inverno, tra il -50% e il – 70% del totale). Questo svuota i fiumi e desertifica le pianure. Ma il poco ghiaccio che rimane in montagna diventa sempre più pericoloso e instabile. E’ vero, quello della Marmolada è l’unico vero ghiacciaio delle Dolomiti, e questo in fondo circoscrive il rischio” spiega il glaciologo e alpinista Gabrieli. “Sul Monte Bianco e sugli altri massicci delle Alpi occidentali e centrali, i seracchi in bilico sono decine. A maggio sul Grand Combin, in Svizzera ma in vista del confine italiano, il crollo di un enorme muro di ghiaccio ha ucciso 2 scialpinisti. Decine di vette un tempo facili e sicure, a iniziare dal Gran Zebrù, sono diventate delle trappole”.

Nei prossimi giorni il Governo nominerà un Commissario per l’emergenza siccità, probabilmente il capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio. Martedì è previsto il via libera ai primi interventi nelle sei Regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Lazio) che hanno già chiesto lo stato di emergenza climatica. Nella bozza del provvedimento sono stati individuati venti “interventi prioritari” da realizzare entro il 2024. I primi saranno quelli per sistemare gli acquedotti-colabrodo che, soprattutto nel Mezzogiorno, causano la dispersione di una risorsa preziosa. Verranno messi sul tavolo 1,38 miliardi, per due terzi a valere sul PNRR e per il resto sul programma React EU. Altre risorse arriveranno in futuro. 

Mentre i glaciologi e i climatologi fanno il loro lavoro, e il Governo cerca una via per intervenire, i frequentatori dell’alta montagna devono fare molta attenzione. “Ci vuole umiltà, bisogna capire, accettare la nuova situazione” continua Jacopo Gabrieli. “Una volta le grandi montagne si salivano tranquillamente ad agosto, ora ci si va a giugno, e su alcune quest’anno è meglio di andare per niente. Per le guide alpine e i gestori dei rifugi è un danno economico serio, ma non c’è niente da fare”. 

Il rischio di crolli non riguarda solo i ghiacciai, e il glaciologo veneto lo sa bene. Le montagne di roccia, comprese le celebri e fotogeniche Dolomiti, sono tenute insieme dal permafrost, un tenace strato di ghiaccio sotterraneo. “Con l’aumento della temperatura il permafrost si scioglie, la roccia diventa instabile, e possono crollare dei blocchi enormi” spiega Gabrieli. 

Negli anni scorsi eventi di questo tipo hanno sfigurato il Pelmo, la Cima Una e il Sorapiss e altri grandi massicci dolomitici. Sul Monte Bianco, enormi frane hanno trasformato la celeberrima parete Ovest del Petit Dru. “Il paesaggio delle Dolomiti, da secoli, è stato “disegnato” dai crolli” conclude Jacopo Gabrieli. “Credo che in qualche caso esista un pericolo per gli alpinisti in parete, ma per chi cammina su un sentiero le cose sono diverse. Però bisogna sempre tenere gli occhi aperti”.

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Un commento

  1. Alta montagna in primavera e con gli sci…e sia a me sta benissimo! Anzi ormai faccio così già da anni…

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