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Rigopiano e Val Majelama, le due valanghe che hanno cambiato l’Abruzzo

Due valanghe, cadute negli scorsi inverni, hanno avuto un’influenza profonda sul modo in cui l’Abruzzo percepisce e gestisce la montagna. Le tragedie di Rigopiano e della Val Majelama, avvenute il 18 gennaio 2017 e il 24 gennaio 2021, hanno causato 33 morti, e hanno commosso milioni di italiani, dentro e fuori dalla regione della Majella e del Gran Sasso. Ma se la neve, e la forza di gravità che la mette in movimento, rimangono le stesse, si tratta di due storie profondamente diverse. 

La valanga di Rigopiano

Vale la pena di ricapitolare gli eventi. Il 18 gennaio 2017, dopo fortissime nevicate e alcune scosse di terremoto, una valanga che si è staccata dal Monte Siella, sul versante orientale del Gran Sasso, è scesa per mille metri di dislivello e ha investito in pieno l’Hotel Rigopiano, che è stato schiacciato e spostato di una decina di metri verso valle. Delle 40 persone che erano nell’edificio, tra ospiti e lavoratori dell’albergo, 29 sono morte e 11 sono state salvate. La neve caduta nei giorni precedenti, insieme alla bufera in corso, ha rallentato i soccorsi, che erano partiti in ritardo. Anche se la Procura della Repubblica di Pescara si è mossa rapidamente, dopo cinque anni il processo non è ancora iniziato. Se si perderà ancora del tempo l’omicidio colposo, il principale reato ipotizzato, cadrà in prescrizione lasciando impunita la strage.

La valanga della Val Majelama 

La tragedia di un anno fa in Val Majelama, nel massiccio del Velino, ha avuto per vittime quattro escursionisti di Avezzano. Il 24 gennaio 2021 Tonino Durante, Gianmarco Degni, Valeria Mella e Gianmauro Frabotta hanno deciso di partire nonostante il maltempo. Il massiccio era carico di neve, che il vento dei giorni precedenti aveva fatto accumulare. In Val Majelama, i quattro sono stati travolti da una valanga caduta dai pendii del Pizzo Cafornia. La ricerca dei corpi, che è durata quasi un mese, ha coinvolto centinaia di soccorritori e ha commosso l’Abruzzo e l’Italia. I funerali dei quattro, celebrati nel Duomo di Avezzano, sono stati seguiti da migliaia di persone.

Due tragedie diverse

La differenza tra le due tragedie è evidente. Gli escursionisti della Val Majelama, attrezzati con piccozza e ramponi (ma non con ARTVA o piastrine RECCO, che avrebbero facilitato almeno il ritrovamento dei corpi) si sono messi in trappola di loro volontà, scegliendo una meta drammaticamente sbagliata a causa delle condizioni della montagna. 

Le vittime di Rigopiano invece (sia gli ospiti, sia il personale dell’albergo) non avevano esperienza di montagna. A causare la loro morte, come ipotizzato dalla Procura di Pescara, sono stati l’autorizzazione a costruire un albergo (e ad aprirlo d’inverno) ai piedi del canalone di Monte Siella, la mancanza di un ordine di evacuazione dopo le nevicate del 17 gennaio, e i ritardi nella pulizia della strada dalla neve. La tragedia di Rigopiano, purtroppo, non sembra avviarsi a un chiarimento. Come scrive Paolo Mastri sul Messaggero si tratta di un processo “maledetto”, segnato da “un’inchiesta condizionata dall’ombra del depistaggio di Stato e da veleni tra organi di polizia giudiziaria”. Per Mastri la prossima udienza, il 28 gennaio, è “destinata a risolversi in un rinvio, con i familiari delle vittime costretti a fare tappezzeria”. Sullo sfondo, come abbiamo già detto, c’è il rischio di una prescrizione per tutti i 30 imputati. Una delle questioni ancora aperte è se le tre scosse di terremoto rilevate sul Gran Sasso tra le 10.25 e le 14.33 del 18 gennaio 2017, con intensità tra 5.1 e 4.3 della scala Richter, hanno contribuito o no a mettere in moto la valanga. Mentre i consulenti della Procura hanno risposto di no, tre docenti dell’Università di Pescara, consulenti della difesa, sostengono invece il contrario. 

