AlpinismoAlta quota

Moeses Fiamoncini a caccia dei 14 Ottomila. “Non cerco un record, ma i miei limiti”

Tre Ottomila in primavera. Si parte dall’Annapurna.

Sugli Ottomila è quasi tempo di spedizioni di primavera e i nomi di alcuni dei protagonisti della prossima stagione sono già trapelati nelle scorse settimane. Carlos Soria tenterà per l’undicesima volta il Dhaulagiri, Marc Batard l’Annapurna. Sergi Mingote punterà alla doppietta Annapurna – Makalu, dando così il via alla seconda parte del suo progetto “14 x 1000”. A caccia dei 14 Ottomila troveremo anche Moeses Fiamoncini.

Classe 1979, l’alpinista italo-brasiliano è riuscito la scorsa primavera a salire in successione Nanga Parbat e K2 senza ossigeno in soli 22 giorni. Una impresa realizzata prima di lui nel medesimo tempo da Krzystof Wielicki nell’estate del 1996, arrivato in vetta al K2 il 10 agosto e al Nanga il 1 settembre. Fiamoncini ha iniziato a “collezionare” Ottomila nel 2018, partendo dal Manaslu. Nel 2019, oltre a Nanga e K2, ha salito anche l’Everest e gli sono sfuggite per un soffio le vette di Lhotse e Dhaulagiri. Quest’ultimo a causa di un incidente a 50 metri dalla cima. Sono tre gli Ottomila che anela a salire tra aprile e maggio 2020. Il primo della lista è l’Annapurna. Sugli altri due, nonostante la nostra tenacia, ha deciso di lasciarci nel dubbio.

Un brasiliano alla conquista delle vette himalayane è una rarità. Ci racconti come è nata la tua passione per l’alpinismo?

“Sono nato in una piccola cittadina del Brasile, lontana dalle montagne. Ma la mia famiglia arriva da Trento, dalle Alpi. Mi piace pensare che sia forse per una ragione genetica che da bambino ho iniziato a guardare con curiosità un montarozzo di fronte casa. Avevo 10 anni e ogni giorno pensavo ‘Chissà che si vede da lassù?’. Così una mattina, io e alcuni amici abbiamo marinato la scuola e siamo saliti in cima. Siamo tornati a casa che era ormai sera, con i  miei genitori terrorizzati. Quella sensazione di voler salire in vetta per guardare il mondo dall’alto l’ho ritrovata anni dopo, proprio a Trento. E la ritrovo ogni volta che vedo una montagna e decido di salirla”.

Quando ti sei propriamente avvicinato all’alpinismo?

“Tardi. Tra il 2002 e il 2008 ho vissuto in Portogallo. Poi ho deciso di tornare in Brasile. Ma prima di rientrare in patria ho voluto viaggiare un po’. Qualche mese in Sud America, che poi è diventato un anno. Me la sono girata tutta. E così ho iniziato anche ad arrampicare tra Cile, Bolivia, Ecuador, anche vette oltre i 6000 metri. Non contento ho raggiunto il Sud Africa, e da lì sono salito su un bus diretto verso Nord. Un altro anno di viaggi in cui ho salito il Kilimangiaro. E poi è toccata alla Francia. Ospitato da una zia mi sono dilettato sulle Alpi con salite più tecniche sui Quattromila. Ho iniziato anche con l’ice climbing. Lasciata la Francia ho viaggiato e arrampicato tra Austria, Croazia, Slovenia, Svizzera e Nord Italia. Nel mentre sognavo l’Everest”.

Quando hai deciso di fare il salto di qualità, puntando ai 14 Ottomila?

