Storia dell'alpinismo

La storia di Livia Garbrecht e del più bel Campanile del Gran Sasso

Nella storia alpinistica del Gran Sasso c’è una pagina triste e che pochi conoscono. E’ quella di Livia Garbrecht, una ragazza romana di origine austriaca, morta a soli 16 anni sulle rocce della Vetta Centrale del Corno Grande. 

La tragica vicenda di Livia Garbrecht

Il 27 giugno del 1943 Livia, con la sorella Adriana e ad altri allievi, partecipa a un’uscita di un corso di roccia organizzato dalla Sezione di Roma del CAI. Fanno parte del gruppo alcuni dei migliori alpinisti romani del momento, da Marco Pasquali (noto per una celebre via sulle pareti del Morra), Omero Ciai e Marcello Del Pianto, che si era legato in cordata con Emilio Comici. 

Non è facile, al giorno d’oggi, rendersi conto che in quei giorni della Seconda Guerra Mondiale, al Gran Sasso, si continui a praticare l’alpinismo. Ma l’Appennino e l’Abruzzo, in quei giorni, sono ancora un luogo di relativa pace. Poche settimane dopo, con lo sbarco degli Alleati in Sicilia, l’Italia diventerà un campo di battaglia. Tra il gennaio e il maggio del 1944, l’attacco alleato a Montecassino, e la strenua resistenza della Wehrmacht tedesca causeranno oltre 35.000 morti. Qualche settimana più tardi, un anno dopo l’ultima arrampicata di Livia Garbrecht al Gran Sasso, Roma e L’Aquila verranno liberate.  

Ma torniamo all’estate del 1943. Dal Ghiacciaio del Calderone, che allora sale molto più in alto di oggi verso le rocce del Corno Grande, Del Pianto e la giovanissima Livia attaccano la Direttissima, un itinerario con passaggi di quarto e quinto grado, aperto undici anni prima da Bruno Marsilii e Berardino Giardetti, due “Aquilotti” di Pietracamela. All’improvviso, a causa della fuoruscita di un chiodo, i due alpinisti precipitano e si schiantano sulle rocce. Marcello è ferito ma se la cava, per Livia invece non c’è più niente da fare. Nello stesso incidente, sua sorella Adriana si rompe una gamba. 

Federico Tosti, alpinista, poeta e prima guida alpina romana, assiste all’incidente dalla Vetta Occidentale del Corno Grande, poi lo descrive in un libretto dedicato a Omero Ciai. Tosti racconta che ai soccorsi partecipano anche soldati italiani e tedeschi, in convalescenza a Campo Imperatore. Vede Ciai, studente di ingegneria e alpinista, mentre sale sulle rocce del Gran Sasso portando a fatica “un’enorme barella di ferro”.

Il Campanile Livia

Anche la prosecuzione della storia è dolorosa. Omero Ciai, che è molto legato a Livia Garbrecht, propone di dedicare alla ragazza scomparsa una cima del Gran Sasso. Ma non fa in tempo a mettere in pratica l’idea. Dopo l’8 settembre Ciai, sottotenente degli Alpini, diventa un partigiano della brigata Coduri, in Liguria. Nel 1945, dopo essere stato catturato dai nazisti, viene giustiziato con un colpo alla nuca nei boschi di Sestri Levante. A dedicare all’alpinista scomparsa un torrione prima indicato come Punta Bianca, sono nell’ottobre del 1944 gli abruzzesi Andrea Bafile e Bruno Marsilii, molto attivi in quegli anni sul Gran Sasso.

Dalla tragedia che nel 1943 scuote l’alpinismo romano, e che una vecchia lapide ricorda sul muro dell’albergo di Campo Imperatore, sono passati 77 anni. Oggi, l’alpinista e scrittore Paolo Stern torna su quegli eventi con il suo Storia di Livia. La ragazza che diede il nome alla montagna, pubblicato dalle Edizioni del Gran Sasso.  Mio padre, da ragazzo, ha conosciuto Livia Garbrecht. Mi sono appassionato alla sua storia per questo” racconta Paolo Stern. “Livia e Omero, i protagonisti di questa storia, sono morti giovani. La storia, la Grande Storia, ha travolto la loro generazione, che ha traversato la guerra mondiale e poi la guerra civile”.

Oggi il Campanile Livia, che tocca i 2580 metri, è una montagna dal destino bizzarro. Non figura su gran parte delle mappe, e nemmeno nell’elenco delle cime dell’Appennino che superano i duemila metri di quota. Per gli alpinisti, invece, è una meta molto ambia. Sulla sua solidissima roccia, negli anni, vengono scritte pagine importanti di storia dell’arrampicata in Abruzzo. Dopo Bruno Marsilii, che raggiunge da solo la cima nel 1943, sulle fessure, sulle placche e sugli strapiombi del Campanile lasciano la loro firma i romani Paolo Consiglio e Gigi Mario, i triestini Guglielmo Del Vecchio e Piero Zaccaria, gli abruzzesi Andrea Bafile, Lino D’Angelo e Pasquale Iannetti. A tracciare le vie più moderne sono alpinisti del Lazio come Roberto Iannilli e Andrea Imbrosciano. 

Un evento per ricordare Livia

Proprio Iannetti, che nel lontano 1971, con l’amico Corrado Arnoni, ha tracciato sul Campanile la Direttissima dei Teramani, è il promotore insieme a Paolo Stern dell’evento di domenica 13 settembre, dedicato al Campanile Livia e alla sua storia. Oltre agli alpinisti, sono invitati i camminatori curiosi, perché la base della guglia si raggiunge percorrendo il sentiero che tocca il rifugio Franchetti e la Sella dei due Corni. 

Alle 10, numerose cordate inizieranno ad affrontare le vie del Campanile Livia. Alle 11, sulla cima, verrà inaugurato il nuovo libro di vetta, custodito in un astuccio disegnato dall’artista e arrampicatore romano Alberto Graia. Alle 12, alla base della montagna, Paolo Stern racconterà ai partecipanti la storia della guglia e del suo nome. 

Pasquale Iannetti, guida alpina, è un cultore della storia alpinistica del Gran Sasso. Due anni fa, dopo aver curato un libro sulla tragica fine degli alpinisti Paolo Emilio Cichetti e Mario Cambi nel 1929, ha restaurato i cippi che li ricordano in Val Maone. Oltre alla Teknoalp, l’associazione di Iannetti, è l’Associazione Alpinisti del Gran Sasso. Chi vuole raggiungere la base del Campanile Livia deve salire in cabinovia dai Prati di Tivo all’Arapietra, proseguire verso il rifugio Franchetti e scavalcare la Sella dei Due Corni. Occorrono da un’ora e mezza a due ore di cammino. Le cordate che vogliono arrampicare sul Campanile devono essere autonome. E’ possibile, naturalmente in anticipo, rivolgersi alle guide alpine dell’Abruzzo. 

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