Gente di montagna

Marco Siffredi

“Bisogna godersi il fiore della giovinezza, perché a 50 anni sarà troppo tardi.”

Marco Siffredi

Passione, talento e coraggio. Marco Siffredi è stato massima espressione del desiderio di vita. Nella sua breve esistenza ha incarnato il concetto di libertà, sopra ogni cosa. È stato una meteora, una stella cadente, un lampo nel cielo nero ma la sua traccia è indelebile nella memoria di chi ha seguito le sue imprese e di chi narra la storia dell’himalaysmo.

La vita

Marco Siffredi nasce il 29 maggio 1979 a Chamonix in una famiglia di tradizione alpinistica che, in qualche modo, segna la sua via. Suo padre Philippe è guida alpina, ma lavora anche come parrucchiere nella località ai piedi del Monte Bianco. Ha un fratello maggiore, Pierre, di molto più grande di lui che diventa presto un buon alpinista e che purtroppo scompare sotto a una valanga nel 1981.

La passione per lo snowboard arriva con l’adolescenza e non riesce più a staccarsene, di quell’adrenalina regalata dalla neve fresca non riesce più a farne a meno, compiendo imprese estreme ancora da ragazzino e concludendo la sua esistenza con un tragico incidente che a soli 23 anni l’ha strappato alla passione della vita.

Lo snowboard

Marco Siffredi riceve la su prima tavola a 16 anni e in breve ne fa una ragione di vita. Sulla neve fresca ha talento e ama spingersi sempre più in là, alla ricerca di nuovi limiti personali, e non solo. Nel giro di un anno esplora in lungo e in largo il Monte Bianco, scendendo tutte le grande classiche. Poi nel 1996, a 17 anni, decide di fare qualcosa in più e guarda la Mallory all’Aiguille du Midi. Mille metri di dislivello, con tratti a 50 gradi. Due anni dopo parte alla volta del sud America, destinazione Perù, dove con Philippe Forte e René Robert sale e scende con la tavola il Tocilarajo (6032 m). Per il 19enne si tratta di un importante test, quello che gli avrebbe aperto le porte alle più alte montagne della Terra.
Prima di recarsi in Nepal torna sulla montagna di casa per effettuare, il 17 giugno 1999, la prima discesa in snowboard della parete Nant Blanc della Aiguille Verte, con tratti a oltre 55 gradi. Poco dopo eccolo finalmente in Himalaya, sul Dorje Lhakpa (6988 m) lungo cui effettua la prima discesa con la tavola.

Il nuovo millennio lo vede tornare in sud America, per scalare e scendere con la tavola il picco boliviano Huayna Potosí (6088 m). Nell’autunno del 2000 raggiunge anche al vetta del suo primo Ottomila, il Cho Oyu. Meno di un anno dopo, nella primavera del 2001, è sulla cima dell’Everest. Lo sale con l’ossigeno e grazie al supporto di due portatori sherpa. Dalla vetta poi ha agganciato la tavola e si è lanciato in discesa per il Norton Couloir, che si distende lungo la parete nord. Purtroppo a causa del freddo intenso dopo solo 200 metri ha alcuni problemi alle cinghie dello snowboard, che però riesce a riparare e a riprendere la discesa, continuata fino a 6400 metri di quota. Si tratta della prima discesa dell’Everest con la tavola, primato che Siffredi condivide con l’austriaco Stefan Gatt che un paio di giorni prima rispetto a lui è riuscito a raggiungere la vetta della montagna senza ossigeno e senza supporti, per poi scendere con la tavola fino a 8600 metri dove, a causa delle condizioni non ideali, ha preferito continuare a piedi fino a 7500 metri dove ha riagganciato la tavola e proseguito la discesa fino a 6450 metri. Subito dopo le due realizzazione ci sono state diverse controversie per comprendere a chi dei due attribuire la prima discesa, alla fine si è deciso di dare a entrambi il merito della realizzazione.

Nell’autunno 2001 Marco Siffredi raggiunge la vetta dello Shisha Pangma, intenzionato a scenderlo con lo snowboard. Ma il forte vento incontrato in quota ostacola i suoi propositi permettendogli di agganciare la tavola solo a 7000 metri. Meno di un anno dopo, in agosto, parte nuovamente alla volta dell’Everest. L’obiettivo del francese è quello di effettuare la prima discesa dell’Hornbein Couloir sul versante nord. Partito da Kathmandu nei primi giorni di agosto, il 9 settembre è in cima all’Everest, con lui tre sherpa. In cima rimane un’ora, poi parte. I compagni nel frattempo scendono a piedi. Quando raggiungono il campo base non trovano tracce di Siffredi. Qualcosa è andato storto. Dopo qualche giorno un gruppo di alpinisti francesi raggiunge l’Everest nella speranza di poterlo trovare sulla montagna, magari ancora in vita. Dopo un’attenta ispezione trovano qualche traccia della sua discesa, ma la linea si interrompe a 350 metri dalla vetta. Marco Siffredi è perso sulla montagna. Secondo la teoria di un amico, e vista le relativa semplicità del terreno, Marco si sarebbe addormentato durante una pausa per non risvegliarsi più. Accolto dall’abbraccio dell’altissima quota a soli 23 anni il suo corpo è da qualche parte sul versante nord dell’Everest. La sua anima vola alta sulle montagne.

Libri

  • La traccia dell’angelo. La vita di Marco Siffredi, di Antoine Chandellier (Cda & Vivalda, 2005)
  • Ci vediamo domani – la leggenda di Marco Siffredi, di Evans Jeremy (Mulatero, 2022)

“Marco aveva 20 anni. Si era appena decolorato i capelli e si era fatto un nuovo piercing. Marco era indipendente e imperturbabile. Il suo talento era enorme.”

François Damilano

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