“Dicevamo che dal 2009 coltivavo già il sogno di salire sul Tetto del Mondo. Negli anni hanno iniziato ad affascinarmi altri 3 Ottomila: il Nanga Parbat, il K2 e il Cho Oyu. Ma li ho lasciati lì da parte e ho deciso prima di testarmi su un Ottomila, salendo il Manaslu nell’autunno 2018. In tale occasione ho avuto la fortuna di salire con la squadra impegnata nell’allestimento delle corde fisse. Per essere la mia prima volta su un colosso himalayano, posso dirmi soddisfatto di aver optato per l’utilizzo dell’ossigeno solo a 7.600 metri. Non per stanchezza ma perché sentivo i piedi congelati e avevo necessità di scaldarmi. Forse se fossi salito all’indomani con le corde già fissate, ce l’avrei fatta senza. Ho raggiunto la vetta il 23 settembre con Sergi Mingote. I primi due della stagione. Tornato a casa mi sono detto ‘Ok, l’anno prossimo punto all’Everest e al K2, magari anche al Nanga’. Un bel sogno, irrealizzabile senza finanze. Alcuni amici mi sono venuti incontro fornendomi un supporto economico e sono partito per il Nepal. Una volta in vetta all’Everest ho deciso di puntare a tutti e 14 gli Ottomila”.

C’è stata una figura nel mondo dell’alpinismo che ti ha fornito la maggiore ispirazione?

“Reinhold Messner. Sono davvero affezionato alla foto che ho avuto modo di scattare al suo fianco sul Nanga Parbat lo scorso anno. Non immaginavo di trovarlo lì. Stava nevicando di brutto mentre raggiungevamo il campo base e a un certo punto ho visto del fumo uscire dal camino di una casa che sembrava abbandonata. Incuriosito sono andato a vedere chi ci fosse dentro e mi sono trovato davanti Messner”.

Stai puntando a un record con la salita dei 14 Ottomila?

“In Brasile effettivamente il progetto mi porterebbe a conquistare un record, perché nessun brasiliano finora ha collezionato i 14 Ottomila. Ma in realtà sto semplicemente cercando di realizzare un sogno che coltivo fin da bambino, e al contempo di capire i miei limiti. Non ho neanche sponsor al momento, non sto cercando di dimostrare qualcosa al mondo né non mi sto ponendo una scadenza. Vorrei salirli senza ossigeno ma non escludo, come mi è capitato sul Manaslu o sull’Everest, che in caso di necessità ne farò uso”.

Quanto è importante la vetta nell’alpinismo?

“La bellezza sta nella salita di un Ottomila. La vetta è un bonus. In un anno ho preso parte a 6 spedizioni sugli Ottomila e sono arrivato in vetta a Manaslu, Everest, K2 e Nanga Parbat. Gli ultimi due totalmente senza ossigeno. Le vette di Lhotse e Dhaulagiri mi sono sfuggite per poco. Sul Lhotse sono arrivato a 8300 metri poi il meteo è cambiato, il vento si è rinforzato ed ero da solo. Ho scelto di scendere piuttosto che rischiare per toccare la cima. Il mio pensiero quando sono su un Ottomila è che devo tornare sano e salvo a casa”.

Andiamo al sodo. Ci dai qualche dettaglio sui tuoi piani per la primavera 2020?

“Partirò a breve per acclimatarmi. Forse in Ecuador, su Cotopaxi e Chimborazo. Poi volerò in Nepal per salire l’Annapurna. Una volta completata questa prima salita avrei altri due Ottomila in mente. Ma vedrò step by step come vanno le cose”.

Ci sembri fiducioso…

“Lo scorso anno ho superato quota 8.000 m per 3 volte in 22 giorni, senza ossigeno. Sono salito in vetta al Nanga, poi ho raggiunto quota 8.200 sul K2, ma a causa di una valanga che ha bloccato l’allestimento delle corde fisse mi è toccato scendere. E 5 giorni più tardi ero in vetta. Questa esperienza mi consente di essere fiducioso sul poter salire 3 Ottomila in una stagione. Ma è la montagna alla fine a decidere”.

Hai già in mente dei progetti dopo i 14 Ottomila?

“So per certo che continuerò a scegliere nuove montagne da salire in giro per il mondo. Perché è in alta quota che mi sento davvero bene. È lì che mi sento a casa”.

 

 

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Un commento

  1. Quindi,in sostanza,quest uomo non ha fatto altro che viaggiare per il mondo scalando svariate vette,himalayane sud americane,europee….con i soldi di alcuni suoi amici.
    Un esempio da seguire.
    Ma perché non c ho pensato prima!

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