Per la Val Majelama, invece, tutto dovrebbe essere chiaro. A causare la morte di Degni, Durante, Frabotta e Mella sono state le condizioni della montagna, e la scelta dei quattro di spingersi in una valle particolarmente esposta alle valanghe. Invece le cose non stanno così. E le due tragedie, negli ultimi anni, hanno avuto conseguenze importanti sull’opinione pubblica dell’Abruzzo, e sulle leggi e i regolamenti in vigore sui suoi monti. 

Le conseguenze delle due tragedie

Ci sono state anche delle conseguenze positive. Dopo la tragedia di Rigopiano la Regione Abruzzo ha aderito all’AINEVA, e si è finalmente dotata di una mappa ufficiale delle valanghe. Dopo la valanga del Velino, la stessa Regione ha varato un Tavolo di coordinamento sulla Sicurezza in Montagna, ha ottenuto un’apparecchiatura di ricerca RECCO, ha avviato un programma per causare il distacco artificiale della neve instabile sull’esempio della Valle d’Aosta.       

Ci sono anche le conseguenze negative, però. Dopo Rigopiano, e per il resto dell’inverno, i Comuni intorno a Campo Imperatore hanno vietato l’accesso all’altopiano, solo per tenere i visitatori lontani dalla neve. Dopo la tragedia della Majelama, sui social e nei siti d’informazione della Marsica, si è diffusa la tendenza a considerare tutti gli alpinisti e gli escursionisti invernali come dei pazzi suicidi. 

A causa di questo atteggiamento, sono tornati di moda i divieti alle attività fuoripista periodicamente disposti da comuni come Scanno, Ovindoli e Roccaraso, sui quali negli anni precedente si era aperto un confronto con CAI, guide alpine e freerider. Ultima ad adeguarsi, pochi giorni fa, è stata l’amministrazione di Sant’Eufemia a Maiella, che ospita la Rava del Ferro e altri itinerari di alpinismo e scialpinismo impegnativi. 

La tragedia della Val Majelama, come abbiamo scritto in autunno, ha spinto il Comune di Massa d’Albe e la Riserva Naturale del Velino a ordinare la chiusura della valle da novembre ad aprile, in presenza o in assenza (come oggi) di neve. Un provvedimento che sembra dettato dalla volontà di chiudere a ogni costo il massiccio, e non da quella di creare sicurezza in montagna.

Tra poco più di un anno, ad aprile del 2023, l’Abruzzo celebrerà il centenario della prima ascensione scialpinistica al Corno Grande, compiuta da Aldo Bonacossa. Mezzo secolo prima, nel 1871, erano iniziate le ascensioni con piccozza e ramponi alle vette del Gran Sasso, del Velino e del Sirente. Da allora, e fino a questi giorni di tempo magnifico e ghiaccio, migliaia di residenti e forestieri (o “turisti”, per usare un vocabolo in voga) hanno percorso boschi, vette e valli della “Regione dei Parchi”. Nel farlo, hanno contribuito, e contribuiscono ancora, al reddito di albergatori e ristoratori, guide alpine e altre categorie di abruzzesi. 

La paura causata dalle tragedie della Val Majelama e di Rigopiano rischia di dirottare questo flusso verso altre parti d’Italia e del mondo. La sicurezza in montagna, in Abruzzo come sul Monte Bianco o sull’Everest, nasce dalla buona gestione del territorio, e dall’esperienza di chi la affronta. Il panico e i divieti a tappeto non servono.      

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2 Commenti

  1. Siamo un popolo di” beoti” comandati da una cozzaglia di inetti incapaci! Qua siamo alle solite. Es. Abbiamo atrazina nell’acqua? Il livello consentito e’ di…..0,05 e l’abbiamo superato? Benissimo, aumentiamo il livello a 0,07 e il problema e’ risolto!! Tragedie in montagna, peraltro assolutamente evitabili,? Divieto di andarci……….e cosi’ via per tutti i problemi. SCONFORTO TOTALE!!!

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