AlpinismoAlta quota

Il K2 invernale: gioia, dolore e polemica

Più di quanto succeda su ogni altra montagna, i fatti che accadono sul K2 sintetizzano quasi sempre tutti i tratti più forti e distintivi delle faccende umane: la gioia e la tragedia. E anche la polemica. Sarà che montagne estreme portano all’estremo le emozioni degli uomini che le scalano. Un pattern che come un fil rouge unisce il 1954, il 1986, il 2008 per citare le più vicende più note. E che si è ripetuto anche quest’anno.

Abbiamo gioito insieme ai 10 alpinisti nepalesi per la prima salita invernale del K2 e insieme a loro siamo stati felici di quanto possa rappresentare questo successo per la loro comunità. Siamo stati presi dallo sconforto per la morte di tanti alpinisti colpevoli solo di un grande sogno. Sergi Mingote e Atanas Georgiev Skatov sono stati riportati alle loro famiglie. John Snorri, Juan Pablo Mohr e Ali Sadpara sono ancora sulla montagna da oramai 14 giorni.

Le ricerche dei tre alpinisti dispersi

La volontà dei parenti è rimasta quella di trovare i corpi e gli sforzi in queste due settimane sono continuati grazie all’enorme collaborazione dell’esercito pakistano. Il fatto che tra i dispersi ci sia Ali Sadpara, considerato un eroe nazionale, ha oliato una macchina che sappiamo bene dall’esperienze passate essere a volte farraginosa. Gli elicotteri dell’Askari hanno continuato a volare, quando il meteo l’ha consentito, sulle pendici del K2; sorvoli sono stati fatti con gli F-16 dell’esercito usando tecnologia infrarossi; sono state analizzate le tracce gps dei Garmin, i segnali Turaya, le fotografie e le immagini satellitari fornite dall’Agenzia spaziale Islandese. Nulla è stato trovato, se non tende, sacchi a pelo o materassini delle varie spedizioni dispersi sulla montagna dal vento. Il campo base ad oggi è stato sgomberato, il personale pakistano è rientrato a casa e anche Akbar e Imtiaz, i due alpinisti pakistani che avevano provato una ricognizione via terra, sono tornati al proprio villaggio. Un avamposto è stato mantenuto solo dall’esercito. Una conferenza stampa doveva essere tenuta ieri dalle autorità a Gilgit, ma è stata per il momento rimandata. Non si prevede che da questo evento escano notizie diverse da quanto già detto. John Snorri, Juan Pablo Mohr e Ali Sadpara riposeranno sulla montagna. A chi rimane il cordoglio e il coraggio di andare avanti.

Le polemiche

Abbiamo parlato anche di polemiche, che non si sono fatte mancare. All’inizio da molte parti si è dubitato della salita senza ossigeno di Nirmal Purja data anche la mancanza di un report preciso della scalata che ha portato alla vetta dei nepalesi.

Con il secondo tentativo di vetta e il rientro degli alpinisti che hanno iniziato a postare sui  social i loro report e considerazioni, lo sguardo si è rivolto alla gestione dello stesso, soprattutto per quanto riguarda ciò che è accaduto a campo 3. Arrivati a 7300m gli alpinisti hanno trovato solo tre tende (una portata da Tamara Lunger, un’altra da Sajid Sadapara per Snorri e il padre e l’ultima da Colin O’Brady). Ma i presenti a C3 la vigilia di vetta erano oltre una ventina. Impossibile con quei numeri riposare, mangiare, sciogliere la neve per l’acqua. Si è creata una situazione complessa ad alta quota, che ha avuto alcune conseguenze, mentali e fisiche (sia stanchezza, ma anche congelamenti per alcuni). A C3 mancava anche dell’ossigeno che ha costretto il video maker Elia Saikaly a scendere e non seguire il team di Snorri.

Contraddizioni emergono anche sulle affermazioni al rientro a Skardu: Tomaz Rotor, per esempio, ha dichiarato di aver seguito il gruppo di Snorri, Sadpara e Mohr fino a 8000m, ma di essere tornato indietro non riuscendo a superare un grosso crepaccio prima del Collo di Bottiglia. Questo crepaccio non risulta, ma dovrebbe trattarsi di quello segnalato da Mingma G., che però si trova molto più in basso, a circa 7800m, sotto la Spalla.

Polemiche sono invece sorte riguardo alle corde e sull’incidente di Skatov. Ignorando le accuse che arrivano da più parti in Pakistan sulla rimozione delle fisse da parte dei nepalesi (cosa che non risulta), ciò che fa discutere è quanto successo nella sezione tra C3 e C2, dove più alpinisti hanno segnalato che le corde fossero sepolte dalla neve e ghiaccio e che quindi fosse stato necessario avanzare senza protezione in un tratto molto esposto.

Proprio in quel punto è avvenuto anche l’incidente mortale dell’alpinista bulgaro, ritrovato poi alla quota del campo base avanzato. Quale è stata la causa della caduta? Inizialmente i media pakistani avevano parlato di una corda rotta, poi il capospedizione Chhang Dawa Sherpa ha invece dichiarato che in base a quanto raccontato dallo sherpa di Skatov (che però non lo aveva visto perché davanti a lui) era stata una manovra sbagliata, il greco Sykaris ha parlato della questione delle corde sepolte, mentre Elia Saikaly ha raccontato di un groviglio tra nuove e vecchie logore corde che rendeva complesso capire dove assicurarsi. Il certificato di morte parla della rottura di una corda.

Tante domande, ce ne sono anche altre, che non hanno risposta e che probabilmente sarà difficile ottenere. Certamente alcuni errori sono stati fatti, ma come spesso accade nelle vicende in alta quota, la mancanza di ossigeno incide non solo sul fisico, ma anche sulla mente dei protagonisti, che poi elaborano un loro vissuto che non sempre coincide con quello altrui.

Quello che possiamo dire è che è stata una stagione intensa e complicata sotto svariati punti di vista. Sicuramente quello che bisognerà fare tra qualche mese, quando gli animi saranno un più ammansiti dal tepore della primavera, è fare una riflessione più ampia e profonda sull’alpinismo e sul suo futuro per capire se il modello che è stato portato al K2 invernale sia sostenibile.

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3 Commenti

  1. Interessante leggere dovunque che problemi/cause di quanto è accaduto in questo tristissimo inverno, ricordo che ci sono stati morti non solo sul K2, fossero dovuti principalmente a tende, fornelli, corde fisse, piccozze, ramponi, bombole d’ossigeno, maschere e altra roba tecnica.
    Solo ogni tanto si accenna ai problemi che hanno gli alpinisti con se stessi (attenzione, capacità, preparazione, ..) quando scalano e che magari sfogano cantando o ballando.
    Non credo si possa addomesticare e automatizzare tutto l’alpinismo, con lo scopo di scalare in sicurezza: pura illusione.

  2. Concordo con Paolo riguardo l’addome stivare la Montagna. Alpinismo è avventura personale, scoperta (ognuno nei limiti delle proprie capacità), viaggio interiore, divertimento, lealtà, soccorso ed Amicizia. Sarò un idealista, ma la penso e vivo così. Vista da fuori, invece, questa stagione de K2 mi è sembrata piena di ambizione, competizione, personalismo e voglia di emergere. Magari mi sbaglio e l’ho vissuta male io. Pero così m’è parsa. Peccato. Poteva essere una lezione di dove l’Alpinismo e lo spirito dell’Uomo sarebbero potuti arrivare, invece …

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