K2 invernale

K2 invernale, la spedizione francese non punta alla vetta ma al campo base

Un sito internet (chiamato k2winterclimb), una raccolta fondi, articoli di annuncio con titoli di un certo impatto e un’ambizione grandissima: scalare il K2 in inverno. O almeno questo è quello che hanno fatto intendere a tutti.

I due francesi Jonathan Bordes e Vincent Saura hanno dato molto di cui parlare alla stampa nazionale e non solo. Anche noi abbiamo annunciato la loro imminente partenza per tentare il K2 invernale. In questi giorni la loro guida, Abbas Ali, della Rupal Expedition, ha postato le foto dei due giovani a Islamabad e Skardu con un breve testo che non lasciava molta libertà d’interpretazione circa il loro obiettivo.

La stampa francese, come da articolo riportato sul sito ufficiale della spedizione, titola: “Première tentative du K2 en hiver sans oxygèn” – (primo tentativo del K2 in inverno senza ossigeno) -, eppure questo non è quello che sta accadendo. I due non hanno richiesto il permesso di salita alla montagna, realizzeranno quindi solamente un trekking al campo base del K2 durante la stagione fredda. In fondo, bisogna ammetterlo, avevano annunciato che la spedizione sarebbe stata divisa in due parti: una prima di studio e una seconda in cui avrebbero affrontato il K2 invernale che a questo punto immaginiamo programmata per l’inverno 2020/2021.

Diciamo che hanno peccato di una comunicazione un po’, forse troppo, ambigua e non siamo i soli a dirlo.

Qualche riflessione sul progetto

Permetteteci di riprendere in mano il progetto dei due ambiziosi ragazzi francesi per fare qualche ragionamento. I due scrivono sul loro sito che la fase 1 prevede la raccolta di dati topografici e climatici sufficientemente dettagliati in modo da poter consentire a scienziati e ricercatori di “mitigare l’impatto ambientale; consolidare i dati scientifici per anticipare i cambiamenti climatici in atto nella zona del Karakorum; salvare vite umane preservando le risorse naturali di acqua dolce; anticipare e migliorare le previsioni meteorologiche al campo base del K2”. A leggere tutto questo ci si immagina a supporto dei due alpinisti un’università, un centro di ricerca, esperti climatologi e meteorologi. Eppure nulla di tutto questo figura sul loro sito o negli articoli sulla stampa. Viene quindi da chiedersi chi sarà a settare i protocolli scientifici, chi vaglierà l’accuratezza dei dati raccolti, chi li interpreterà dandogli una valenza?

Secondo obiettivo dei due, che sono alla loro prima esperienza himalayana, è quello di scalare la montagna “in totale autonomia e in stile alpino”. Se qualcosa hanno insegnato i passati tentativi invernali al K2 è che questa montagna va affrontata con uno stile leggero e veloce, come ci ha anche ricordato Alex Txikon al rientro dalla sua esperienza, e richiede però anche corde fisse e campi preinstallati. “Con una piccola spedizione non è possibile scalare il K2 in inverno. È necessario mettere le corde fisse, scalare lo sperone Abruzzi in stile alpino non è possibile, devi andare su veloce usando le corde”, sono le parole di Alex, uno che il K2 lo conosce nella sua sfumatura invernale. Le stesse dichiarazioni che probabilmente ci rilascerebbe Krysztof Wielicki a proposito del K2 invernale.

Il K2 in inverno è una montagna che non fa sconti a nessuno, che va affrontato con testa ed esperienza. Si può essere forti e tecnici sulle Alpi, ma l’altissima quota (soprattutto nella stagione fredda) è un’altra cosa. Qui non si improvvisa e non si gioca a essere “i primi francesi a raggiungere il campo base del K2 in inverno”. Anche la Fédération des clubs alpins et de montagne (FFCAM) nutre dubbi sull’ambizioso progetto, tanto da rispondere alla loro richiesta di collaborazione con un: “un âne reste un âne” – un asino resta un asino –, come riportano i due.

Che la permanenza a campo base sia di aiuto ai due per capire cos’è davvero il K2 e cosa possa significare cimentarsi sui suoi versanti durante l’inverno.

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