Storia dell'alpinismo

Nanga Parbat, la prima storica salita

Quando nel 1953 il dottor Karl Maria Herrligkoffer raggiunse, con la spedizione da lui organizzata, la parete Rakhiot del Nanga Parbat quattro spedizioni avevano già tentato invano di scalare la nona montagna nella Terra, 31 persone erano morte nei vari tentativi. La sua fama di montagna mangiauomini si era presto fatta concreta.

La spedizione Herrligkoffer seguiva i canoni classici del periodo con gruppi numerosi, preparazione della parete con corde fisse e campi lungo la via. Il percorso scelto era veramente lungo, richiedendo la necessità di allestire 8 campi intermedi prima di poter attaccare la vetta. Tutto era però studiato nei minimi dettagli. Per lungo tempo il dottor Herrligkoffer, fratellastro di Willy Merkl (alpinista morto in uno dei precedenti tentativi), aveva pianificato i passaggi necessari per portare a termine la salita. L’organizzatore era ossessionato dall’idea di scalare il Nanga Parbat. Voleva farlo per onorare la memoria del fratellastro. Dopo la prima salita sarebbe tornato altre volte alla montagna, per aprire nuovi percorsi sulle pareti Diamir (via Kinshofer, 1964) e Rupal (Via Messner, 1970).

Herligkoffer non era però il capospedizione, questo ruolo era ricoperto dall’alpinista austriaco Peter Aschenbrenner che già conosceva il Nanga Parbat, avendo partecipato ai tentativi del 1932 e del 1934.

Si trattò di una classica spedizione himalayana dove, grazie al lavoro di squadra, si sarebbe saliti un gradino alla volta fino a raggiungere il successo collettivo, dove non sarebbe contato il nome dell’alpinista che per primo avrebbe toccato la cima. A imporre questa visione il pungo di ferro del dottor Herrligkoffer.

I problemi arrivano quando, ormai allo scadere delle opportunità di vetta e con ancora un paio di campi da allestire Hermann Buhl, un giovane alpinista austriaco molto capace, decide di proseguire in autonomia verso la vetta. 1300 i metri di dislivello da superare per arrivare in cima, senza bombole d’ossigeno. Al campo base la notizia del suo solitario tentativo verso gli 8125 metri della montagna non viene presa bene da Herrligkoffer. Nel frattempo, ad altissima quota Buhl prosegue la sua marcia, toccando la vetta alle 19 del 3 giugno 1953. Non c’è il tempo per fermarsi a riposare, bisogna iniziare la discesa verso valle. Il buio è ormai alle porte. La discesa è eterna, Hermann è sfinito dallo sforzo messo in campo per raggiungere la cima, a un certo punto perde un rampone. Per continuare la discesa si aiuta con il rampone rimasto mentre con la piccozza incide alcuni gradini in modo da agevolare lo scarpone sguarnito. A buio totale è costretto a fermarsi, la visibilità azzerata non gli consente di proseguire in sicurezza. Attende il sorgere della luna, che con i suoi raggi avrebbe rischiarato il cammino. Bivacca in piedi, non trovando altra soluzione, poi riprende a scendere tornando all’ultimo campo dopo 40 ore ininterrotte di scalata. Un’impresa entrata nella storia come la prima e unica volta in cui un Ottomila è stato violato da un uomo solo, senza bombole d’ossigeno ma con l’aiuto di alcuni stimolanti come le pasticche di Pervitin (un antenato delle anfetamine usato dai soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale) e il thè di foglie di Coca.

Al campo base l’avrebbe atteso un’accoglienza gelida da parte dell’organizzatore, che non avrebbe approvato la sua iniziativa solitaria. Così facendo l’ideale salita di gruppo, la vittoria della squadra sono passati in secondo piano rispetto alla sua singolare realizzazione. Per il mondo della montagna è invece un successo da festeggiare, dopo l’avvenuta salita dell’Everest da parte degli inglesi il 29 maggio dello stesso anno. Per Buhl è un traguardo importante che gli costa caro. La notte addiaccio e il lungo tempo passato sulla montagna lasciano il segno portando all’amputazione di due dita del piede destro.

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